Miracolo a Salerno Miracolo a Salerno
In un pomeriggio di fine agosto del lontano 1997 allo stadio Arechi di Salerno comincia una storia gloriosa ed inimitabile che cambierà per sempre... Miracolo a Salerno

In un pomeriggio di fine agosto del lontano 1997 allo stadio Arechi di Salerno comincia una storia gloriosa ed inimitabile che cambierà per sempre l’immaginario di una generazione di tifosi granata regalando immortalità ai protagonisti ed un sogno chiamato serie A ad un intero popolo da sempre abituato a soffrire e vivere di rimpianti. Delio Rossi ed un gruppo di ragazzi con un palmares non eccezionale sfidano il blasonato Verona nella prima giornata di B davanti a quasi 25.000 spettatori e alle telecamere di Telepiu’: in città ci sono grandissima attesa ed entusiasmo nonostante una precedente stagione a dir poco fallimentare, salvata da un gol miracoloso del sudafricano Masinga al Castel di Sangro che aveva garantito la permanenza nella categoria.

C’è nell’aria qualcosa di speciale, e tutti lo avvertono sin da fine giugno, il momento dell’ufficializzazione del ritorno a Salerno da Pescara del “Profeta”, artefice della prima grande promozione granata negli anni ’90 (dalla C alla B) e poi di uno strepitoso torneo di B non culminato nella promozione per una sconfitta sfortunata e immeritata a Bergamo all’ultima curva. La gente ci crede e lo accoglie da re della montagna, non abbassando il livello di fiducia nemmeno dopo una campagna acquisti “normale” il cui unico investimento corposo viene fatto su un ventunenne ex primavera della Lazio, reduce da annate anonime tra Bari e Verona e quasi ufficialmente diventato promessa mancata del nostro calcio.

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Gli altri innesti sono i “retrocessi” Ciro Ferrara (già granata nell’89/90), Galeoto e Giacomo Tedesco, suo fratello Giovanni Tedesco, più un vecchio portiere, Daniele Balli, tre giovani di belle speranze (Ivan Franceschini,Vaclav Kolousek E Luca Fusco, salernitano verace) e un centravanti mai iper-prolifico, Renato Greco, che il Pescara aveva quasi “obbligato” la Salernitana a comprare come indennizzo per la liberazione di Delio Rossi.

Ah dimenticavo, quel ragazzino ventunenne di cui sopra si chiama Marco Di Vaio, e non stuzzica più di tanto le fantasie di tifosi e addetti ai lavori, ma anche il presidente Aliberti – anziche’ prenderlo in comproprietà come chiede inizialmente la Lazio e come da accordi iniziali – sente qualcosa di magico nell’atmosfera e investe il doppio per l’intero cartellino. Chi non è andato via perché senza di lui la Salernitana non è la stessa cosa è IL capitano Roberto Breda, che non avreste mai trovato su questa pagina web se non per questa epopea perché è un modello di sobrietà, intelligenza e sportività senza eguali nel mondo del calcio.

Si riparte, dunque, dal 4-3-3 tanto caro a Rossi e alla gente di Salerno, e si riparte dal Verona, che viene preso a pallonate dal primo al novantesimo minuto senza soluzione di continuità. Quindici tiri in porta circa, tre rigori di cui due sbagliati e 2 gol realizzati, di Artistico (altro confermato della precedente stagione) e Di Vaio, per un massacro sportivo di rare proporzioni che va al di là del punteggio. I 25.000 dell’Arechi escono dallo stadio esterrefatti, stupefatti, quasi commossi per quello che hanno visto. Io e mio padre entriamo in macchina e ci sussurriamo reciprocamente ma sotto voce che forse questo è l’anno buono.

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Dopo tre settimane, il giorno di San Matteo, patrono della città, arriva la Reggiana all’Arechi e i 20.000 assistono nuovamente ad uno show quasi mistico. Altro avversario preso a pallonate, 4 per la precisione, e altri lampi clamorosi della promessa mancata. Non sono solo i risultati a trascinare la folla, ma impressiona l’incredibile quantità di tagli degli attaccanti e palle gol, il pressing furioso, la capacità di arrivare al tiro da tutte le parti e con tutti gli uomini in campo. La curva sud capisce l’andazzo e decide di unire alla grande bellezza prodotta dai giocatori anche quella sugli spalti, con coreografie mozzafiato come quelle contro Perugia (battuto 2-0 con doppietta della promessa mancata), Genoa (2-1, con altro timbro d’autore del numero 11) e Foggia nel finale di stagione (3-2, e le immagini forse più belle della storia del tifo granata).

Nel mentre qualche altra goleada d’ordinanza come quella a Castel di Sangro (altre 5 pere tanto per gradire per un 5-3 orgasmico) e in casa col Pescara (5-1 con doppietta di Dio che realizza pure un gol da 40 metri di controbalzo).

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Ormai la Salernitana e’ un privilegio dell’intera comunità, da gustare tutti insieme, con raduni di gruppi enormi nelle case per vedere la trasferta di turno e intere famiglie che vanno allo stadio per godersi i trionfi in totale rilassatezza ed armonia. Rossi dice che non guarda la classifica ma quando a dicembre bisogna andare a sfidare il Venezia sa benissimo che va a giocarsi il primato in casa della capolista. In laguna fa un freddo cane ma i granata non fanno prigionieri e surclassano la squadra di Novellino 3-0 con doppietta di Dio (il secondo gol e’ forse il più bello della sua esperienza in granata) e carambola finale di Greco.

Si’ papà, questo è l’anno buono“, dico convinto uscendo dal portone di casa del mio amico designato per il gruppo di ascolto (15 esaltati) imbattendomi in un mare di gente che canta a squarciagola LA CAPOLISTA SE NE VA ballando e saltando come in preda ad ubriachezza molesta. Il coretto non finirà mai più di risuonare fino a giugno in ogni strada, classe di scuola, barbiere, quartiere, casa, come un mantra inesorabile. Anche le lezioni a scuola quell’anno sono meno pesanti, anche la fatica più dura sembra meno distruttiva, anche le trasferte più lunghe sembrano dolci scampagnate di Pasquetta. Salerno e’ ancora più bella del solito, e’ felice e tutta colorata di granata in ogni rione.

Neppure il Torino la domenica successiva mette paura alla corazzata di Rossi che vince 2-1 con Di Vaio e Giacomo Tedesco, e neppure la Reggina può’ nulla dopo due settimane tornando a casa con altri 2 gol sul groppone, trafitta anche da un insolito sospetto, tale Ciro De Cesare, che segna con un tiro a giro alla Del Piero da fuori area dopo una azione solitaria. Ciro, salernitano puro sangue del quartiere Mariconda, parte per una corsa dionisiaca verso la curva sud ed entra di diritto nel cuore di un popolo che da quel momento gli vuole bene come ad uno di famiglia o ad un amico fidato.

Non ce n’è più per nessuno e quel primato solitario non viene mai messo in discussione. C’è solo spazio per altre godurie, altri gol di Di Vaio, altri tagli di Ricchetti, altre goleade ed altre feste nei quartieri dove i giocatori si alternano tutte le sere e vengono idolatrati come eroi. I pochi passaggi a vuoto non scalfiscono l’entusiasmo della gente che esce dallo stadio comunque sempre felice e sorridente, pure quando perde come in casa contro il Chievo 2-3 nella terza giornata di ritorno. Anche perché nella prima di ritorno i granata rifilano altri 2 gol al Verona in trasferta in una partita diventata tesissima per colpa di alcuni incidenti sugli spalti. Marco Di Vaio e’ sempre più considerato Dio anche quando segna meno e Delio Rossi e’ il suo Profeta: il primo coro dello stadio e’ sempre per il romagnolo, che vive quasi tutto il campionato con un self control invidiabile fino all’esplosione emotiva di fine Salernitana-Cagliari 1-0 di aprile 1998, quando sbatte le mani sulla panchina assatanato per qualche secondo prima di lasciarsi andare agli applausi del pubblico che sembrano non voler finire mai.

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La serie A dopo 40 anni di attesa arriva il 10 maggio del 1998, al culmine di una settimana triste per tutta la provincia di Salerno a seguito dell’alluvione drammatica che mette in ginocchio la città di Sarno seminando morte e distruzione. La squadra e la città decidono di rispettare il lutto del proprio territorio esultando sobriamente solo in campo al fischio finale, ma le tante lacrime di gioia versate dopo quel fischio finale e le bandiere granata al vento sono solo il suggello di un continuo festeggiamento cominciato praticamente a marzo.

Quella squadra, inopinatamente smantellata sul mercato nonostante alcuni acquisti di grande valore, e Delio Rossi resteranno per sempre negli occhi del popolo di Salerno che mai più probabilmente rivedrà la stessa qualità di gioco e rivivrà lo stesso spettacolo.

Nemmeno la successiva, discussa, tragica (per altri motivi) e immeritata retrocessione del 98/99 che vanificherà l’incredibile cavalcata scalfisce minimamente i 72 punti e 65 gol realizzati da quella Salernitana, trascinata da uno stadio sempre pieno e traboccante d’amore. Nemmeno gli errori di gestione di Rossi nella stagione successiva e il suo esonero forse tardivo cancelleranno il legame viscerale nato tra il tecnico e la piazza ed il suo mito. Nessun tifoso della Salernitana non racconterà a figli e nipotini quella storia e quel miracolo.

Nessuna gioia, forse, sarà come quella, a Salerno, e mai lo stadio è stato più così stracolmo: l’unica cosa che è rimasta identica e’ la voglia di sognare dei tifosi di quella generazione, che dopo due fallimenti e tanti bocconi amari adesso sperano di ritrovare una nuova età dell’oro, un nuovo Delio Rossi, una nuova serie A, un nuovo grande spettacolo.

Giuseppe Rivellini

(foto salernomania.it)