Mi dichiaro colpevole. Perché nel settembre del 2005 un ragazzo di ventidue anni scendeva dal treno alla stazione di Leicester, con qualche certezza e...

Mi dichiaro colpevole. Perché nel settembre del 2005 un ragazzo di ventidue anni scendeva dal treno alla stazione di Leicester, con qualche certezza e una valanga di dubbi su quale sarebbe stato il suo posto nel mondo. Perché quel ragazzo, pochi giorni o poche settimane dopo, in un pub fumoso di Leicester, decise che avrebbe chiuso con il calcio dei campioni.

Avrebbe continuato a giocarlo all’infinito, questo sì, a costo di spappolarsi le ginocchia, sui prati di Leicester e sui campi di Terza Categoria qua, al suo ritorno.

Ma basta, si disse quel ragazzo, basta con il calcio dei miliardi, dei pagliacci che si campano per terra appena si sentono sfiorare, basta con il calcio finto, dove il cuore non si vede più – o almeno io non lo vedo, ecco. Mi dichiaro colpevole perché quel ragazzo ero io, e oggi sono colpevole, colpevole di imperdonabile disattenzione, perché questo è l’anno della favola del Leicester e io ero troppo impegnato con le cose mie per seguirla come avrei dovuto, e quando ci penso, alla favola del Leicester, quando penso che la squadra della città che ho respirato nei miei indimenticabili mesi di Erasmus sta per arrivare al traguardo così, non ho parole per dirla, l’emozione che provo.

Leicester era una città povera, ferita, con l’orgoglio degli ultimi che sembrava sopito, e che solo l’alcol e le partite sui prati di Victoria Park sembravano scuotere, almeno un po’. Leicester era la città contraddittoria in cui gli stessi ragazzi che di notte sapevano partire diritti con un pugno in faccia senza ragione il sabato e la domenica ti tendevano la mano se andavi giù, e ti chiedevano “Era fallo?” – “Was it foul?“.

Chissà se tra loro c’era qualcuno di quelli che oggi stanno giocando la favola del Leicester – mi piace pensare di averne incontrato almeno uno, di esserci presi a sportellate almeno una volta, per poi tenderci la mano. Allora, e adesso lo so, il cuore di Leicester batteva, da qualche parte, ma noi eravamo troppo impegnati a vivere ogni istante del nostro Erasmus come se fosse l’ultimo per poter anche solo immaginare tutto questo, che un giorno ci sarebbe stata la favola del Leicester.

Della nostra, impronunciabile, Leicester. Buona fortuna, ragazzi, anche se non potete sentirmi, comunque vada a finire. Io vorrei solo poter tornare indietro, per parlare a quel ragazzo di ventidue anni, per dirgli: vedrai.

Carlo Greppi
twitter: @carlogreppi