Che l’infanzia ti segni la vita può sembrare un’ovvietà. Ma di tanto in tanto le circostanze della vita costringono qualche ragazzo a diventare grande...

Che l’infanzia ti segni la vita può sembrare un’ovvietà. Ma di tanto in tanto le circostanze della vita costringono qualche ragazzo a diventare grande troppo in fretta, a imparare prima del tempo a vedersela da soli, a combattere contro tutto il mondo con lo sguardo accigliato e una rabbia che sembra non voler andar via. Ma sono proprio questi i ragazzi che poi, alla fine dei conti, dimostrano di avere qualcosa di speciale. Qualcosa che li spinge a combattere ogni giorno per diventare grandi, per dimostrare a se stessi e alla vita che ce l’hanno fatta, che sono stati in grado di sconfiggerle e buttarle a terra, quelle maledette circostanze.

E’ il 1998, siamo a Moordrecht, piccola città dell’Olanda meridionale. Una porta si sta chiudendo, per sempre. Un uomo sta lasciando la sua casa. Una casa in cui dentro ci sono una donna olandese e un bambino di 4 anni, il figlio dei due. L’uomo, di nazionalità ghanese, sta per lasciarsi per sempre alle spalle quella donna e quel  bambino. Chiudendo quella porta, deciderà di non vederli mai più. Sbattendogliela in faccia, quella porta, li lascerà soli, contro il mondo. E così sarà. A quattro anni il piccolo Memphis è già praticamente solo.

La mamma, che deve anche trovare un modo per portare qualche soldo a casa, di tempo per lui ne ha davvero molto poco. Memphis cresce insieme ai nonni, materni ovviamente. Ma Memphis cresce soprattutto in mezzo ad una strada, con un pallone e con i suoi amici. Amici con i quali spesso finisce per litigare, visto che non deve essere semplice tornare a casa e dover chiedere, ogni santo giorno, perchè papà non torna, perchè non tornerà mai più.

Ma è proprio il calcio a salvarlo. Nonostante quel carattere difficile, Memphis con il pallone è bravo, anzi qualcosa in più. Sembra che il calcio sia l’unica ancora di salvezza della sua vita, e probabilmente è davvero così. A 9 anni lo Sparta lo porta a Rotterdam e gli insegna il calcio vero, quello organizzato. Quello in cui è consigliabile non insultare i tuoi compagni, quello in cui è consigliabile tenere a bada le mani e la voglia di metterle addosso a qualcuno. Ma i primi tempi sono difficili. L’esplosione del carattere di Memphis è sempre dietro l’angolo.

Aspettiamo che scoppi una rissa? Questo deve andarsene“. Queste le parole di uno degli allenatori di Memphis ai tempi dello sparta. E, effettivamente, dopo qualche anno se ne va. Phillip Cocu, nel 2006, quando Memphis ha 12 anni, lo nota. Guarda la rabbia che esce fuori da quel corpicino che sta diventando grande, osserva la velocità, la rapidità, la facilità con cui lascia partire dei veri e propri missili in cui sembra voler sfogare tutto quello che la vita gli ha fatto. Phillip Cocu se ne innamora e lo porta al PSV, dove hanno una cura particolare per il talento.

Finalmente Memphis capisce che deve mettere la testa a posto. Inizia a calmarsi. Sfoga la sua aggressività riempiendo il suo corpo di tatuaggi, di messaggi per se stesso e per chi lo circonda. Continua a correre, a mettere su muscoli. Centimetri no, visto che si ferma ai 176, che comunque sono più che sufficienti per impedire ai suoi avversari di buttarlo giù. E’ un torello, quando accelera non puoi neanche sperare di abbatterlo con una spallata. Preferisce partire da sinistra, per poi accentrarsi, saltare l’uomo con una delle sue accelerazioni micidiali, e poi trafiggere il portiere con un bolide. E’ come Arjen Robben, solo che dall’altra parte.

E’ come Arjen Robben, solo più cattivo, più determinato. Più Mempis. Ogni siluro verso la porta avversaria è un messaggio. E’ un modo per ricordarsi che la vita sa colpire duro, ma che bisogna reagire colpendo ancora più duro, ancora più forte. Ogni missile scagliato con quel destro è dedicato a quell’uomo che se n’è andato dalla sua vita. Quell’uomo per cui il cognome Depay è sparito dalla maglia numero 22 del PSV.

Nel 2011 entra nel giro della prima squadra, nel 2012 fa il suo esordio in Eredivisie, e poi segna il primo gol con la maglia del PSV, subentrando a un altro esterno talentuoso prodotto dalle parti di Eindhoven, Dries Mertens. Dall’anno successivo diventa un tassello indispensabile per la squadra. E se ne accorge anche Louis Van Gaal, che, alla fine di quella stagione, lo convoca per i Mondiali brasiliani, dove Memphis, nelle otto partite disputate dagli arancioni nella rassegna iridata, metterà a segno anche due gol. Van Gaal diventa ben presto un punto di riferimento nella vita di Memphis. Lo coccola, lo striglia, gli insegna come si sta in campo e come si dovrebbe stare al mondo. Proprio come farebbe un buon padre. La stagione 2014-15 è quella della consacrazione: 27 gol messi a segno nelle 38 volte che ha indossato la maglia del PSV. I tempi sono maturi per spiccare davvero il volo. Arriva una telefonata, in estate. E’ Louis Van Gaal, che per rilanciare il suo Manchester United ha bisogno di una freccia avvelenata da buttare sulla fascia sinistra.

Memphis arriva a Manchester, si mette sulle spalle una maglia pesante. La numero 7 di George Best, la numero 7 di Eric Cantona, la numero 7 di David Beckham, la numero 7 di Cristiano Ronaldo. Una maglia pesante che Memphis non ha ovviamente paura di indossare. Quando gli chiedono cosa scriverci, su quella maglia, non ha dubbi. Memphis, semplicemente. Memphis, come sempre. Quel Depay è quasi un’onta da cancellare, il ricordo di un passato che gli ha sbattuto la porta in faccia e se n’è andato. Un passato cui oggi Memphis può ripensare con un pizzico di rimpianto, ma forse senza più rabbia. La sua rivincita, il suo riscatto, forse Memphis lo ha avuto. La settimana scorsa Memphis ha fatto il suo debutto europeo con la maglia rossa dei Red Devils. E lo ha fatto segnando due capolavori. Due gol alla Memphis. Accelerazione, virata verso il centro, sassata in porta con il destro. Con tanti saluti a quel signore che in quel giorno del 1998 ebbe il coraggio di sbattere la porta in faccia a Memphis e a sua madre.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro