Milan-Liverpool: paradiso-inferno andata e ritorno. Milan-Liverpool: paradiso-inferno andata e ritorno.
Accarezzare un sogno, stringerlo a sé, cullarselo e respirarne il profumo. Sentire che quel sogno ti sta sfuggendo dalle mani, avvertire le forze che ti... Milan-Liverpool: paradiso-inferno andata e ritorno.

Accarezzare un sogno, stringerlo a sé, cullarselo e respirarne il profumo. Sentire che quel sogno ti sta sfuggendo dalle mani, avvertire le forze che ti abbandonano e non avere la forza di reagire, non riuscire neanche più a pensare. E poi, cadere a terra, in ginocchio. Asciugarsi le lacrime dal viso e guardare un estraneo che sta accarezzando il suo sogno. Lo sta stringendo. Lo sta cullando e ne sta respirando il profumo. Eppure era il tuo sogno, eppure ce lo avevi lì, proprio tra le mani. Ma la vita è crudele, e il calcio di più. E’ bastato un attimo per ritrovarsi a mani vuote. Per guardare dentro gli occhi amici e trovarci dentro solo un oceano di lacrime. Per alzare quegli occhi al cielo della notte nera di Istanbul e scoprire che il cielo non è mai stato così nero. Mai, come in quella notte in cui una squadra vide volare via una Coppa che sembrava già in bacheca.

Istanbul. Stadio Olimpico Atatürk. 25 maggio 2005. E’ la notte di Milan-Liverpool. E’ la finale della cinquantesima edizione della Coppa dei Campioni. Che qualcuno vuole costringerci a chiamare Champions League. E’ una notte che sta per passare alla storia come una delle più folli del calcio moderno, ma quando, pochi minuti prima delle 20.45, l’arbitro spagnolo Manuel Mejuto González sta calpestando il tappeto rosso che porta al terreno di gioco, con la palla in mano e le due squadre alle sue spalle, nessuno può saperlo ancora. E, per un bel po’ almeno, non lo saprà nessuno.

Perchè basta meno di un minuto per iniziare a modellare quel sogno. Basta che Kakà tenti la prima progressione della sua partita, e venga steso guadagnandosi un calcio di punizione dall’esterno destro del campo. Basta che Andrea Pirlo alzi il braccio per chiamare lo schema, e poi metta una palla tesa forte al centro. Basta che Paolo Maldini, improvvisatosi centravanti, benedica la sua settima finale di Champions League con un destro che si insacca in rete. 50 secondi, più o meno. Il Milan è già in vantaggio e la serata sembra in discesa, sembra spalancare le porte del Paradiso ai rossoneri, per l’occasione in tenuta bianca, candidi come l’innocenza.

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E la discesa sembra sempre più dolce. Il Liverpool è in bambola, non sembra riuscire a reagire, come un pugile stordito. Prima Shevchenko si invola in contropiede, lanciato da una delle tante perle di Kakà. Trafigge Dudek, ma dall’altra parte del campo c’è il guardalinee con la bandierina alzata, indispettito da un paio di millimetri di fuorigioco. Si rimane sull’uno a zero, ma la partita la continua a dominare il Milan. Come le cavallette, i Diavoli si riversano nella metà campo del Liverpool non appena recuperano palla. E su una di queste invasioni, sull’ennesima galoppata dell’inarrestabile Kakà, Sheva mette in mezzo, Hernan Crespo si ritrova il pallone tra i piedi e fa quello che è sempre stato abituato a fare. Spingere in rete la sfera e correre a braccia larghe verso i propri compagni. Sono trascorsi trentanove minuti, e la notte di Istanbul sembra destinata a splendere di stelle.

Cinque minuti dopo, il cielo di Istanbul spalanca un varco, mostra uno squarcio, con una scala verso il Paradiso. Perchè solo in Paradiso si può pensare di disegnare una traiettoria come quella che dipinge Kakà. Un fulmine che taglia a metà la difesa del Liverpool, e che arriva direttamente sul piede di Hernan Crespo, che si presenta, come sempre nella sua vita quando c’è un gol nell’aria, puntuale all’appuntamento. Come se sentisse la necessità di dare una dignità speciale a quel pallone regalatogli dal compagno, l’argentino lo tocca con il gesto più morbido che può. Una carezza soffice, che diventa un pugno dritto nello stomaco dei Reds. Quarantaquattro minuti, tre a zero. Quando il direttore di gara fischia per due volte, tutto sembra chiaro. Possono anche togliere i nastri rossi da quella Coppa con le orecchie grandi grandi. Lasciate solo quelli rossoneri, iniziate ad incidere sopra quelle 5 lettere. La Coppa torna in Italia, la Coppa va in villeggiatura sotto la Madonnina.

