Nelson Dida: la notte in cui tutto cambiò Nelson Dida: la notte in cui tutto cambiò
“Il più forte portiere del mondo”. “Straordinario”. “Non so più cosa dire, ho finito gli elogi”. No signori, queste non sono dichiarazioni di tifosi... Nelson Dida: la notte in cui tutto cambiò

“Il più forte portiere del mondo”. “Straordinario”. “Non so più cosa dire, ho finito gli elogi”.

No signori, queste non sono dichiarazioni di tifosi al bar dopo qualche birra di troppo.

Chi ha vissuto gli anni migliori della carriera di Nelson De Jesus Silva, in arte Dida, sa che Kaka, Ancelotti e Vecchi, storico preparatore dei portieri del Milan, non esageravano affatto quando usavano queste parole per descrive l’allora guardiano della porta rossonera.

Siamo nell’estate del 2003, il Milan ha da poco alzato al cielo la sesta Coppa dei Campioni della sua storia, battendo ai rigore in finale la Juventus.




L’Old Trafford, quella notte del 28 Maggio 2003, è stato il teatro dei sogni rossoneri, custoditi gelosamente da una pantera di 195 centimetri, con i guantoni nelle mani a proteggere gli artigli e la maglia numero 12 sulle spalle. Trezeguet, Zalayeta e Paolo Montero: tre rigori rispediti al mittente e tanti saluti.

Sembrava insuperabile in quegli anni Nelson Dida: stilisticamente impeccabile non è mai stato, ma in quanto a riflessi, atletismo e velocità di reazione aveva pochi eguali. Qualcuno che si ricordava della sua breve parentesi rossonera di un paio d’anni prima stentava quasi a credere che quello di Manchester fosse lo stesso portiere della notte a Leeds.
Sì perché Nelson Dida la sua avventura italiana l’ha cominciata nel peggiore dei modi: un’altra serata di Champions League, competizione che ritornerà come una mantra nella carriera del brasiliano, avversario di turno il Leeds. Non è una finale, non c’è nessun rigore da parare, bensì un semplice tiro scoccato da distanza siderale da Bowyer all’ultimo minuto utile, da bloccare in presa sicura. E’ quello che in effetti vorrebbe fare Dida che però, inspiegabilmente, si ritrova il pallone alle proprie spalle in fondo al sacco, sfuggito ai suoi guantoni senza che nemmeno lui abbia capito esattamente la dinamica.

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Non so, non mi era mai capitata una cosa del genere. Sono triste, ho chiesto scusa ai compagni. Comunque ho una gran vitalità e spero di giocare ancora

Nelson Dida giocherà ancora, come abbiamo già avuto modo di vedere, prima però deve fare un anno in prestito al Corinthians.




Al suo rientro in Italia la porta del Milan è saldamente nella mani di Abbiati, almeno fino al giorno in cui, in un’altra notte di Champions, questa volta sono i preliminari contro lo Slovan Liberec, si infortuna ed è costretto ad entrare Dida. Qualcuno aveva provato a cancellarlo dalla propria memoria dopo la papera di Leeds ma lui era di nuovo lì, voglioso più che mai in cerca di riscatto.

“Ha doti eccezionali, diamogli fiducia e vedrai”. Carletto Ancelotti si fa convincere dalle parole del preparatore dei portieri Vecchi, d’altra parte chi meglio di lui può conoscere chi allena ogni giorno? Così anche quando Abbiati ritorna disponibile dopo l’infortunio decide di continuare con il portiere brasiliano.

La notte di Manchester, ma non solo quella, darà ragione al tecnico di Reggiolo. In quel periodo che va dal 2002 al 2005, il portiere nato ad Irarà, nello stato di Bahia, è qualcosa che assomiglia molto al miglior interprete del ruolo al mondo, per la sicurezza con la quale custodisce la propria porta e continuità di prestazioni.

Poi, improvvisamente ed inspiegabilmente, qualcosa cambia: è il 12 Aprile 2005 e l’appuntamento è di quelli importanti. Si gioca il derby di ritorno dei quarti di finale di Champions League, arbitra lo stesso Markus Mark che due anni prima lo aveva fatto diventare eroe nella famosa notte di Manchester. E’ il 26’ della ripresa, il Milano conduce 1-0 grazie alla rete di Shevchenko e all’Inter è appena stato annullato un gol a Cambiasso. Dalla curva nerazzurra piove in campo di tutto.
Un bengala colpisce Dida alla spalla destra e lo lascia a terra tramortito.

La partita viene interrotta: il Milan accede alle semifinali ma non sa che qualcosa di brutto sta per succedere, anzi è appena successa. Come se no bastasse in quella stessa edizione della Coppa perde la finale contro il Liverpool in una delle rimonte più incredibili della storia del calcio.

Nelson Dida da quella partita, anzi, da quel petardo, non si riprenderà mai più. No, il fisico non c’entra, non subirà alcuna ripercussione in quanto per fortuna l’oggetto lanciato dagli spalti non ha procurato danni seri. Semplicemente quel portiere, per come l’avevamo conosciuto fino a quel momento, cessa di esistere. O meglio, torna ad essere sinistramente simile a quello “ammirato” la sera di Leeds. Insicuro, talvolta goffo. Irriconoscibile. Dovessimo paragonare la sua carriera ad una divinità romana, questa sarebbe Giano, custode delle porte, conosciuto e chiamato anche Bifronte, raffigurato spesso con un doppio volto.




E’ vero, nel 2007 vincerà di nuovo la Champions nella rivincita contro il Liverpool, e sarà anche una delle poche partite positive dopo “il fattaccio”. Poi il buio più totale, tra papere, simulazioni (memorabile quella contro il Celtic in cui, appena sfiorato da un invasore, inscena uno spettacolo pietoso: prima cerca di farsi giustizia da solo rincorrendolo poi, una volta vista l’impossibilità di raggiungerlo, si butta a terra fingendosi morto) e perdita di fiducia. Fino all’addio inevitabile dal Milan, avvenuto nel 2010.

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Nella memoria rimane scolpita la carriera incredibile di un portiere in grado di vincere Mondiale, Coppe Campioni, Copa America, Confederation Cup e Copa Libertadores, l’unico estremo difensore a riuscire in questa impresa.
Fino a quella maledetta notte e a quel dannato petardo. E’ irrazionale e al tempo stesso inspiegabile,  un tarlo mentale che si è insinuato nella sua testa e non lo ha più abbandonato. Fino a renderlo irriconoscibile, non era più lui. Non lo sarebbe mai più stato.

Paolo Vigo
Twitter: @Pagolo

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