C’è sempre una prima volta nella vita, impossibile da dimenticare come dicono tutti. Questa prima volta, per qualcuno, arriva all’età di 32 anni e...

C’è sempre una prima volta nella vita, impossibile da dimenticare come dicono tutti. Questa prima volta, per qualcuno, arriva all’età di 32 anni e si chiama Europeo. E’ il 12 ottobre del 2015 quando si è appena conclusa Slovacchia-Lussemburgo sul punteggio di 4-2, il che vuol dire principalmente due cose: la Slovacchia si classifica seconda nel proprio girone, la Slovacchia parteciperà, per la prima volta nella propria storia, ad un Europeo di calcio.

L’uomo che ha 32 anni, invece, è nato a Handlová, città slovacca facente parte del distretto di Prievidza, e nota principalmente per le sue miniere di carbone.  Si chiama Martin Skrtel, segni distintivi lo sguardo di ghiaccio e l’inchiostro che ne  adorna la pelle. Irrompe durante l’intervista post partita al proprio allenatore Jan Kozak, troppo compassato per un traguardo di tale portata, strappa il microfono al giornalista, che si guarda bene dall’obiettare, e urla. Urla tutta la gioia e la rabbia che ha in corpo, a torso nudo ma con ancora la fascia di capitano ben salda al bicipite, perché l’appartenenza non si può mica levare come una maglia. Ne ha viste tante in vita sua, Martin Skrtel, dall’alto dei suoi centonovantadue centimetri, quante bastano per sapere che non si possono alzare le braccia al cielo fino a quando il traguardo non è tagliato e gli avversari alle spalle. Dopo di che vale tutto, che i festeggiamenti abbiano inizio.

La storia di Martin Skrtel non è certo quella di un predestinato, né tantomeno quella di chi, fin da bambino, non si è mai staccato dal suo pallone. Al contrario, nei primi anni di vita, l’unico oggetto con cui si diverte è un puck, il disco usato per giocare a hockey, sport che da quelle parti va per la maggiore. E’ su quei campi dal fondo ghiacciato che il suo sguardo fiero comincia a delinearsi, prendendone il riflesso che lo accompagnerà su altri terreni, dapprima più aridi, immersi nel gelo Russo, poi sempre più verdi, come i ciuffi di Anfield che sembrano curati uno ad uno, da tanto sono perfetti. Arriva il calcio, solo in un secondo momento, e lo coglie quasi impreparato. Inizia come attaccante, nella squadra giovanile del suo paese, poi viene spostato sulla fascia.

Non segna praticamente mai, se non quando gliela buttano in testa solo da spingere. Non salta l’uomo una volta che sia una, si vede che non ha il passo di chi ha giocato sin dalla tenera età e si può permettere di dare del tu al pallone. Quindi che si fa? L’occasione, come sempre, arriva quasi per caso e spalanca gli occhi a quello che era allora il suo allenatore dell’epoca: si fa male il difensore centrale della squadra, la sua riserva naturale è squalificata chi metto? Ma certo, come ha fatto a non pensarci prima, viene da dire. Il ruolo naturale per chi non segna, non è dotato di una tecnica di prim’ordine, e non possiede una velocità fuori dal comune non può essere che uno.

Non avendo mai indossato in vita sua i guantoni da portiere finisce dritto dritto al centro della difesa, con quel fisico roccioso che pare cucito dal sarto per il ruolo. Finisce al centro della difesa e da lì non si muoverà mai più, se non in occasione di ogni calcio piazzato fischiato a favore della propria squadra dove, di lì a poco, diventa una vera e propria macchina da guerra. Ciò che non difetta al giovane Martin Skrtel, che è anche una delle cose fondamentali che non si possono insegnare, è la voglia,  l’umiltà di sacrificarsi per ogni compagno di squadra con il suo stesso colore di maglia.

Skrtel non è un difensore irreprensibile, non lo era nei primi anni e non lo è tutt’ora, sebbene in passato abbia disputato un paio di stagioni non distanti a livello di rendimento dai top del ruolo. Troppo sicuro dei propri mezzi e  attratto irresistibilmente dall’anticipo prepotente sull’attaccante che, quando quando va a buon fine, provoca al difensore una sensazione di onnipotenza, quando va male, al contrario, espone a figure barbine non indifferenti. Se c’è però un pallone da contendere, una controversia da dirimere, con le buone o ancor meglio con le cattive, un duello da affrontare bè noi non avremmo il minimo dubbio. Per andare in guerra, metaforicamente parlando, pochi meglio di lui, forse nessuno. Avete presente Diego Costa?  Se siete su queste frequenze probabilmente sì.

Ecco, con l’attaccante Ispanico/brasiliano Martin Skrtel ha ingaggiato uno dei duelli più belli, e galeotti, aggiungeremmo noi, che si siano visti negli ultimi anni su un campo da calcio. Tackles, spallate, spintoni e mani in faccia, i due non si sono fatti mancare nulla. Torniamo però ancora un attimo indietro. Ci eravamo lasciati alle giovanili, dopo di che Skrtel prende e va in Russia, destinazione S. Pietroburgo.  Dal 2004 al 2007, con la maglia dello Zenit, segna tre reti e contribuisce alla conquista di uno scudetto. Si mette sui radar del grande calcio europeo, il più veloce ad accorgersi di lui è il Liverpool, che deve sostituire l’infortunato Daniel Agger che, ironia della sorte, ha annunciato pochi giorni fa il suo ritiro dal calcio a soli 31 anni. Diventa il difensore più pagato nella storia dei Reds, un fardello pesante da portare, anche per chi, come lui, ha due spalle larghe sulle quali si potrebbe edificare.

È un giocatore che non conoscono in tanti ma ci sarà molto utile: è aggressivo, veloce, forte di testa, sarà un nostro pilastro ora e nel futuro. Ha esperienza e qualità per giocare subito in Premier

Rafa Benitez

Non è facile ritagliarsi un ruolo da protagonista nel calcio inglese, specialmente quando davanti hai gente del calibro di Jamie Carragher, seppur a fine corsa, e Sami Hyppia, calciatori che hanno contribuito alla vittoria della storica Champions League ad Istanbul.

Eppure in qualche modo ce la fa, sgomitando come fosse all’interno dell’area, senza fare eccessivo clamore come sua consuetudine. Se dovessimo tratteggiare  brevemente il profilo di Martin Skrtel diremmo che  è quel tipo di giocatore che già dall’aspetto fisico, rasato a zero, sguardo freddo e spietato, ricoperto d’inchiostro, incute timore. Passando poi alla prova dei fatti è forse peggio.

Il classico animale da Premier League, per dirla in parole povere. Nel frattempo si impone anche come colonna della nazionale slovacca, vince per 4 volte il titolo di calciatore slovacco dell’anno e conquista, nel 2010, una storica qualificazione ai Mondiali in Sudafrica. E’ il perno difensivo dei Reds che, in verità, non vincono poi molto, fatta eccezione una coppa di Lega, ma se chiedete a qualsiasi Scouser il suo giocatore preferito in rosa, dopo Steven Gerrard, of course,  state certi farebbe il suo nome.

In lui rivedono il guerriero che non tira mai indietro la gamba, uno che incarna in tutto e per tutto lo spirito di chi non si da mai per vinto, che aleggia come un fantasma nell’aria di Anfield.

Qualche infortunio di troppo ne ha limitato il rendimento ad alto livello, in particolar modo nell’ultima stagione in cui ha finito per perdere il posto fisso ma di una cosa siamo certi, ogni qual volta verrà chiamato in causa Skrtel darà tutto se stesso, perché questo è l’unico modo che conosce di interpretare il gioco . Per questo motivo, perché gioca esattamente con l’ardore e con il cuore di uno di loro, nessuno dei suoi tifosi gli potrà mai rimproverare nulla.

Oggi è la sua prima volta all’Europeo, dove Skrtel e compagni  affronteranno il Galles, un’altra squadra esordiente. La Slovacchia si affiderà alla classe e alle giocate di Marek Hamsik per sbloccare le partite ma ogni vittoria, si sa, va costruita partendo dalla difesa,  reparto in cui il padrone è uno ed incontrastato, si chiama Martin Skrtel e di lì, fidatevi, non si passerà tanto facilmente.

“Il mio giocatore preferito? Attualmente non ho giocatori preferiti, quelli che potrebbero esserlo sono tutti miei avversari, ci gioco contro e li considero miei nemici”

Martin Skrtel

Paolo Vigo
twitter: @Pagolo