La Champions League più pazza di sempre: il Porto dei miracoli La Champions League più pazza di sempre: il Porto dei miracoli
C’è nelle cose umane una marea che colta al flusso mena alla fortuna: perduta, l’intero viaggio della nostra vita si arena su fondali di... La Champions League più pazza di sempre: il Porto dei miracoli

C’è nelle cose umane una marea che colta al flusso mena alla fortuna: perduta, l’intero viaggio della nostra vita si arena su fondali di miserie. Ora noi navighiamo in un mare aperto. Dobbiamo dunque prendere la corrente finché è a favore, oppure fallire l’impresa avanti a noi.

William Shakespeare, The Life and Death of Julius Caesar

Ci sono dei giorni in cui nascono delle leggende, dei giorni che segneranno le pagine di storia degli anni a venire. Delle storie in cui non puoi fare a meno di chiederti “chissà come sarebbe andata” se…

Delle storie pazze, imprevedibili, straordinariamente folli. Delle storie che, a riascoltarle oggi non ti sembrano vero, eppure hanno contribuito a cambiare per sempre la storia del calcio.

E il “se” più grande di questa storia ha una collocazione spaziale e temporale ben precisa. Siamo nel Nord dell’Inghilterra, Manchester per la precisione. Il giorno è il 9 marzo dell’anno domini 2004. Lo stadio è il Teatro dei Sogni. Old Trafford. Lo stesso stadio nel quale, qualche mese prima, Paolo Maldini ha alzato al cielo la Coppa dalle Grandi Orecchie.

Due settimane prima, a Oporto, all’Estádio do Dragão, nell’andata degli ottavi di finale della Champions League, i campioni del Portogallo avevano sconfitto per 2-1 i Red Devils, lo United di Manchester. Il pronostico era tutto per quelli in maglia rossa, e infatti, Quinton Fortune li aveva portati in vantaggio dopo 14 minuti. Poi, ci aveva pensato un altro sudafricano a ribaltare la partita. Benedict Saul McCarthy, per tutti Benni. Una staffilata nell’angolino basso al 29′, un colpo di testa sotto l’incrocio al 78′, e tanti saluti a Manchester e ai suoi diavoli rossi.

C’era però un ritorno da giocare, nella fredda Inghilterra, nel pazzerello marzo britannico. Il pronostico pende tutto da una parte. Il Porto è una bella squadra, un bel gruppo, gioca anche un bel calcio, per carità. Ma il Manchester United, signori, è un’altra cosa. E’ vero, non c’è più David Beckham, volato alla corte dei galattici. Ma ci sono ancora tutti gli altri ragazzi della class of ’92. Ryan Giggs, Paul Scholes, Nicky Butt, i fratelli Neville. E poi là davanti c’è un olandese che sembra buttare dentro ogni santo pallone che il signore Iddio gli mette tra i piedi: Ruud van Nistelrooy. L’anno prima in Champions questo qui ha segnato 12 gol, ragazzi. Insomma, prima del fischio d’inizio di Manchester United-Porto, nessuno dei presenti è ancora consapevole che in quella notte di Manchester sta per nascere il miracolo del Porto, sta per nascere la leggenda di Josè Mourinho.

manporto

Intanto, però Paul Scholes, centrocampista col vizietto del gol, ha portato in vantaggio lo United dopo 32 minuti, con uno dei suoi classici inserimenti da dietro, e tanto basterebbe per qualificarsi ai quarti. All’ultimo minuto del primo tempo, il centrocampista dai capelli rossi mette dentro anche il gol del 2-0, ma il solerte guardalinee russo alza prontamente la bandierina. Il replay mostra che almeno due giocatori del Porto tengono in gioco Scholes. Niente da fare, si resta sull’1-0. In panchina, Josè Mourinho osserva placidamente la situazione. Studia le mosse che potrebbe fare, pensa a cosa servirebbe per segnare quell’unico gol che garantirebbe la qualificazione. Ma non è facile, non è per niente facile. Sull’altra panchina, un giovane connazionale dell’allenatore del Porto mastica chewing gum aspettando che Sir Alex Ferguson decida di mandarlo in campo. Si, è Cristiano Ronaldo.

