Matthias Sindelar, la cartavelina che non si piegò a Hitler Matthias Sindelar, la cartavelina che non si piegò a Hitler
“Uno stelo appeso a due occhi azzurri che saettava come una freccia verso i gol più meravigliosi.” V. Caminiti Ci sono attimi, nello sport,... Matthias Sindelar, la cartavelina che non si piegò a Hitler

“Uno stelo appeso a due occhi azzurri che saettava come una freccia verso i gol più meravigliosi.”
V. Caminiti

Ci sono attimi, nello sport, che una fotografia consegna alla Storia come icone: Tommie Smith e John Carlos a capo chino, con il pugno alzato e guantato di nero, sul podio alle Olimpiadi di Città del Messico, o la faccia trasfigurata di Marco Tardelli che esulta dopo il gol alla Germania nella finale dei Mondiali di Spagna.

Del momento topico di questa storia, invece, non c’è alcuna immagine. 
Un po’ perchè erano altri tempi, non si fotografava compulsivamente qualsiasi cosa, e un po’ perchè, forse, qualcuno capì che quell’attimo sarebbe potuto diventare icona.
E decise di farne sparire le prove.

A volerlo guardare con superficialità, il protagonista non sembrerebbe neanche uno di quelli che piacciono a noi: è un attaccante con i piedi di velluto, di quelli che danzano con il pallone, che seminano avversari con una facilità disarmante. Uno di quelli che, al campetto dietro casa, avresti sistemato con un bell’intervento a gamba tesa. Il “Mozart del pallone”, l’avevano soprannominato.

Non è dai piedi, però, che si riconosce un vero delinquente, ma dal cuore e dall’orgoglio.
 E di cuore e di orgoglio, in questo gracile ragazzo austriaco, con gli occhi chiari e la faccia smunta, ce n’è finchè volete. Questa è la storia di Matthias Sindelar, “Der Papierene”. Cartavelina.

Matthias nasce nel 1903 a Kozlov, un piccolo paese della Moravia (allora impero austro-ungarico), in una famiglia molto povera che ben presto si trasferisce in un sobborgo di Vienna, per cercare di costruire un futuro migliore per lui e le sue tre sorelle.

Sindelar2 (da storiedicalcio.altervista.org)

Passa le sue giornate a giocare a pallone nei vicoli del suo quartiere, ma la Storia (con la S maiuscola) entra per la prima volta, tragicamente, nella sua vita: il padre muore combattendo durante la Prima Guerra Mondiale e il piccolo Matthias deve aiutare la madre e le sorelle a mandare avanti la lavanderia di famiglia. Il pallone diventa qualcosa da coltivare nei pochi ritagli di tempo. 

Già nel 1918, però, qualcuno nota il suo talento cristallino e, nonostante il fisico esile (da cui il soprannome “Cartavelina”), il giovane Sindelar viene tesserato nelle giovanili dell’Herta ASV di Vienna, con cui esordisce nel 1921 nel massimo campionato austriaco.

Nel 1925, dopo aver superato un grave infortunio al menisco che lo costringerà a giocare sempre con il ginocchio destro fasciato, passa all’Austria Vienna.

 Da lì non si muoverà mai più, diventando l’idolo della tifoseria, nonostante le lusinghe e i soldi di tutti i più grandi club europei, e contribuirà a costruire una delle più forti formazioni del suo tempo, con cui vincerà 1 campionato, 5 Coppe d’Austria e 2 Mitropa Cup (l’equivalente dell’odierna Champions League).

 Nel 1926 esordisce con la nazionale austriaca, il Wunderteam allenato da Hugo Meisl, che con Matthias Sindelar diventa una delle nazionali più temibili dell’epoca.
 La “Squadra Delle Meraviglie” inizia a prendere a pallonate tutte le altre (5-0 alla Scozia, 8-2 all’Ungheria, con 3 gol e 5 assist di Sindelar, 4-2 all’Italia, 6-0 alla Germania) e, tra il 1931 e il 1934 perde solo 2 partite su 28 disputate, segnando 99 gol. Si presenta ai Mondiali del ’34 come una delle favorite.

Sindelar era imprendibile. Monti non ce la faceva proprio, con quel diavolo.
A. Schiavio

I Mondiali del 1934 si giocano in Italia, però, e sono troppo importanti per la propaganda di Benito Mussolini: l’Austria viene eliminata 1-0 in semifinale dai padroni di casa, complici un gol viziato da un fallo sul portiere e un arbitraggio accomodante.

Ci riproveremo” immaginiamo abbia pensato Matthias, ignaro del fatto che la Storia stava per sconvolgergli, ancora una volta, la vita.

E’ il 12 Marzo 1938. Matthias si sveglia e scopre, insieme a milioni di suoi connazionali, che il suo paese è stato cancellato dalle carte geografiche.
 Le panzer-division di Adolf Hitler hanno varcato i confini nazionali e annesso l’Austria al Terzo Reich. Ora è solo una provincia della Grande Germania. 
Vienna si riempie di svastiche: sugli edifici comunali, sulle scuole, nei viali, sui tram.
I risultati si vedono subito: inizia la persecuzione degli ebrei, che vengono epurati dalla vita pubblica. Tra questi c’è Michael Schwarz, presidente dell’Austria Vienna di Sindelar, sostituito da un fedelissimo del Reich che proibisce persino ai giocatori di salutare il suo predecessore.

Il nuovo führer dell’Austria Vienna ci ha proibito di salutarla, ma io vorrò sempre dirle ‘Buongiorno’ ogni volta che avrò la fortuna di incontrarla.” Così dice ad alta voce Matthias, incontrando in pubblico il suo vecchio presidente. A “Cartavelina” i nazisti non piacciono, e ci tiene a farlo sapere. 

La nazionale dell’Austria giocherà un’ultima partita, la “Partita della Riunificazione”, un’amichevole di propaganda contro la Grande Germania, poi verrà anch’essa cancellata e i suoi migliori campioni giocheranno, secondo il disegno del Führer, sotto le insegne del Terzo Reich. 

La partita si gioca il 3 Aprile 1938 al Prater di Vienna e il finale è dato per scontato.

Sindelar3 (da goldengenerations.wordpress.com)

Ma che le cose non andranno come da copione, si intuisce già dall’ingresso in campo: l’Austria non indossa la tradizionale maglia bianca con i calzoncini neri, ma una maglia rossa con pantaloncini bianchi, colori della bandiera nazionale.
 In campo butta tutto l’orgoglio di un popolo umiliato. E guidata da Matthias, che prima segna il gol dell’1-0 andando ad esultare platealmente sotto il palco dei gerarchi nazisti, poi porge l’assist per il 2-0 di Karl Sesta, batte la Germania. Il protocollo prevede che, alla fine della partita, le 2 squadre si allineino a centrocampo e salutino, con il braccio teso, le autorità.

E qui manca la fotografia che sarebbe diventata icona: i calciatori in fila sono 22, le braccia protese nel saluto romano, invece, 20. 
Matthias è lì, con il suo amico Karl Sesta, con lo sguardo fisso verso la tribuna, ma con le braccia lungo i fianchi. A costo di rischiare la vita, giura a sé stesso, non giocherà mai per la Germania.

La Gestapo lo convoca, prima lo lusinga e poi lo minaccia, nel tentativo di convincerlo a scendere in campo con la divisa del Reich agli imminenti Mondiali di Francia, ma senza successo. 

Se questa storia fosse un film, Matthias sarebbe scappato dall’Austria occupata e sarebbe tornato a casa dopo la fine della guerra, magari intraprendendo una fulgida carriera da allenatore.

 Purtroppo però, questa è la realtà. E “Cartavelina” non è uno a cui piace scappare.

 Viene trovato morto, in circostanze mai chiarite, il 23 Gennaio 1939, nel suo appartamento in Annagasse. Accanto a lui, agonizzante (morirà poco dopo) la sua compagna Camilla Castagnola, ebrea. Suicidio, tragico incidente o omicidio? Il caso verrà frettolosamente archiviato.

Al funerale partecipano 20.000 persone: l’ultimo affronto di Matthias al regime a cui non si piegò mai.

Matteo Bambini

Related Posts

Avellino-Catania ha regalato parecchie emozioni

2019-08-25 16:59:11
delinquentidelpallone

8

Il Leeds di Marcelo Bielsa è una gioia per gli occhi

2019-08-25 12:09:30
delinquentidelpallone

8

Sergi Guardiola e la beffa al Bernabeu

2019-08-25 00:39:40
delinquentidelpallone

8

Le 5 possibili rivelazioni della Serie A 2019/20

2019-08-24 13:18:50
delinquentidelpallone

8

In Kenya sono parecchio arrabbiati per Arsenal-Liverpool

2019-08-23 23:09:52
delinquentidelpallone

8

Le 5 squadre favorite per la promozione in Serie A

2019-08-23 14:46:26
delinquentidelpallone

8