Nel buio della sala correvano voci incontrollate e pazzesche Nel buio della sala correvano voci incontrollate e pazzesche
Esistono solo due posti in cui un tifoso dovrebbe trovarsi al calcio d’inizio: allo stadio o davanti alla tv. Punto. Abbiamo fatto e faremo sempre... Nel buio della sala correvano voci incontrollate e pazzesche

Esistono solo due posti in cui un tifoso dovrebbe trovarsi al calcio d’inizio: allo stadio o davanti alla tv. Punto. Abbiamo fatto e faremo sempre l’impossibile per trovarci in uno di questi due posti, nel momento esatto in cui l’arbitro fischia e il pallone viene toccato nel cerchio di centrocampo.

Ma ognuno di noi, almeno una volta nella vita, ha dovuto essere sottoposto alla tragica esperienza del non poter guardare la partita della propria squadra in diretta, esperienza che, fidatevi, non consiglieremmo neanche al nostro peggior nemico.

Non importa che sia l’infrasettimanale o la Champions, la finale del Campionato del mondo o un inverecondo anticipo delle 12.30 (no, non lo chiameremo mai lunch match): i comportamenti dei tifosi durante una partita che non possono guardare sono tra le cose più affascinanti del mondo del pallone. Per gli altri, si intende.

Perchè se il tifo è sofferenza, il tifo di chi non può guardare la partita è puro dramma psicofisico. Perchè quando la partita non la si vede, la si soffre il triplo, in perfetta contemporaneità. Guardiamo l’orologio, è ora: fischio d’inizio e noi siamo al lavoro, fuori con la fidanzata, via per il weekend, a cena coi parenti.

Nel buio della sala correvano voci incontrollate e pazzesche. Si diceva che l’Italia stava vincendo per 20 a 0 e che aveva segnato anche Zoff di testa, su calcio d’angolo.

38 anni fa Paolo Villaggio, con una sequenza di scene memorabili e geniali, consegnava alla storia uno stato d’animo nel quale, ancora oggi, in moltissimi sono purtroppo costretti a riconoscersi. Non importa se il progresso ci sta spostando da Tutto il Calcio Minuto per Minuto all’app dello smartphone, se captare la voce di Riccardo Cucchi da una radiolina con le pile scariche sta lasciando spazio al refresh compulsivo col telefono nascosto sotto il tavolo.

Quello che vogliamo sapere, le uniche domande che ci facciamo quando non possiamo vedere la nostra squadra che in quel momento è in campo, sono sempre e solo due: quanto stiamo e quanto manca.

E quella volta in cui la prima risposta era “avanti 1-0” e la seconda “due più recupero“, l’angoscia che ci ha preso ancora ci chiude lo stomaco. Il senso di panico nel non poter vedere cosa sta succedendo e doverlo quindi immaginare, dalla voce della radio o dal display del cellulare.

Per un tifoso immaginare l’assedio degli avversari al 94esimo è la peggiore delle torture: i lanci lunghi, le spazzate dei nostri difensori, la palla che ce l’hanno sempre loro. Ora pareggiano, me lo sento. Ascoltati alla radio o visti su un livescore, gli avversari sembrano più forti, più veloci, più pericolosi.

La radio dice che mancano 30 secondi, calcio d’angolo per loro. Blocchi, spinte, trattenute, ma quando fischia? Arbitro dai che è finita, cross in mezzo, mischia in area piccola, la palla rimane lì… fuori di un soffio.

Fiii fiii fiiiiiiii. É finita. Lo dice la radio, lo dice il telefono, allora è vero.

Cazzo è finita!

Andrea Spinelli
twitter: @andreaspinelli

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