Martin Palermo, el hombre de la pelicula Martin Palermo, el hombre de la pelicula
Ci sono certe carriere che sono talmente particolari, talmente dense di episodi straordinari ed irripetibili che sembrano venire fuori dalla penna perversa di uno... Martin Palermo, el hombre de la pelicula

Ci sono certe carriere che sono talmente particolari, talmente dense di episodi straordinari ed irripetibili che sembrano venire fuori dalla penna perversa di uno sceneggiatore cinematografico particolarmente fantasioso. Ci sono giocatori che sanno emozionare i propri tifosi come se fossero i protagonisti di un kolossal, delle facce da grande schermo piuttosto che da prato verde. Dei giocatori che percorrono delle strade così tortuose, così impervie, così eccezionali da sembrare per davvero dei film. Ed è per questo che la vita di Martin Palermo è sempre stata più vicina a un film che alla vita vera. E’ per questo che Martin Palermo è diventato el hombre de la pelicula.

Non si entra per caso nella storia del Boca Juniors, nè tantomeno in quella del calcio argentino. Ed è per questo che Martin Palermo, soprannominato el Loco (come tanti altri, da quelle parti) non è mai stato un giocatore come tanti altri. Certo, un bomber infallibile sotto porta, un cannoniere instancabile, l’epitome del 9 e dell’uomo d’area di rigore, un formidabile colpitore di testa dotato di un killer instinct straordinario. Si, certo, tutto questo. Ma prima di tutto questo, Martin Palermo è stato un uomo speciale, un condottiero e un trascinatore d’anime, di quelli che non ne fanno quasi più, oggi.

Perchè per far piangere la Bombonera, dal primo all’ultimo, il giorno in cui decidi di dire basta con il calcio, devi aver regalato delle emozioni particolari a quella gente. E Martin lo ha fatto, eccome se lo ha fatto. Ha regalato gol, trofei, campionati, alla sua gente. Ma soprattutto gli ha regalato sogni ed emozioni, che hanno un valore inestimabile, che non vanno nelle bacheche ma restano, indelebili, nel cuore e nella mente.

Sogni ed emozioni, come in un film. La pellicola della vita di Palermo è un susseguirsi di colpi di scena. Il primo, quando Martin Palermo ha 7 anni, e gioca nelle giovanili dell’Estudiantes de la Plata. Si, gioca, ma per lo più si limita a guardare i suoi 10 compagni: già, il giovane Palermo fa il portiere, per i primi 4 anni della sua carriera calcistica. Il ragazzo però cresce. Non ha ancora il fisico possente che lo farà diventare el Titan. Ma ha 11 anni, e sembra che là davanti potrebbe tornare utile. Alfredo Garcìa, il mister, decide che forse è il caso di metterlo a battagliare in mezzo all’area. Martin lo ringrazia segnando 54 gol nel suo primo anno da attaccante, i tifosi del Boca vorrebbero ringraziare mister Garcìa per tutto quello che succederà dopo. Nel 1997, a 24 anni, arriva al Boca. E’ la svolta, è il big bang della carriera di Palermo, ed è l’inizio del primo tempo della pellicola. Nei primi 4 anni del Titan alla Bombonera, succede di tutto. Dentro e fuori da quello stadio.

All’Estudiantes, qualche anno prima, si sono liberati di lui. Dimenticati, con un colpo di spugna, i gol segnati nelle giovanili. Palermo sarebbe potuto essere utile solo a tagliare l’erba del campo, diceva Miguel Angel Russo, tecnico della prima squadra. Gli Xeneizes ringraziano, e si prendono cura di Palermo. Che con i suoi capelli ossigenati e le sue movenze sgraziate, pesanti, si conquista la maglia azul y oro a suon di gol pesanti. Come quello segnato il 25 ottobre del 1997. Ovviamente contro il River, ovviamente all’ultimo respiro di una gara tesissima.

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Un calcio d’angolo, un pallone che piove dal cielo, una testa biondo platino che vola più in alto di tutte le altre, una maglia che vola via per esultare. E’ il sigillo all’amore tra il biondo Palermo e la 12 del Boca. L’anno successivo, nell’Apertura del 1998, mette a segno 20 gol in 19 partite, record di segnature per un torneo corto. E a suon di gol si conquista la maglia della nazionale.

Ed è proprio con la maglia dell’albiceleste, nella Copa America del 1999, che quella storia da film inizia a prendere connotati particolari. Argentina-Colombia: Martin Palermo è il rigorista designato della squadra, e di penalty in quella partita ne fischiano ben tre. E tutte e tre le volte lui si presenta sul dischetto. Uno si stampa sulla traversa. Uno finisce alto sopra quella stessa traversa. Uno finisce tra le braccia del portiere colombiano. Tre calci di rigore sbagliati in 90 minuti, un Guinness dei Primati. Tre, come i gol che la Colombia segnerà all’Argentina, che quella Copa America non la vincerà.

E pensare che solo qualche mese prima, con la maglia del Boca, aveva realizzato un rigore praticamente con entrambi i piedi, scivolando sul dischetto. E’ inutile, quando dall’alto arrivano ordini così perentori, non c’è niente da fare.