I giocatori del Liverpool rientrano negli spogliatoi con la testa bassa. La testa bassa a guardare l’Inferno che si sta spalancando sotto i loro piedi. L’Inferno che li sta aspettando a braccia larghe. I giocatori del Milan rientrano negli spogliatoi con la testa alta, il petto gonfio e gli occhi luccicanti di gioia. Gioia e brama. La brama di mettere finalmente le mani su quella Coppa. Di nuovo, come due anni prima, a Manchester, pochi chilometri da Liverpool. Solo 45 minuti separano le due grandi orecchie della Coppa dalle mani, sicure e forti, di Paolo Maldini. Quando i tifosi del Milan prendono fiato per riprendere a cantare più forte, riecheggiano forti e distinti i rumori dei singhiozzi e delle larcime di disperazionel del muro rosso della Kop. Le lacrime e la disperazione di chi, in quel momento sta odiando il calcio, lo sport e forse anche la vita.

Ma negli spogliatoi dello stadio Atatürk succede qualcosa. Qualcosa che la mente umana non potrà mai spiegare. Qualcosa che sfugge alla razionalità e alla normale comprensione delle cose della vita. Succede che il Dio del Pallone si diverte come un matto a prendere il libro del primo tempo, i due gol di Crespo, il gol di Maldini, le galoppate di Kakà, le parate di Dida e a bruciarlo senza pietà. Al cinquantaquattresimo minuto John Arne Riise pennella in mezzo un pallone che si dirige verso la testa di Steven Gerrard. Il capitano dei Reds incorna, solitario, e batte Dida. Non perde nemmeno tempo ad esultare. Lascia che i suoi compagni raccolgano il pallone, e torna di corsa verso la propria metà campo. Ringrazia John Arne Riise, poi, con tutta la forza che ha in corpo chiama a raccolta la sua gente. I suoi scousers. La sua Kop, che mette a posto i fazzoletti, asciuga le lacrime, tira fuori gli artigli. E’ di nuovo tempo di combattere, è di nuovo tempo di andare lì fuori e mostrare al mondo cosa significa indossare la maglia rossa del Liverpool. E’ tempo di andare a riprendersi la Coppa che quelli in maglia bianca credevano già loro.

E i giocatori del Milan lo capiscono che qualcosa sta cambiando. Come in quei pomeriggi estivi, in cui il cielo ad un tratto si fa nero e cupo, presagio di una tempesta imminente. Non serve nemmeno troppo tempo. Due minuti dopo il gol di Gerrard, Vladimír Šmicer si ritrova il pallone tra i piedi qualche metro prima del limite dell’area. Vladimír Šmicer che era entrato al posto di Harry Kewell nel primo tempo. Vladimír Šmicer che non doveva nemmeno essere in campo. Vladimír Šmicer che fa rimbalzare il pallone davanti a Dida, che goffamente si lascia superare. Vladimír Šmicer che segna il gol del 2-3.

Giocatori e tifosi del Milan iniziano a sentire forte sul petto una pressione opprimente. La pressione di chi sa che sta per lasciarsi sfuggire il proprio sogno, di chi, nel cuore, adesso, non ha più gioia e brama. Ma paura, solo e soltanto tanta paura. E hanno ragione, perchè quando l’ora di gioco sta per scoccare, il Liverpool si presenta in area. Baros, che il Milan ce l’ha nel nome, dialoga con Gerrard. Il capitano ha solo la porta davanti a sé. Deve solo coordinarsi e battere a rete, ma Gennaro Gattuso è più lesto di lui, e lo travolge. Calcio di rigore. Dal gol di Crespo e dalla fine del primo tempo, intervallo compreso, è trascorsa più o meno mezzora. Ma da quello che succede in campo, si direbbe che sono passate diverse ere geologiche. E quello che sta succedere, rasenta il filo della crudeltà più assoluta.

Xabi Alonso si presenta sul dischetto, e Dida intuisce la direzione del tiro dello spagnolo. In 5 secondi si condensa la storia della partita, come se fosse un sommario. La disperazione dei tifosi del Liverpool, la gioia dei tifosi del Milan, e poi in un attimo le parti che si invertono, Paradiso e Inferno che cambiano indirizzo. Xabi Alonso si avventa sulla respinta, e mette in rete il pallone del pareggio. Il pallone del 3-3, con mezzora ancora da giocare. E con tutto quello che è successo nella mezzora precedente, nessuno sa più onestamente cosa aspettarsi. Ma ogni tifoso del Milan potrà giurarvelo. Sul gol di Xabi Alonso, nessuno ha mai solo lontanamente più pensato alla Coppa. Sul gol di Xabi Alonso, la Coppa era bella che andata. 6 minuti, 360 secondi. Tanto è bastato per riscrivere la storia. Tanto è bastato per scambiare Paradiso e Inferno.

Perchè il Milan si butta all’attacco, come se nulla più importasse. Ma il Liverpool resiste, e la porta di Dudek sembra stregata. Traorè salva a porta vuota, Kakà non trova la via della rete con Dudek fuori dai pali. Si va ai supplementari, in un’atmosfera da brividi. Con i tifosi del Liverpool che assaporano il fresco profumo della vita appena ritrovata, e quelli del Milan che assaggiano l’aspro odore del terrore. Ma il destino sembra essersi schierato. Il Dio del Pallone ha infilato la mano nell’urna, e ha pescato una pallina rossa. Il Dio del Pallone ha già chiamato a sé quel curioso portiere polacco e ha deciso di dargli un bacio sulla testa, come faceva Laurent Blanc con Fabien Barthez. Non si spiega altrimenti quello che succede poco prima della fine dei supplementari. Con Sheva che si presenta a tu per tu con Dudek e gli spara addosso il pallone per ben due volte. Un pallone che neanche volendolo con tutte le proprie forze Dudek avrebbe potuto prendere. Un pallone che, nel più inspiegabile dei modi, non entra nella porta del Liverpool. Perchè il fato, il destino, il Signore o chi per lui avevano deciso che non dovesse entrare.

Si arriva ai calci di rigore. Ma i tifosi del Milan potrebbero anche non guardarli. I tifosi del Milan, se il cuore non li inganna, sanno già come finirà. Non può essere altrimenti, quella fitta dritta in mezzo al petto non può voler dire nient’altro. Dudek si muove sulla linea, balla come un tarantolato. Incosciente del fatto di essere fuori posto. Irrispettoso del dolore altrui. Irrispettoso dell’atmosfera mistica, dell’alone epico che sta per scendere su questa partita. Incurante del fatto di dover passare alla storia come il clown che ballava sulla linea di porta in un giorno storico per la sua gente. Ma intanto ipnotizza Serginho e Pirlo. Intanto porta il Liverpool a un solo rigore dalla Coppa. E’ il rigore che deve tirare Andriy Mykolayovych Shevchenko. E’ il rigore che Andriy Mykolayovych Shevchenko non infilerebbe nemmeno in una porta larga 20 metri e alta 5, con un nano di gesso a difenderla. Sheva si presenta sul dischetto con lo sguardo perso nel vuoto.

Così come due anni prima, a Manchester, gli occhi di Sheva tradirono l’esito, trionfale, dell’ultimo calcio di rigore, nella scura notte di Istanbul, lo sguardo dell’ucraino verso il vuoto significa semplicemente tutto. E infatti Andriy tira un rigore che non porta rispetto alla sua classe. Una ciabattata centrale, debole, senz’anima, Una ciabattata che Dudek para, mettendo fine al supplizio dei tifosi milanisti. Dudek para e corre ad abbracciare i suoi compagni. Il mondo si è ribaltato. L’Inferno dei Reds è diventato Paradiso. Il Paradiso dei rossoneri è diventato Inferno. Le lacrime di disperazione dei tifosi del Liverpool sono diventate lacrime di gioia. I giocatori del Milan, in ginocchio, a centrocampo. Le mani di Paolo Maldini sempre più lontane dalle orecchie della Coppa. I sogni di gloria infranti contro un cielo nero e cupo.

Steven Gerrard alza al cielo il trofeo. La sua gente può tornare a cantare. Una canzone, sempre quella.

When you walk through a storm
Hold your head up high
And don’t be afraid of the dark
At the end of the storm
There’s a golden sky
And the sweet silver song of a lark

La stessa che, i giocatori del Liverpool avevano sentito durante l’intervallo. Mentre Rafa Benitez parlava. Mentre Rafa Benitez faceva ascoltare ai suoi giocatori i festeggiamenti precoci dei milanisti. Sempre la stessa canzone. Sempre lo stesso mantra. Dagli spogliatoi, i giocatori del Liverpool non potevano vedere le lacrime che solcavano il viso dei tifosi con la maglia rossa. Le stesse lacrime che ora volevano significare una sola cosa: la gioia di chi ha messo piede all’Inferno e poi si è andato a prendere il Paradiso.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro