Nestor Ortigoza, il rigorista “quasi” infallibile Nestor Ortigoza, il rigorista “quasi” infallibile
Un uomo, una contraddizione. Tante contraddizioni. Nestor Ortigoza, tanto per cominciare, si dovrebbe chiamare Johnny. Perché a casa tutti lo chiamano così: Johnny. Ma... Nestor Ortigoza, il rigorista “quasi” infallibile

Un uomo, una contraddizione. Tante contraddizioni. Nestor Ortigoza, tanto per cominciare, si dovrebbe chiamare Johnny. Perché a casa tutti lo chiamano così: Johnny.

Ma essere nato dopo la promulgazione della ley del nombre ha costretto sua mamma a registrarlo all’anagrafe con un altro nome.

In Argentina dopo la guerra delle Islas Malvinas (non chiamatele Falkland se andate da quelle parti) è stato vietato porre nomi inglesi ai bambini. Quindi al limite sarebbe stato accettato Juan. Johnny, decisamente no.

Bene. Nestor, che in realtà si chiama Johnny, da ragazzino ha imparato a giocare nei potreros. Ma per far soldi, oltre a obliterare i biglietti sugli autobus, si metteva a giocare d’azzardo ogni notte con suo zio dalle 23 alle 6 nei barrios più disperati di Buenos Aires.




Era gioco d’azzardo con la pelota: si ottenevano anche dei discreti guadagni, fino a 100 pesos a notte.

Il gioco era semplice: rigori (chi ne segnava di più vinceva) e tiri sulla traversa (chi ne prendeva di più portava a casa il grano). Questa storia proseguì fino a quando Johnny detto Nestor divenne un calciatore professionista nell’Argentinos Juniors, la prima squadra di Maradona, e il suo allenatore Ricardo Caruso Lombardi gli disse: “O giochi con noi seriamente o fai le tue robe nel barrio, tutte e due non è possibile”. E Johnny divenne Nestor Ortigoza il calciatore.

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Sarà per questo tipo di formazione calcistica, come lui stesso ha dichiarato, che è diventato uno dei piedi più pregiati del SudAmerica. Sarà per questo tipo di educazione di vita che ha sbattuto la porta in faccia proprio al tentennante Maradona che esitava sulla sua convocazione nell’Albiceleste perché lo vedeva troppo gordo e si è preso per lungo tempo il centrocampo del Paraguay, il Paese della mamma.

Fino a litigare con il Chiqui Arce, colpevole di aver mancato di rispetto a lui e a Lezcano, escludendoli dagli allenamenti della prima squadra nonostante le convocazioni e inducendoli all’addio alla nazionale. Sarà per questo tipo di allenamenti che valevano di più di una semplice preparazione a una partita, che valevano la comida, il cibo per tutta la famiglia, che è diventato un rigorista straordinario.

33 rigori calciati, un solo errore: nel 2012, contro il Godoy Cruz. Nel mezzo il rigore che salvò il San Lorenzo dalla retrocessione e quello che dopo una prodigiosa rinascita della squadra le regalò la Copa Libertadores. Fino agli ultimi due Clásicos con l’Huracán e all’ultima partita della sua carriera in casa con la maglia del Ciclón, contro il Banfield.

Il San Lorenzo ha vinto tutte e tre le sfide. Ma la notizia è sempre stata un’altra. Ortigoza ha sbagliato il secondo, il terzo e il quarto rigore della sua carriera. Si è lasciato fermare tre volte nel giro di poco, dopo quattro anni. L’ultimo dei suoi errori è stato un tiro fuori, forse per l’emozione di dare un’ultima gioia ai suoi tifosi. Precedentemente, le parate di Marcos Díaz e di Nelson Ibáñez, divise dal primo tiro della sua carriera che non ha preso lo specchio della porta, finendo sulla traversa. Ma in fondo, secondo le leggi del barrio, non è detto che prendere la traversa sia proprio un errore…

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Il pezzo è un estratto dal numero 0 di TRE3UNO3 – Rivista di Fùtbol. Potete scaricare la rivista dalle App o sul sito www.tre3uno3.com.

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