Matias Almeyda, l’indio che se ne fotteva Matias Almeyda, l’indio che se ne fotteva
Forse non andava così veloce, forse non correva così forte. Eppure, quando vedevi quei capelli lunghissimi, raccolti in un semplice elastico che sembrava non... Matias Almeyda, l’indio che se ne fotteva

Forse non andava così veloce, forse non correva così forte. Eppure, quando vedevi quei capelli lunghissimi, raccolti in un semplice elastico che sembrava non farcela a tenerli tutti, garrire al vento, avevi proprio l’impressione che quel guerriero con la faccia sporca, in mezzo al campo, andasse al doppio della velocità degli altri. Avevi l’impressione che quel guerriero si avventasse sul pallone prima degli altri perchè spinto dal vento.

Invece no, Matias Almeyda andava veloce, ma non così tanto. Su quel pallone ci arrivava per primo non perchè fosse più veloce degli altri. Ci arrivava per primo perchè in quel pallone ci vedeva tutto quello che non aveva avuto dalla vita. Su quel pallone Matias Almeyda voleva arrivarci per primo, doveva arrivarci per primo. Lasciarne passare anche solo uno per lui avrebbe significato una sconfitta, una macchia indelebile sulla sua reputazione e sul suo onore. Ed è per quello che Matias metteva su la faccia più cattiva che aveva, quella dell’indio sporco, e si lanciava in tackle. E, naturalmente, quel pallone se lo prendeva lui.

Matias Almeyda forse lo avete visto giocare per la prima volta ai tempi della Lazio che vinceva tutto, o quasi. Lui, che era arrivato a Roma a 24 anni, nel 1997, di strada invece ne aveva già fatta parecchia. Perchè uno come lui nasce inspiegabilmente già grande, già leader. Cinque stagioni nel River Plate ti fanno diventare adulto in fretta, soprattutto se in quegli anni vinci tre titoli nazionali. Lo notano anche al di là dell’oceano Atlantico, se ne accorge il Siviglia che porta quel centrocampista tutto grinta, cattiveria e agonismo in Europa nel 1996, per una stagione che non sarà di certo indimenticabile. Forse perchè il suo destino è altrove, in una città che il calcio lo intende esattamente come lui.

Perchè el Pelado Almeyda ha bisogno di qualcosa per cui combattere. Di una causa in cui credere. Di una guerra da vincere. Di un pallone da conquistare. Di un nemico da fermare, a tutti i costi. Di un popolo da guidare. A Roma, con la maglia della Lazio, troverà tutto questo, troverà la gloria. Non sarà tutto così facile. Ma nella Lazio che vince tutto, una Lazio che di piedi buoni ne ha fin troppi, serve qualcuno che metta a disposizione cuore e polmoni. E che problema c’è? Matias Almeyda è lì per questo. Per ringhiare dietro a tutti gli avversari, per percorrere tutto il centrocampo da cima a fondo a caccia di un pallone da prendere e riconquistare.

Matias Almeyda sembra andare orgoglioso della sua fama di cattivo. In campo sono molti quelli che picchiano forte, pochi quelli che ne vanno anche fieri. Negli anni Novanta erano ancora di più, ce n’erano parecchi. Per vincere quelle battaglie serviva gente disposta a tutto. Gente disposta a sporcarsi la faccia, la reputazione e l’onore. Gente disposta a prendersi gli insulti degli avversari, i cartellini degli arbitri, le reprimende della stampa buonista e moralista. Pronta a metterti addosso l’etichetta di macellaio, di carnefice, di picchiatore. Matias Almeyda di tutto ciò poco se ne importava. Continuava a fare il suo lavoro, il lavoro per il quale aveva bisogno della sua faccia sporca e della sua grinta, quella grinta necessaria a scivolare per terra anche dieci, venti, trenta volte nel corso della stessa partita. Matias Almeyda continuava a fare il suo lavoro. Semplicemente fottendosene.

Dopo aver vinto in Italia e in Europa con la Lazio va a Parma. Ma a Parma, spesso, non gli piace quello che vede. Ci sono le prime magagne di Tanzi che iniziano a venire fuori. Ci sono flebo e pillole che Matias manda giù, ma che a uno come lui non piacciono mica tanto. Ci sono i guai con gli ultras che contestano. A Parma non ci sono guerre da combattere, a Parma non c’è una battaglia da vincere a tutti i costi. Ed è per questo che l’indio Almeyda inizia a combattere con altri demoni, altri fantasmi. Fantasmi che qualche anno dopo diventeranno reali. E lo tormenteranno più di un numero 10 al quale non riesce a togliere mai la palla. E, fidatevi, per uno come Almeyda non riuscire a togliere la palla a un fantasista era qualcosa di terribile.

Nel 2002 passa all’Inter. A Milano lo apprezzano, e d’altronde uno con la sua grinta non puoi non apprezzarlo. Paradossalmente uno come Almeyda lo devi ammirare anche se ti sta antipatico, anche se vorresti odiarlo. Perchè fondamentalmente ti sarebbe sempre piaciuto avere la faccia da duro che si porta appresso Almeyda, entrare nel più losco dei bar del più losco quartiere della più losca città e sentire il rispetto e la paura che una faccia come quella può incutere. A Milano, però, Matias si sente mancare l’aria. Qualche infortunio di troppo, la depressione che comincia a fare capolino, come racconterà stesso lui. I fantasmi che sfociano in tensione. C’è un episodio che vale la pena raccontare. Succede il 21 dicembre del 2013, e non succede certo in un posto a caso. Succede allo stadio Olimpico di Roma, quel posto in cui Matias Almeyda si era sentito a casa. La sua Inter sta perdendo, lui ha un diverbio con Corradi, si fa ammonire per la seconda volta, l’arbitro vorrebbe cacciarlo.

L’indio perde le staffe, strappa il cartellino rosso dalle mani di Trefoloni, vorrebbe mangiarselo. Lo devono trattenere in tanti per non fargli commettere qualche sciocchezza, deve lasciare il campo scortato a forza. Non è già più lui. Deve combattere con la depressione, con la dipendenza dall’alcool e Dio solo sa da cos’altro. Gli serve tutta la forza di volontà che ha in corpo per uscirne fuori. Entra sui suoi problemi fuori dal campo come faceva con i suoi avversari. A gamba dritta e tesa.

Una volta ad Azul, il mio paese, ho bevuto cinque litri di vino, come se fosse Coca Cola, e sono finito in una specie di coma etilico. Per smaltire, ho corso per cinque chilometri finchè ho visto il sole che girava. Un dottore mi ha fatto 5 ore di flebo. Sarebbe stato uno scandalo, all’epoca giocavo nell’Inter. Quando mi sono svegliato e ho visto tutta la mia famiglia intorno al letto, ho pensato che fosse il mio funerale.

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Inizia la sua parabola discendente. Brescia, WBA, U de Chile. Il Quilmes gli fa firmare un contratto annuale per giocare la Libertadores. Ma in lui sembra essersi spento il fuoco della sua anima da guerriero. Nemmeno la prospettiva di tornare a giocare con il River Plate sembra fargli tornare la voglia di combattere. Trova un accordo con i Millionarios nell’estate del 2005, ma la cosa dura solo 4 giorni. Annuncia il suo ritiro dal calcio. Dice che vuole stare nella sua fattoria a curare i suoi animali e che del pallone non vuole saperne per un bel po’.

Nel frattempo il Cholo Simeone, compagno di mille battaglie con la maglia albiceleste, lo convince ad accettare un posto in panchina insieme a lui. Lo accompagna da vice nella breve esperienza del Cholo al Racing Avellaneda. Per un breve periodo di tempo decide di rimettere le scarpe e andare a giocare in Norvegia, ma non funziona, non funziona per niente. El Pelado non può finire come tutte le vecchie glorie del pallone, a trotterellare per il campo, a prendere pensioni dorate giocando in posti in cui il calcio è solo un hobby.

Matias Almeyda le cose le vuole fare per bene. El Pelado ha bisogno di una casa e di una guerra da combattere. Solo così può tornare a far bruciare dentro di sé quel sacro fuoco. E’ il 19 agosto del 2009 quando quel fuoco torna a prendere lentamente vita. Animato dalla firma di Matias Almeyda sulla proposta di contratto del River Plate. E’ una cosa che la ragione non può spiegare. E’ una cosa che può essere compresa solo utilizzando la grammatica del cuore. Matias Almeyda ha praticamente smesso di essere un calciatore nel 2004. E invece a 36 anni, torna ad essere protagonista.

Il motivo è semplice. Ci sono battaglie da combattere, guerre da vincere. Per quella maglia con la banda rossa, Matias Almeyda è disposto a dare tutto quello che gli è rimasto in corpo. Pure di più. Come succede il 15 maggio del 2011. E’ un momento terribile per il River. La squadra sta affondando come in un incubo verso la palude della retrocessione. Il Boca sta vincendo il Superclasico per 2-0, la partita è già finita. E’ un’onta troppo grande per il cuore di Almeyda. Decisamente insopportabile. Tanto insopportabile che l’indio decide di fare le cose per bene.

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Viene alle mani con Clemente Rodriguez, si fa cacciare dal campo. Esce dal terreno di gioco proprio a due passi dalla Doce, la parte di curva più calda del tifo del Boca. E lo fa baciando in maniera ostentata il simbolo del River Plate sulla sua maglia. Una provocazione che solo un pazzo come Matias Almeyda può fare. Con la sua squadra che ha perso la partita e sta andando in B. Una scommessa da matti. Perchè addosso gli piovono i fischi e tutto quello che i tifosi del Boca hanno in tasca in quel momento. Solo l’intervento degli scudi in plexiglass della Policia Federal lo salva.

Si salva dal linciaggio, non dalla giornata più brutta della storia del River Plate. E’ il 26 giugno del 2011, e al Monumental va in scena una tragedia. Il River sta uscendo sconfitto dal doppio confronto con il Belgrano, il River sta andando in B. E Matias Almeyda non può nemmeno essere in campo a dare tutto quello che gli è rimasto. Deve osservare i seggiolini del Monumental bruciare da bordocampo, squalificato. Per uno come lui, è la sensazione più brutta che l’animo umano possa sperimentare.

Vorrebbe essere nel mezzo del campo a dare una mano, ma non può. Ha il tempo di osservare da vicino le lacrime che rigano il volto dei suoi tifosi. Ha il tempo di sentirsi colpevole di quella tragedia sportiva. Ha il tempo di realizzare che anche per colpa sua migliaia di vite non saranno più le stesse. Per uno come lui, non poter combattere quella battaglia è un peso troppo grande.

E’ per quello che decide di fare qualcosa. Quella sarà l’ultima esibizione dell’Almeyda calciatore. Strappa il suo contratto da giocatore, ne firma uno da tecnico. Vince di rabbia la Primera B Nacional e riporta finalmente la sua squadra dove gli compete. Matias Almeyda non è uno che accetti con serenità una macchia sulla sua reputazione. Oggi Matias Almeyda allena il Chivas di Guadalajara. Nel cuore della gente per cui ha combattuto, però, non si è mai spostato. Matias Almeyda è ancora lì, a combattere per recuperare ogni pallone che abbia intenzione di transitare dalle sue parti. Nel cuore della gente per cui ha combattuto, Matias Almeyda è ancora a centrocampo a sporcarsi l’onore e la reputazione. Continuando a fottersene.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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