La Coppa Italia è una competizione che non mi piace. Penso sia il torneo più antisportivo in Europa. Soltanto qui si vedono delle squadre...

La Coppa Italia è una competizione che non mi piace. Penso sia il torneo più antisportivo in Europa. Soltanto qui si vedono delle squadre che entrano di diritto al quinto turno.

La frase è apparentemente banale, polemica, vecchia, ma la dice lunga sul personaggio. Ordine e sudore sono le priorità. Parla con l’accento strascicato tipico dei toscani, Maurizio Sarri. Lui, che in realtà è nato a Napoli nel 1959, figlio di Amerigo Sarri, ciclista professionista. E’ stato il padre a trasmettergli le pietre cardine del suo pensiero: la cultura della fatica, in primis. Quella di chi corre su due ruote, a capo chino, di chi supera le salite e si sbuccia le ginocchia contro l’asfalto. Quella stessa cultura che ritroviamo oggi nelle parole dell’allenatore 55enne.

La frase di cui sopra è stata pronunciata il 20 dicembre, dopo la sconfitta dell’Empoli ad opera della Roma nel match degli ottavi di finale. La squadra di Sarri ha giocato una partita spettacolare sotto il profilo della grinta e del gioco, ma questa non è più una novità. Al gol lampo di Iturbe ha risposto Verdi nel secondo tempo, con un inserimento perfetto su assist di Vecino (dribbling su Skorupski e palla in rete). Poi i supplementari, poi il discusso rigore che ha portato ai quarti i giallorossi.

Sarri non commenta, reprime la rabbia, volta le spalle e abbandona il campo per qualche secondo. Con il suo stile essenziale, poco elegante, tipico di chi ha fatto del sudore uno stile di vita. “Di essere uscito dalla Coppa non me ne frega niente” dice “Mi dispiace per i ragazzi.” Già, quegli 11 ragazzi che hanno corso per 120 minuti, ringhiando su ogni pallone, livellando al suolo gli avversari, falciando caviglie se necessario.

Il ciclismo è uno sport di fatica. Nel calcio c’è meno dedizione.” E allora devi farti il culo, con ordine, ma devi fartelo. Sarri, cresciuto a Vaggio, vicino Figline Val d’Arno (da cui l’accento) ha giocato come difensore a livello dilettantistico. Un mastino, dicono alcuni. Un macellaio, dicono altri. L’incubo di qualsiasi centravanti. Con quel suo volto ruvido, tagliato con l’accetta, che pare venuto fuori da un vecchio film con Ward Bond. Con lo sguardo di chi è perennemente incazzato.

Soprattutto, con l’attitudine a non mollare mai: piuttosto a mollarne qualcuna all’attaccante di turno. Buffo immaginarlo dietro i libri di Economia, o dietro la scrivania di una banca, con camicia e cravatta di ordinanza. Eppure la vita riserva alcune deviazioni dal percorso che ognuno di noi deve affrontare. Così eccolo lì, alle prese con il ruolo di consulente finanziario. Ma la natura è una brutta bestia da ingannare. Nel tempo libero allena: non passa molto prima che capisca qual è la scelta da fare.

Dissestata, piena di fango, ma la sua scelta. Si comincia dalle serie inferiori, le più umili. Stia, Faellese, Cavriglia, fino ad arrivare all’Eccellenza Toscana vinta e alla Coppa Italia di serie D conquistata alla guida del Sansovino. Lo Stadio “Le Fonti” di Monte San Savino non sarà il Santiago Bernabeu, ma la vista da quel prato un po’ spelacchiato è notevole. Il posto ideale dove farsi le ossa. Pochi anni dopo Sarri esordisce in serie B: è il 2005 e la panchina è quella del Pescara. Appena arrivato, improvvisa una presentazione online, in chat con i tifosi. Residuo della vita precedente, una certa passione per l’informatica.

La squadra non è la corazzata che, agli ordini di Zeman, sei anni più tardi farà gioire una città intera. C’è Fabrizio Cammarata, che aveva vinto il Torneo di Viareggio nelle giovanili della Juventus accanto a un certo Alessandro Del Piero. C’è un giovane Mobido Diakité, gigante francese che a fine stagione passerà alla Lazio. C’è il Gaucho Gautieri, che all’Atalanta ricordano sicuramente. C’è un ventitreenne di nome Daniele Croce, duttile centrocampista che Sarri si porterà dietro fino all’Empoli. Alla fine arrivano undicesimi, ma i principi del mister cominciano a farsi notare.

Difesa a quattro, esterni molto offensivi, trequartista dietro alla prima punta (al Pescara era Mario Bonfiglio, all’Empoli si farà notare Manuel Pucciarelli). Verticalizzazioni, palla a terra e picchiare. Non c’è da stupirsi, vero? Il mister abbandona la divisa da impiegato, posa la camicia e indossa il maglione, molto più spesso la tuta. E’ l’allenatore che ogni padre vorrebbe per il figlio esordiente, quello che nessuno si augura di incontrare dopo una sconfitta.

Curioso che la sua strada costeggi quella di un altro personaggio affine. E’ il 2006, e Sarri rileva Antonio Conte come coach dell’Arezzo. La squadra va male, parte con sei punti di penalizzazione rifilati della Commissione di Appello Federale. A fine stagione arriverà la retrocessione in C1. Il momento più alto, come per uno scherzo del destino, proprio in Coppa Italia, dove l’Arezzo raggiunge i quarti di finale. La doppia sfida con il Milan ha un sapore amaro per gli amaranto: l’andata vede la vittoria dei rossoneri per due a zero a San Siro, con un gol inspiegabilmente annullato a Terra per presunto fallo su Costacurta. Ancora decisioni dubbie, ancora una bellissima prestazione senza risultato. Nel ritorno in casa la squadra è una furia, ma non basta un capolavoro di Floro Flores: l’uno a zero li condanna.

Storie che si ripetono, in una via sterrata e popolata di fallimenti. Solo esoneri da lì in poi: Hellas Verona, Perugia, Grosseto, Sorrento. Poteva abbattersi, il buon Maurizio, con quella ‘c’ aspirata, quell’accento strascicato che profuma della sua terra. L’espressione cementata di chi non la darà vinta a nessuno. Questo rustico calcolatore. Questo tattico da trincea. Arriva la chiamata dell’Empoli, nel 2012. La prima stagione si conclude con la finale playoff di Serie B persa con il Livorno in finale (1-1 all’andata, 1-0 per i labronici nella gara di ritorno, con il gol di testa del solito Paulinho).

Ma la Serie A è solo rimandata: l’anno dopo gli azzurri arrivano secondi, guadagnando la promozione diretta. Memorabile, nella stagione 2013-2014, lo scontro diretto contro il Palermo del 3 febbraio: andate a rivedervi quella partita. Bisogna aspettare il 70esimo per vedere la prima rete: prima di allora l’Empoli si presenta costantemente davanti a Ujkani, con Maccarone e Tavano imbeccati dai centrocampisti alle spalle della difesa rosanero. I toscani producono una mole di gioco strepitosa, sembrano trovarsi ad occhi chiusi. Nel secondo tempo la rete dell’uno a zero la firma però Lafferty, mettendo quasi inconsciamente la testa su un tiraccio di Maresca.

La banda di Sarri non crolla, continua a spingere e Tavano evita la beffa dieci minuti dopo, con un gol tutto rabbia e agonismo. Queste sono le squadre di Sarri: ordine e sudore. Impiegati e ciclisti, le due facce del mister di Vaggio. Vaggio, che qualche burlone della Viola modificò in ‘Baggio’ sul cartello all’ingresso del paese. No, non siamo dalle parti del Divin Codino. Siamo dalle parti del pedalatore, di chi magari pedala a vuoto, ma non per questo è meno affascinante.

Mattia Carapelli
twitter: @mcarapex