La partita è dura, ma il Porto non riesce a segnare. Poi, all’ultimo giro di orologio, Phil Neville butta giù Edgaras Jankauskas, onesto e gigantesco attaccante lituano mandato in campo da Mourinho per cercare di scardinare la difesa dello United. Punizione dai 20 metri, sulla palla va Benni McCarthy. E’ l’ultima chance, l’ultima possibilità di cambiare la storia. Ma il sudafricano tira una ciofeca debolissima. Tim Howard deve solamente abbrancare il pallone, perdere qualche secondo, aspettare che i suoi compagni salgano, mollare il pallone dalle sue mani, farlo cadere sul piede, metterci tutta la forza che ha in corpo e tirarla il più lontano possibile, oltre le mura di Old Trafford, verso il Merseyside, e aspettare che l’arbitro fischi tre volte. Tim Howard non fa nulla di tutto ciò, nossignore. Tim Howard si fa scivolare il pallone dalle mani, va a schiantarsi contro il palo e lascia lì la sfera.

Ed è esattamente questo il momento in cui si materializza il “se” più grande di tutta questa storia. Costinha, centrocampista dai piedi non proprio buoni per usare un eufemismo, un fabbro per parlare in tutta onestà, si ritrova il pallone tra i piedi. Ancora non lo sa, ma sta per cambiare per sempre la storia del Porto, di Josè Mourinho e di centinaia di migliaia, milioni, di tifosi di Chelsea, Inter, Real Madrid. Chissà cosa sarebbe successo se Howard avesse tenuto quel pallone. Chissà cosa sarebbe successo se Costinha non fosse stato lì. Chissà se sarebbero esistiti il Porto dei miracoli, il Chelsea dei record, l’Inter del Triplete. Chissà, ma intanto Costinha butta dentro quel pallone e butta fuori il Manchester United. Il Porto si qualifica ai quarti di finale, Josè Mourinho esce da Old Trafford con le dita al cielo, come se pensasse che lui, tutto ciò, lo aveva sempre saputo.

“Capisco perché Alex Ferguson sia un po’ emotivo. Ha alcuni dei migliori giocatori al mondo e loro dovrebbero fare un po’ meglio di così… Saresti triste se la tua squadra fosse così chiaramente dominata da un avversario costruito con il 10% del tuo budget.”

Il Porto, nei quarti di finale, trova il Lione. Al do Dragão, nella gara di andata, non c’è storia. Il Porto di Mourinho è una squadra solida, ma flessibile. Sa adattarsi al gioco dell’avversario, sa entrargli sottopelle. Un 4-3-1-2 mutevole, camaleontico. Anche perchè, di questi numeri, ce ne sta solo uno che conta. Ed è quell’uno prima del due. Quell’uno risponde al nome di Anderson Luís de Souza, Deco. Brasiliano naturalizzato portoghese, di quella squadra ha le chiavi. Il Porto accende quando accende Deco, accelera quando accelera Deco. E quell’anno, in quell’edizione della Coppa dei Campioni, nessuno sembrava riuscire ad acchiapparlo, quel folletto. Ed è proprio Deco a firmare il 2-0 della gara d’andata, insieme ad un altro pretoriano di Mourinho, Ricardo Carvalho. Ci sarà un motivo per cui questo difensore portoghese ha seguito Josè ovunque sia andato a conquistare coppe e trofei. C’è, ed è semplice. Carvalho sposa la causa di Mourinho dal primo momento, per il suo allenatore si farebbe anche fucilare. E per un allenatore che in campo pretende impegno e dedizione totale, non c’è niente di meglio.

Intanto, al ritorno, Porto e Olympique Lyonnais pareggiano 2-2. Le reti del Porto le segna tutte e due Maniche, altro devoto alla causa di Mourinho. Si, perchè Nuno Ricardo de Oliveira Ribeiro giocava nel Benfica, da ala. Poi, problemi disciplinari, storie tese con i biancorossi. Arriva l’uomo di Setubal e lo convince ad andare a giocare per lui con gli eterni rivali. Al Porto Maniche diventa un motorino instancabile, il raccordo tra il centrocampo e le punte. E’ lui, insieme a Costinha e Pedro Mendes, a tenere insieme il centrocampo. A correre su e giù per il campo, ad affannarsi per recuperare quanti più palloni possibili per darli a Deco e dire: “tieni, fai tu“. Di tanto in tanto, Maniche si esibisce anche nella specialità della casa: la mina fortissima, con la quale, appunto, colpisce due volte il Lione e manda in semifinale il Porto.

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Semifinale in cui il Porto affronterà il Milan campione in carica, no? Già, perchè i rossoneri a San Siro hanno asfaltato 4-1 il Deportivo La Coruña, e il ritorno in Spagna sembra essere solo una formalità. E invece no, perchè il 7 aprile 2004, al Riazor, va in scena un altro capitolo della Champions League più pazza di sempre. Il Milan, in un catino bollente, si squaglia sotto i colpi del Rifle Pandiani, di Valeron, di Luque, di Fran. Quattro a zero per il Depor, i rossoneri non riescono a segnare nemmeno il gol che manderebbe la partita ai supplementari. Fuori, a casa. Semifinale Deportivo-Porto.

Dall’altra parte del tabellone, invece? Monaco, Real Madrid, Chelsea, Arsenal. Ecco, da questa parte del tabellone c’è un’altra storia che merita di essere raccontata, una storia che correrà su binari paralleli di quella del Porto di Mourinho. Si, perchè alla finale di questa pazza edizione di Champions arriveranno due Cenerentole, due squadre sulle quali nessuno avrebbe scommesso un misero euro. Eliminando Real Madrid prima e Chelsea poi, il Monaco di Didier Deschamps arriverà a Gelsenkirchen a giocarsi la finale più strana di sempre.

L’andata dei quarti di finale si gioca al Santiago Bernabeu il 24 marzo del 2004. Squillaci porta in vantaggio i francesi, poi sul Monaco si abbatte l’uragano Real. Ivan Helguera, Figo, Zidane, Ronaldo. 4-1 per il Real. All’ottantatreesimo c’è spazio per il gol dell’ex, e che ex. Fernando Morientes incorna in rete un meraviglioso cross di Plašil, lasciando aperto uno spiraglio per la gara di ritorno al Louis II di Monaco.

Il Real Madrid si presenta così nel Principato pronto a dare spettacolo. Figo, Zidane, Guti e Raúl non fanno capire niente ai moneghaschi, che la palla non la vedono mai, ma veramente mai. E dopo 36 minuti, infatti, Raul Gonzalez Blanco, l’eroe delle Merengues, porta in vantaggio il Real. Sembra finita, deve essere necessariamente finita. Non c’è spazio per i miracoli. Al Monaco adesso servono tre gol per passare il turno, e quando li fanno? A fine primo tempo, per esempio. Nei minuti di recupero, Nando Morientes si inventa una sponda di testa sontuosa all’indietro, Ludovic Giuly appare in un attimo al limite dell’area e batte Casillas con un gioiello al volo nell’angolino basso, deviato da due gambe madrilene. Pazienza, la deviazione sporca è il sigillo sul gioiello. Uno a uno, spogliatoi.

Fussball: Champions League 03/04, AS Monaco-Real Madrid 3:1

E dagli spogliatoi, esce solo il Monaco. Al quarantottesimo Patrice Evra manda in area di rigore un pallone che pare guidato da un telecomando. Vola, vola, vola, cerca e trova la testa di Morientes, come se ci fosse un calamitone in quel testone spagnolo. Nando sale in cielo, brama quel pallone, lo raggiunge un secondo prima di tutti e lo recapita nell’angolo alto alla destra del suo ex portiere. Poi, al sessantaseiesimo il delirio. Ibarra mette in mezzo un pallone rasoterra, che passa in mezzo a tutta la difesa madrilena. Supera Morientes, sta per superare anche Giuly. E’ un missile, sarebbe da folli sperare di deviarlo. Ma Giuly, da buon visionario, vede le cose prima che accadano. Da piccolo mago qual è, in un nanosecondo ha un’idea, un’intuizione, un lampo. In un batter d’occhio Casillas si ritrova a dover raccogliere in fondo al sacco della sua porta il pallone del 3-1. Cosa è successo? Niente di che, Giuly si è inventato un colpo di tacco, di suola, di magia, che resterà nella storia della Champions League.

Il Real è stordito, si butta dentro, con tutte le forze che ha. Ma Flavio Roma respinge tutto, si fa ammonire per perdita di tempo come è sacrosanto che sia. Poi arriva il triplice fischio finale e il Monaco ha eliminato il Real Madrid ed è in semifinale di Champions League. Insieme al Depor, insieme al Porto, insieme al Chelsea. Sembra essere davvero la Champions League più pazza di sempre.

Semifinali: Monaco-Chelsea, Porto-Deportivo. Al do Dragão, all’andata, il Deportivo fa una cosa che a noi piace particolarmente: si arrocca fino all’inverosimile, e riesce a strappare uno 0-0 di platino. Maniche, a 20 minuti dalla fine, rischia di far cadere giù lo stadio con una palombella da centrocampo, ma la traversa decide che non è il caso di riedifcare il do Dragão. All’ottantasettesimo Jorge Andrade si fa cacciare per un calcetto a Deco dopo avergli fatto fallo. Ma alla fine, gli spagnoli si portano a casa quello che volevano: la qualificazione si deciderà in Galizia, nel fortino del Riazor.

L’altra semifinale vede il Monaco dominare l’andata al Louis II, sulle ali dell’entusiasmo dei quarti di finale. Dado Prso, Nando Morientes, Shabani Nonda: le punte di Deschamps vanno tutte a segno. Finisce 3-1 per il Monaco, con i due gol della vittoria segnati addirittura in 10 per l’espulsione di Zikos. Sembra che ci sia qualcosa di magico in quella squadra, un flusso che permette ai biancorossi di giocare in maniera perfetta, come in un sogno.

Al Riazor, invece, per il ritorno si prevede battaglia, grossa battaglia. Josè Mourinho, soprendendo tutti, lascia in panchina Benni McCarthy, e rilancia titolare il brasiliano Derlei, appena rientrato da un lungo infortunio. Al 47′ proprio Derlei si tuffa a pesce su un cross millimetrico di Deco. Ma i sogni di gloria del brasiliano si impongono su un palo che non ha voglia di partecipare alla favola. Ma quel palo nulla potrà qualche minuto dopo, quando Cèsar butta giù Deco in area di rigore. Solo così lo fermavi ‘O Magico quell’anno. Cèsar, che era in campo per sostituire Andrade, squalificato proprio per quel calcione a Deco. Derlei si prende il pallone, si prende la responsabilità. Guarda negli occhi Molina, guarda quel palo beffardo e insacca con sicurezza il rigore dell’1-0. Basterà, perchè il Depor, nonostante gli sforzi, non lo segnerà il gol della vittoria, nè tantomeno quello del pareggio. Il Porto di Josè Mourinho è in finale di Champions League. E’ una sorpresa clamorosa.

Una sorpresa clamorosa, si, ma mai quanto quella che viene fuori dall’altra semifinale. Perchè si, il Monaco esce clamorosamente indenne da Stamford Bridge. Perchè il Chelsea assedia il fortino di Flavio Roma, si porta sul 2-0, sembra destinato a ribaltare il 3-1 dell’andata e volare in finale. E invece, proprio prima dell’intervallo, Ibarra accorcia le distanze. Al 60′ sempre lui, ancora lui, decisamente lui: Morientes segna il gol numero nove della sua Champions. Ed è quello più importante, perchè manda il Monaco in finale di Champions. E’ una sopresa clamorosa. Anche questa.

All’Arena AufSchalke di Gelsenkirchen, il 26 maggio 2004 in ogni modo, in ogni caso, comunque andrà, si scriverà la storia. «Nessuna delle squadre vincerà 3-0 o 4-1» predicava Josè Mourinho alla vigilia del match. E chissà se è stato felice di essere smentito dal campo, lui che di sbagliare non è mai stato felice. Il Porto è sempre lo stesso. Organizzato, fluido, compatto. Mourinho tiene fuori McCarthy, lascia in avanti Derlei e Carlos Alberto, a sopresa. Giuly, dopo 23 minuti, deve abbandonare la contesa. Sente un muscolo tirargli. E’ fuori, l’eroe del Principato. Deve guardarla da fuori la storia. Lascia la penna in mano a Dado Prso e si accomoda in panchina, trattenendo le lacrime di chi si sente impotente di fronte ad un’ingiustizia.

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Poi, quando il primo tempo sta per finire, un lampo. Un episodio. Un pallone in area, uno come tanti. Un batti e ribatti, il pallone che sbatte sulle gambe di Givet e, di sua spontanea volontà, si appropinqua dalle parti di Carlos Alberto. Il giovane brasiliano lo capisce immediatamente che quel pallone profuma di vittoria, di gloria. Vi si avventa come un leone sulla sua preda, lo scaraventa nell’angolino in un battibaleno, dove Roma non può arrivare. Porto in vantaggio. Con l’uomo che nessuno si aspettava di vedere in campo.

La reazione del Monaco è furiosa, come quella di chi sa che gli stanno strappando dalle mani un sogno, quel sogno in cui tanto avevano creduto questi ragazzi. Si butta in avanti il Monaco, come chi non ha più nulla da perdere. E il Porto non aspettava altro. Cinico, determinato, calcolatore. Come il suo allenatore. Colpisce in contropiede, con la lucidità di chi pare non aver mai fatto altro nella propria vita.

Deco, ‘O Magico, recupera un pallone, lo allarga per il neoentrato Alenichev. Si, il russo che era passato anche da Roma. Si fa restituire il pallone. Lo controlla in area. Ha tutto il tempo di guardarsi intorno, di spiazzare Flavio Roma con un movimento degli occhi, di mandare in ipnosi i due difensori. E soprattutto il tempo di pensare che quel pallone che sta per rotolare oltre la linea di porta vuol dire una e una sola cosa: ‘O Magico e i suoi compagni stanno per mettere le mani su quella Coppa.

Il Monaco crolla, come chi sa che non c’è più nessun sogno, nessuna favola. Assiste impotente al 3-0 di Alenichev. Assiste impotente alla standing ovation per Derlei. Assiste impotente, tra le lacrime, alla standing ovation per Deco. Assiste impotente, tra i singhiozzi, al triplice fischio finale di Kim Milton Nielsen. Assiste impotente alla consegna della coppa a Jorge Jesus, tra i rimpianti e i rimorsi per quello che poteva essere e non è stato.

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Josè Mourinho sale per un attimo insieme ai suoi ragazzi per toccare la Coppa, per fare una foto. Poi scende i gradini. Mette le mani in tasca, la testa bassa. Lui lo sa già che nel suo futuro c’è l’Inghilterra. Il Chelsea. Altre storie da scrivere. Ripensa alla papera di Tim Howard, quella notte ad Old Trafford. Lo ringrazia. Chissà cosa sarebbe stato, chissà come sarebbe andata, se quella sera ad Old Trafford Tim Howard avesse trattenuto quel pallone. Chissà che fine avrebbero fatto poi il  Porto, il Chelsea, l’Inter, il Real Madrid. Non è dato saperlo. Il bello, il fascino e la magia del calcio sono anche questo, sono soprattutto questo.

All’Arena AufSchalke di Gelsenkirchen, un inserviente sta finendo di ripulire lo spogliatoio del Porto. I coriandoli ancora per terra, l’odore forte dello champagne con cui si è brindato ancora nell’aria. Prova a chiudere la porta dello spogliatoio. Sente una voce lontana. Un eco distante. Il rumore delle parole di un allenatore portoghese.

Non dimenticheremo mai questo giorno: le emozioni, le sensazioni, le immagini resteranno con noi per il resto della vita. Vivere con brutti ricordi è una tragedia; vivere con dei bei ricordi ci dà la forza per continuare la lotta. Siate voi stessi, non perdete l’identità come squadra, giocate come diavoli e vincete.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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