Ci sono dei posti, al mondo, in cui il tifo è davvero una malattia. Si, tranquilli, parliamo del tifo per una squadra di calcio,...

Ci sono dei posti, al mondo, in cui il tifo è davvero una malattia. Si, tranquilli, parliamo del tifo per una squadra di calcio, naturalmente. Perchè in pochi posti al mondo una rivalità stracittadina è vissuta in questa maniera.

Perchè in nessun posto al mondo il calcio è vissuto come a Rosario, provincia di Santa Fe, Argentina.

Canaglie” e “lebbrosi“, dalle parti di Rosario, non sono insulti o ingiurie infamanti rivolte ad avversari odiati fino al midollo.

No, essere una canaglia o un lebbroso, a Rosario, significa essere orgogliosi delle proprie radici, significa portare stampato sul cuore il simbolo della propria squadra del cuore. Newell’s Old Boys o Rosario Central.

Due modi di vedere il calcio a Rosario, due modi che non possono proprio coesistere.

Poche rivalità al mondo sono così sentite come quella della città di Rosario. Dove la rivalità diventa disprezzo. Odio da covare e sfogare in campo e sugli spalti. In nessun posto al mondo è così viscerale e dicotomica la separazione tra le due anime calcistiche di un luogo. Solo a Rosario, solo in Argentina, solo in Sudamerica può esistere una storia come questa. Una storia di calcio, una storia di passione.

Rosario è una città che vive sulle sponde del fiume Paranà. Che separa le due anime della città. Due anime ben distinte. E che ci tengono parecchio a rimanere tali. A nord, si tifa Newell’s. A sud, si tifa Central. E chi tifa Newell’s, o chi tifa Rosario, alla sua appartenenza ci tiene parecchio. Ci tiene a farlo sapere, con i murales colorati in giro per la città, o con un tatuaggio sulla pelle. Marchiare per sempre la propria fede calcistica, dalle parti di Rosario, è un atto dovuto, quasi un obbligo. Qui è praticamente vietato tifare Boca o River. Niente tifo di comodo, qui si tifa con la pancia.

Il Newell’s prende il nome dal suo fondatore, Isaac Newell. E gioca le sue partite all’Estadio Marcelo Bielsa. Si, proprio quel Marcelo Bielsa, el Loco. Che ha guidato i lebbrosi ai suoi successi più recenti, lasciando un segno nel cuore dei suoi tifosi. E, siccome in Argentina le cose o si fanno in grande, o non si fanno proprio, hanno deciso di intitolargli lo stadio.

Il Club Atletico Rosario Central nasce nel 1903, diventa subito la squadra della gente povera del sud di Rosario, immigrati, operai, ferrovieri. Ed è proprio nei primi anni di vita delle due squadre che succede l’episodio che fa nascere la rivalità, che la trasforma in odio. E che regala alle due squadre i soprannomi che ancora oggi si portano dietro.

Il Patronato dei Lebbrosi aveva in mente di organizzare un’amichevole di beneficenza fra Newell’s e Central, per raccogliere fondi per i malati di lebbra, che all’epoca erano ancora parecchi. Il Central, però, si rifiutò. Non si sa bene se per motivi particolari, o semplicemente perchè di fare del bene insieme a quegli altri, a quelli del Newell’s, non ne avessero intenzione. Fatto sta che i tifosi del Newell’s non la presero benissimo.

Canaglie“, li apostrofarono. Una parola dura, che ardeva di risentimento vero. Di odio.

Lebbrosi“, risposero quelli del Central. Un insulto ancora peggiore. Forse, volevano fargli capire che se avevano così a cuore la faccenda della partita di beneficenza, erano anche loro dei malati di lebbra.

Quegli insulti non rimasero nei libri di storia. Presero vita. Divennero l’orgoglio di tutte e due le tifoserie. I tifosi del Central andarono fieri di potersi chiamare canallas, canaglie. Quelli del Newell’s scelsero che, da quel giorno, sarebbero stati i leprosos, i lebbrosi. Non hanno mai più cambiato idea.

Newell’s e Rosario non hanno mai vinto tanto. In bacheca non hanno trofei o allori su cui potersi cullare a vita. Sarà per questo che da quelle parti, vincere un clásico significa molto, significa tutto. A Rosario la supremazia cittadina è l’unico trofeo per cui valga la pena combattere. Perchè, come raccontò Marcelo Bielsa, “a Rosario lo sconfitto non conosce pace: son capaci di venirti a cercare sotto il letto per prenderti per il culo.”

Da Rosario, con la maglia rossa e nera del Newell’s o con quella oro e azzurra del Central sono passati parecchi calciatori che poi hanno scritto altrove la storia del calcio argentino, sudamericano, europeo, mondiale. Ma come per uno strano gioco del destino, nessuno di questi è diventato grande a Rosario. O, perlomeno, di nessuno di loro ci si ricorda solamente per la loro permanenza nella città della provincia di Santa Fe.

Mario Kempes, il Tata Martino, César Luis Menotti, Abel Balbo, Gabriel Batistuta, il già menzionato Bielsa. E da Rosario, con una maglia del Newell’s addosso, è partito Leo Messi, che, giura, un giorno tornerà a vestire la maglia dei leprosos, prima di salutare il calcio. Quelli del Central, dal canto loro, rivendicano orogliosamente il tifo di Ernesto Che Guevara.

A Rosario non hai molta scelta. A Rosario devi dirlo subito, da che parte stare. Canaglia o lebbroso, non si sfugge. E poi, da quel momento, il tifo ti seguirà come una dannazione eterna. Una meravigliosa condanna che asseconderai con tutta la forza del tuo cuore.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro