In un calcio in cui il numero che ti metti sulla schiena ha sempre meno importanza, sempre meno valore, un numero diventato terra di...

In un calcio in cui il numero che ti metti sulla schiena ha sempre meno importanza, sempre meno valore, un numero diventato terra di conquista di marketing e narcisismo, ci sono scelte che ancora vogliono dire qualcosa. Scelte che significano tanto, che si portano dietro storie di uomini, di persone, di nazioni. Scelte coraggiose che possono anche segnare per sempre la tua carriera, che possono metterti addosso un’etichetta e far parlare di te prima ancora che tu scenda sul campo di gioco a mostrarlo, quel numero.

Quando Mohamed Salah è arrivato in Italia, lo scorso gennaio, si è presentato al pubblico di Firenze con uno stravagante numero 74 sulla schiena. Qualcuno ha storto il naso, pensando all’ennesima trovata di un calciatore esotico, all’ennesima scelta discutibile di un calcio moderno ormai in balia del caos. E invece, no, bisognava andare oltre. Bisognava scavare a fondo, ma non troppo, nella vita di Momo e nella storia del suo Paese. Dietro quel numero 74 si nascondeva la storia del giorno più triste del calcio egiziano. 1 febbraio 2012, a Port Said si stanno affrontando Al Masry e Al Ahli. A fine partita le tifoserie si riversano in campo. La polizia egiziana, in un Paese allo sbando, nel caos del dopo Mubarak, non riesce a tenere a bada la situazione. Sul campo, dopo diverse ore di battaglia, resteranno 74 corpi esanimi. Si, 74, come il numero che Mohamed Salah ha deciso di mettere sulla sua maglia, per ricordare per sempre quel triste giorno, quel giorno che ha cambiato un po’ anche la sua vita.

Si, perchè quella maledetta giornata a Port Said costringe a fermare il campionato egiziano. Un campionato in cui si stava mettendo in mostra, alla grande, un ragazzino riccioluto, che correva su e giù per il campo, accelerando in maniera vertiginosa e scagliando bolidi verso la porta avversaria. Giocava nell’ Al-Mokawloon, e rispondeva al nome di Mohamed Salah. La sua strada sembrava ormai segnata, verso il calcio europeo, quello dei grandi. E pensare che il papà, un giorno, lo aveva messo di fronte a un bivio.

Scegli, o continui a studiare, prendi una laurea, e ti assicuri un futuro, oppure continui a giocare, insegui il tuo sogno, rischiando di rimanere con un pugno di mosche in mano tra qualche anno, quando il tuo fisico non sarà più lo stesso, quando il tuo piede ti abbandonerà. Mohamed ha scelto la seconda strada, ovviamente. E ha scelto di percorrerla a cento all’ora, con quelle sue accelerazioni, con quei suoi dribbling a cui nessuno sembra poter tenere testa. E così, quando nel 2012 il massimo campionato d’Egitto viene sospeso, Mohamed spicca finalmente il volo verso l’Europa.

Con Murat Yakin in panchina Momo impara i segreti del calcio dei grandi, impara a dare un senso a quelle progressioni selvagge, a quei lampi che si abbattono sulle difese avversarie e le squarciano a metà. Nel maggio del 2013, nella semifinale di Europa League, il Basilea affronta il Chelsea, e Mohamed risponde segnando il gol del vantaggio degli svizzeri. Nella stagione successiva l’urna accoppia ancora Basilea e Chelsea, e l’egiziano colpisce ancora, per due volte, i Blues. Tanto basta a Josè Mourinho per decidere di volere con sé quel talento: a gennaio 2014 il Chelsea sborsa 15 milioni di euro e spalanca a Momo le porte della Premier League. Se in Svizzera il calcio era quello dei grandi, in Inghilterra è quello dei grandissimi. L’impatto con la Premier non è dei migliori, e per le cavalcate di quello che da quelle parti amano chiamare il Messi d’Egitto c’è sempre meno spazio. Troppi difensori rocciosi, troppe squadre chiuse e organizzate al meglio, troppe difficoltà da superare. 11 presenze nella prima stagione al Chelsea, 8 nella seconda. Troppo poche per impressionare Mourinho, che adesso si è innamorato di un altro talento che sgroppa sulla fascia. E’ Juan Cuadrado, che galoppa a Firenze con la maglia viola.

L’affare è presto fatto: il colombiano prende la direzione di Stamford Bridge, l’egiziano, invece, viene dirottato in Italia. Quando arriva da noi, di lui si parla più per le faccende fuori dal campo che per quelle in campo. Si parla di quel numero 74, si parla di una vicenda che lo aveva visto protagonista nel 2013. Playoff di Champions League tra Basilea e Maccabi Tel Aviv. Mohamed, che è molto religioso, non è entusiasta all’idea di stringere la mano agli avversari israeliani. All’andata si inventa un pit stop per allacciare gli scarpini, al ritorno saluta tutti con un pugno chiuso sbattuto contro le loro mani. Di quel gesto si parlerà a lungo, forse anche più del dovuto, mettendogli in bocca anche parole che lui, probabilmente, non ha mai pronunciato.

Poi, però, arriva finalmente il campo. E, dopo il breve periodo di buio in maglia Chelsea, sono di nuovo tuoni e fulmini. Lampi e botti. Salah, negli spazi lasciati dalle retroguardie italiane, affonda come un coltello nel burro. Se ne accorgono tutti, se ne accorge la Juventus, che dopo quasi due anni di inviolabilità dello Stadium cade nella gara di andata della semifinale di Coppa Italia sotto i colpi dell’egiziano. Due gol incredibili, due sgroppate condite da dribbling infernali che fanno innamorare tutta Firenze. Amore che è durato poco, però. Quest’estate, Salah si impunta. A Firenze non vuole restare, vorrebbe volare verso realtà più ambiziose, vorrebbe continuare a galoppare, correre e dribblare verso coppe e trofei. Dopo una telenovela assurda e incomprensibile, dopo accuse e scambi di parole al veleno, la Fiorentina e Salah si dicono addio: è Roma la nuova casa dell’egiziano, è il Colosseo la nuova frontiera di conquista di Momo il terribile.

Il giorno in cui il signor Salah chiese al giovane Momo cosa avesse intenzione di fare, lui non ebbe dubbi: voleva continuare a correre e sognare. Oggi, di nuovo, Momo, che nel frattempo è cresciuto, deve scegliere se vuole davvero diventare un campione. Sempre e comunque di corsa.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro