Nella vita, sono ben poche le cose certe. Figuratevi nel calcio, un mondo in cui i destini degli uomini dipendono da un rimbalzo del...

Nella vita, sono ben poche le cose certe. Figuratevi nel calcio, un mondo in cui i destini degli uomini dipendono da un rimbalzo del pallone e in cui i centimetri possono cambiare la storia. Se nella vita le certezze sono poche, nel calcio sono ancora più rare.

Eppure, qualche certezza c’è anche nel mondo del calcio. Ad esempio, quando l’arbitro fischia un calcio di punizione nei pressi dell’area di rigore e nei dintorni c’è uno scricciolo bosniaco, dal fisico gracile ma dal piede geniale, la certezza è che molto probabilmente quel pallone finirà in fondo al sacco. Perchè ad oggi Miralem Pjanic è uno dei migliori tiratori di calci di punizione al mondo, se vogliamo tenerci larghi. Perchè forse potrebbe essere proprio il migliore.

Ma ridurre Miralem Pjanic alla sua pur strepitosa capacità realizzativa da fermo è ingiusto, e non renderebbe omaggio alla statura -in senso figurato- del calciatore bosniaco. Perchè il centrocampista della Roma oggi è nel pieno della maturità, e ha imparato come si tengono le redini di una squadra dal primo all’ultimo minuto. La Roma di Garcia può fare turnover, ruotare gli uomini, cambiare moduli tattici. Ma una cosa proprio non può farla: fare a meno di Miralem Pjanic.

La storia di Miralem è quella di tanti ragazzi nati a cavallo tra gli anni ’80 e gli anni ’90 nel cuore dei Balcani. Ed è una storia che prevede fughe, separazioni, speranze da andare a cercare a centinaia di chilometri da casa. Miralem Pjanic nasce il 2 aprile del 1990 a Zvornik, sull’attuale confine tra la Bosnia-Erzegovina e la Serbia. Quando nel 1991 scoppia la guerra, la famiglia di Miralem si trasferisce in Lussemburgo, dove il piccolo Miralem inizia a tirare i primi calci ad un pallone. Raccontano che a 5 anni sapesse già palleggiare perfettamente, con il pallone dei grandi. L’orrore della guerra, nei ricordi di Miralem, è solo un rumore lontano, ma che lascia comunque i suoi segni. Il padre, Fahrudin, porta la famiglia prima lì, in Lussemburgo, poi il girovagare della famiglia Pjanic tocca anche Germania e Francia. Miralem, oltre che per la Bosnia, avrebbe potuto giocare per Lussemburgo e Francia. Ma, in realtà, la scelta non ha mai dovuto farla.

Non ho mai avuto nessuna esitazione quando si è trattato di scegliere la cittadinanza con cui giocare. Sono e mi sento bosniaco, anche se sono in possesso di passaporto lussemburghese e francese. A dire la verità, ai tempi di Domenech mi era stato chiesto di giocare proprio per la Francia, però ho rifiutato. Il calcio rappresenta un legame profondo con la mia famiglia e la mia terra e quando vesto la maglia della Nazionale lo faccio per loro.

E’ dalla Francia che inizia l’avventura del bosniaco nel calcio che conta. Entra nelle giovanili del Metz, e a soli 17 anni, con la stessa maglia, fa il suo esordio in Ligue 1. Ma non un esordio inteso come una fugace apparizione in una partita di fine stagione con in palio solo la gloria. Il diciassettenne Pjanic gioca tutta una stagione da titolare con la maglia del Metz e a fine anno si guadagna l’interesse dell’Olympique Lione, che nell’estate del 2008 decide di acquistarlo. Qui, si impone all’attenzione del grande pubblico. A 18 anni non ha paura di niente, conquista subito anche qui la maglia da titolare e si fa notare, oltre che per le sue straordinarie doti tecniche, per la capacità di stare in campo a testa alta, senza pagare dazio all’inesperienza o alla giovane età.

A Lione, però, fa un incontro che gli cambierà il modo di stare in campo. Si allena, costantemente, insieme a Juninho Pernambucano sui calci piazzati. Il brasiliano in partita gliene lascia pochi, come è giusto che sia, ma Miralem osserva, assimila, ripete. Osserva, assimila, ripete. E’ un ragazzo profondamente intelligente e maturo. Parla (ad oggi) sei lingue, oltre a quella universale del calcio, che è quella che oggi padroneggia meglio, e soprattutto in campo ha un’intelligenza fuori dal comune. Per questo impara ben presto a tirare le punizioni come Juninho, cosa che gli tornerà utile più avanti. Comunque, con la maglia del Lione si toglie grandi soddisfazioni. Nella stagione 2009-10 il Lione è protagonista di una cavalcata memorabile in Champions League. Ed è proprio un gol del bosniaco a consentire ai francesi di raccogliere lo scalpo prezioso del Real Madrid.

Nel ritorno degli ottavi di finale, al Bernabeu, Pjanic firma il gol dell’1-1, a quindici minuti dalla fine. Un inserimento da dietro, leggendo l’azione come solo lui sa fare, per sapersi trovare al posto giusto nel momento giusto. L’avventura di quel Lione si fermerà alle semifinali, contro il Bayern. L’avventura di Miralem Pjanic in Francia terminerà invece la stagione successiva, che non sarà all’altezza delle precedenti.

Così, nell’estate del 2011, proprio sul finire del mercato, la Roma si presenta a Lione con 11 milioni di euro e si porta a casa il centrocampista bosniaco. A volerlo, fortemente, è Luis Enrique. Uno di quegli allenatori che nella zona nevralgica del campo vuole avere sempre qualcuno in grado di controllare la situazione. Qualcuno che possa dirigere l’orchestra della squadra e dettarne i ritmi. Una sorta di mente in campo che possa comandare le operazioni secondo uno spartito ben preciso. Le cose, con Luis Enrique, non vanno come dovrebbero, e il tanto sbandierato progetto spagnolo fallisce, rivelandosi un buco nell’acqua. Normale che Miralem non brilli più di tanto. Non che giochi male, anzi. Ma nel caos generale le sue doti sembrano annacquarsi.

La stagione successiva sembra partire peggio. Sulla panchina della Roma arriva Zdenek Zeman, uno che in campo vuole uomini disposti a tramutare in pensiero le sue idee, non uomini in grado di creare da soli, fuori dal seminato. E con Miralem Pjanic, difatti, il rapporto non è dei migliori. Il bosniaco finisce spesso in panchina, si intristisce. Nel derby dell’11 novembre 2012, disputato sotto una pioggia incessante, segna un gioiello su punizione. Non dal limite dell’area, non dalla trequarti. Da centrocampo.

Tutti si aspettano che da lì possa mettere la palla in mezzo, compreso Marchetti, che staziona in mezzo all’area senza farsi troppi pensieri. Miralem alza la testa, senza nemmeno guardare la porta, colpisce il pallone con un tocco che definire imprevedibile è poco. La palla, come comandata, cambia improvvisamente traiettoria e beffa Marchetti, che, oltre a prendere gol, fa anche la figura dello sprovveduto. Dopo il gol, che vale il momentaneo 3-2, Pjanic non esulta. Guarda verso la panchina, continua a sputare parole su parole, tira fuori tutto quello che avrebbe voluto dire all’allenatore boemo. Lascia parlare i suoi piedi, che sono sempre il suo miglior biglietto da visita.

La Roma perde quel derby, Zeman perde la panchina giallorossa. E’ il secondo progetto naufragato da quando Miralem è arrivato a Roma. La terza avventura, quella che parte con Rudi Garcia sulla panchina, non ammette errori. Anche Garcia, come Pjanic, arriva dalla Francia. E, sarà per questo legame, sarà per le idee del tecnico francese, Miralem Pjanic diventa a poco a poco insostituibile. Diventa il perno del centrocampo giallorosso, e fa innamorare definitivamente tutti i suoi compagni e tifosi. Capitano incluso.

Pjanic ha tutto. Dribbling, tiro, lancio, tecnica, inserimento, visione.

Francesco Totti

E, in mezzo a quel centrocampo, si nota, eccome se si nota.. Lancia i compagni, disegna traiettorie e trame di gioco, dispensa palloni e assist vincenti per le punte. Cambiano formazioni, uomini e moduli, il piccolo principe bosniaco resta lì. In Bosnia, dove con Dzeko, Ibisevic e tutta la generazione di fenomeni odierna è diventato un’icona vera e propria, lo chiamano “Il piccolo principe”. Ed è proprio quella la sensazione che hai osservandolo in mezzo al campo.

Lo osservi, gracile e piccolo, e pensi che basta prenderlo un po’ a calci, riservargli il trattamento speciale che si dedica a quelli coi piedi buoni ma il fisico esile per neutralizzarlo. Invece, anche quando lo prendi a calci, Miralem si rialza, e riparte, senza fiatare più di tanto. E forse, tirarlo giù a calci non conviene nemmeno, quando ci si avvicina troppo all’area di rigore. Perchè di questi tempi, concedere un calcio di punizione dal limite a Miralem Pjanic equivale un po’ a firmare da soli la propria condanna a morte.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro