Oggi è difficile fare calcio e parlare di calcio senza allestire uno show. I giovani, una volta, venivano educati dai giocatori più esperti. Io...

Oggi è difficile fare calcio e parlare di calcio senza allestire uno show. I giovani, una volta, venivano educati dai giocatori più esperti. Io stesso ho portato i palloni ai campioni della prima squadra. Così come i coni e gli strumenti per gli allenamenti. Poi se mi scordavo qualcosa mi “picchiavano”. Se oggi dici a un ragazzino di portarti i palloni quello ti risponde “anche te hai due mani.

Buona fortuna Miro, siamo arrivati al momento dei saluti anche per te. Non è ancora un addio dal calcio giocato, per quello ci vorrà ancora uno, massimo due anni, ma per noi non ha alcuna importanza. Oggi saluti il nostro campionato a trentotto anni, dopo cinque anni di soddisfazioni miste a dolori, sfide vinte e gol lasciati in eredità, generoso come sempre. Lo farai a testa alta ma in punta di piedi, senza fare rumore, il più lontano possibile dalle luci della ribalta che non ti appartengono e mai ti sono appartenute ,se non per mostrare al mondo le tue prodezze, impossibili da rimuovere dalla memoria calcistica di ogni appassionato di pallone.

Lasci l’Italia da calciatore biancoceleste, ma ad augurarti buona fortuna dovrebbe essere ogni singolo tifoso del nostro campionato, per l’attaccamento dimostrato alla maglia, l’esempio e l’umiltà nell’accettare qualsiasi decisione, ancorché legittima ma pur sempre difficile da accettare per un campione del mondo e demolitore di record quale sei.

Sei arrivato nel nostro campionato a 33 anni, ti sei messo in gioco dopo aver vinto quasi tutto, sia a livello di Club che con la tua Nazionale, non avevi più nulla da dimostrare, in fondo. Chi era Miro Klose lo sapevano tutti e altrettanti erano quelli che si domandavano “avrà ancora voglia?”, “sarà venuto da noi a svernare in un campionato dove, con le sue doti atletiche, può ancora dire la sua?”,  o  sentenziavano “E’ già sul viale del tramonto”.

Poi, come al solito, è stato il campo a parlare per te, e ci ha detto che Miro Klose era tutto fuorché un calciatore finito. Certo i problemi fisici ci sono stati, come normale che sia a quell’età, così come  i momenti di appannamento che hanno purtroppo limitato il tuo impiego in questi ultimi anni. Quando abbiamo avuto però la fortuna di vederti in campo non siamo potuti rimanere indifferenti alla tua classe, intesa non solo come tecnica pura, comunque ampiamente sottovalutata, quanto più per il tuo modo di stare sul terreno di gioco, quasi fossi un calciatore d’altri tempi catapultato in un calcio moderno.

Non solo uomo d’area, a dispetto di ciò che uno potrebbe pensare guardando solamente i freddi numeri, ma anche corridore infaticabile, uomo squadra ed esempio da indicare a chi, avendo sollevato un quarto (quando va bene) dell’argenteria alzata da te, si permette il lusso di non onorare la maglia, qualsiasi essa sia. 

Per i tifosi laziali è stato amore a prima vista, se così si può definire. E chi se lo scorda quel tuo primo derby? Chi oggi, finita la partita, non tornerà con la  mente a quel minuto 93 del 16 ottobre 2011?  Hernanes da il via all’ultima azione della partita, Francelino Matuzalem trova il filtrante per Klose che se la aggiusta e di destro trafigge il portiere giallorosso. Lazio due Roma uno, delirio biancoceleste.

Ma nell’esperienza del Klose laziale c’è molto di più di quel derby indimenticabile, ci sono la capacità adattamento ad un nuovo tipo di calcio, più tattico e con difese più ostili rispetto a quelle medie tedesche, e ancora la capacità di accettare spesso un ruolo da comprimario, senza che questo ne minasse la professionalità.

Il valore della fatica, del sacrificio, antico retaggio di quando, terminati gli studi, si rintanava nel garage per lavorare come apprendista falegname passando buona parte delle giornate in piedi con la schiena curva.

Dopo la scuola ho trascorso tre anni come apprendista presso un falegname. È stato un periodo importante che mi ha plasmato. Passavo giorni e giorni in piedi in garage a tagliare il legno, a ordinarlo per poi montarlo sui tetti delle case. Da quel momento ho capito il risultato degli sforzi compiuti.

Sono passati così in fretta, questi cinque anni, che forse non ci siamo resi del tutto conto di aver potuto ammirare uno dei migliori attaccanti che il calcio moderno abbia sfornato, in grado di vincere e segnare ovunque, con la medesima efficacia. Dall’Homburg al Kaiserslautern, passando per Werder Brema e Bayern Monaco prima di fare tappa nel nostro campionato. Quello stacco di testa inconfondibile, in grado di rubare il tempo a qualsiasi difensore, e poi la capriola come marchio di fabbrica, per festeggiare.

Due campionati tedeschi, due coppe di Germania, due coppe di lega, una supercoppa di Germania e una coppa Italia. In più c’è quel successo mondiale con la Nazionale del 2014, ciliegina sulla torta di una carriera costellata di successi. Anche personali, essendo il miglior marcatore nella storia della Nazionale tedesca nonché il miglior marcatore nella storia dei Mondiali di calcio, con 16 reti totali.

Ora forse capite meglio il rispetto che nutriamo nei confronti di Miroslav Klose, nei confronti del suo anticonformismo che si manifesta in ogni aspetto della vita, non solo in un campo da calcio. Volete un esempio? In un’era in cui i social network la fanno da padrone e ci permettono di sapere vita morte e miracoli del nostro calciatore preferito, c’è ancora chi cerca di resistere, quasi un ultimo baluardo di un vecchio mondo che va via via scomparendo. C’è ancora chi, come Miro Klose, di omologarsi non ne vuol proprio sapere perché la vita privata, come da definizione, va custodita gelosamente e non data in pasto al primo che passa.

Non ho bisogno di mettere in scena la mia vita. Ci sono probabilmente centinaia di profili con il mio nome, ma non sono io ovviamente. Penso che non sia così interessante mostrare cosa faccio nella mia vita privata. Ci sarà davvero qualcuno che vuole vedere come mangio, come bevo o come gioco con i miei figli? Non credo.

Averlo potuto ammirare, forse lo realizzeremo meglio tra qualche anno, è indubbiamente un privilegio di cui andare orgogliosi. Ora non resta altro da fare che alzarsi in piedi e battere tutti quanti le mani ad un calciatore con il gol integrato nel proprio genoma, in grado di entrare nel cuore dei propri tifosi senza bisogno di sbandierare ai quattro venti l’amore per la maglia, ma onorandola ogni singolo minuto che ha la possibilità di indossarla. Un privilegio che è concesso solo ai grandi campioni. Per questo e per ciò che farai negli anni a venire ti possiamo solo dire danke, Miro e buona fortuna ancora.

Paolo Vigo
twitter: @Pagolo