Il 1999 è proprio un anno da film. 13 novembre, il Boca gioca contro il Colon de Santa Fè. Martin Palermo in uno scontro di gioco si fa male, non ce la fa a proseguire. Ma gli Xeneizes hanno terminato le sostituzioni, deve rimanere in campo e stringere i denti. Si trascina per il campo, zoppicando e soffrendo come un cane. Poi però gli arriva un pallone in area. Martin controlla, a fatica, il pallone. Trattiene a fatica l’urlo di dolore che gli sta arrivando dal ginocchio. Colpisce il pallone, in maniera sgraziata, come quasi sempre. Il pallone finisce in rete, l’urlo di dolore esce fuori e diventa urlo di gioia. E’ il centesimo gol della carriera di Martin Palermo. A fine partita, si scoprirà che quel ginocchio non era proprio a posto. Rottura del legamento crociato anteriore sinistro e del collaterale mediale.

Sei mesi di stop. Sei mesi durissimi, senza sentire il calore della Bombonera e l’affetto della sua gente. Poi, in un istante, tutto dimenticato. Il 24 maggio del 2000, Martin Palermo è pronto a rientrare in campo, ad assaggiare l’erba della Bombonera. Ma non è una partita come tutte le altre. E’ la semifinale di ritorno della Libertadores. Ma non è una semifinale come tutte le altre. E’ contro il River, che ha vinto 2-1 al Monumental.

Il Boca sta vincendo 1-0, a 13 minuti dal termine Carlos Bianchi chiama il suo nove dalla panchina, lo fa scaldare. Carlos Bianchi che amava definire Palermo “el Optimista del Gol“. Gli stringe la testa tra le braccia e gli stampa un bacio sulla guancia, poi gli sussurra qualcosa all’orecchio. Martin Palermo entra in campo, e in quei 13 minuti tocca un solo pallone. Che, ovviamente, finisce in fondo al sacco. 3-0 per il Boca, e finale di Libertadores, finale che gli Xeneizes vinceranno.

Il 28 novembre del 2000, il Boca, campione del Sudamerica, affronta il Real Madrid, campione d’Europa, a Tokyo. In palio c’è la Coppa Intercontinentale. Un appuntamento troppo ghiotto per un hombre de pelicula, un palcoscenico troppo illuminato per non buttarcisi sopra e disegnare un altro capitolo di una storia infinita. Ha fretta di presentarsi al suo appuntamento con la storia, el Titàn. Cinque minuti, sono sufficienti. Per raccogliere due suggerimenti di Juan Roman Riquelme, due cioccolatini incartati con un filo d’oro. Per battere due volte Casillas e consegnare la Coppa al Boca.

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Poi, come in tutti i film che si rispettano, anche in questo c’è l’intervallo. Una parentesi europea dal 2001 al 2004, di cui si ricordano solo 18 gol al Villareal e esperienze non indimenticabili al Betis e all’Alaves. Un avventura che era iniziata con un episodio che poteva accadere solo ad un personaggio come Martin Palermo. In un incontro di Copa del Rey del 2001, Martin segna uno dei suoi primi gol con la maglia del Submarino Amarillo, un gol che gli mancava da troppo tempo. Martin festeggia, festeggiano anche i suoi tifosi. Troppo animatamente, tanto da far crollare un muretto di sostegno, che travolge anche Palermo, fratturandogli tibia e perone.

Ma dopo l’intervallo, c’è il secondo tempo. Le luci si spengono, riparte il proiettore. Ed è di nuovo un proiettore che manda verso lo schermo immagini colorate di giallo e di blu. E’ il 2004, Martin Palermo torna da figliol prodigo alla Bombonera. Non ha perso l’istinto del gol, non ha perso la tracotanza fisica che gli consente di dominare le partite a suon di sportellate. Segna in tutti i modi, per davvero. Segna di testa da 40 metri, record mondiale. Segna sette gol in sette giorni all’Estudiantes (tre) e al Gimnasia (quattro) con tanti saluti ai platensi. Segna un gol al River, si, sempre al River, rimanendo appeso alla traversa. Vince l’Apertura del 2006, la Libertadores del 2007. Scala tutte le classifiche dei goleador della storia del Boca. E’ semplicemente un gigante inarrestabile. Un Titano.

Manca solo qualcosa, a Martin. Qualcosa che, ad un argentino vero, fa male al cuore. Gli manca da morire quella maglia albiceleste, che ha indossato per l’ultima volta il 3 febbraio del 1999, a Maracaibo. Del resto, se davanti hai gente che si chiama Batistuta e Crespo e, sfiga, gioca anche nel tuo ruolo, non è che puoi farci molto. Nel 2009, però, Diego Armando Maradona, si ricorda del Loco. La sua Argentina sta annaspando nel girone di qualificazione a Sudafrica 2010. Martin riassaggia il campo in due occasioni, poi viene convocato dal Pibe de Oro per l’ultima partita, quella contro il Perù. Non ci sono alternative, per andare in Sudafrica a giocarsi il Mondiale servono tre punti. E quando Diego Armando Maradona si gira verso la sua panchina, è lo sguardo di Palermo che cerca. Mancano 45′ alla fine della partita, il punteggio è sull’1-1. Serve un gol, un maledetto gol, uno di quei gol che Palermo non fa altro che segnare.

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Non ci pensa due volte Diego. Butta dentro il suo Titàn. Al Monumental di Buenos Aires, la casa degli odiati rivali del River Plate. Sotto una pioggia torrenziale che continua a bagnare le teste dei 60.000 sugli spalti e dei 22 in campo, senza sosta. Il tempo passa, quel gol non arriva. E poi, al 92′, arriva il pallone giusto. Non ci sono spiegazioni, non ci sono tattiche e schemi. C’è solo un pallone che arriva al posto giusto. C’è solo il piede di Martin Palermo, pronto all’appuntamento, come sempre. C’è solo la rete che si gonfia, il Monumental che, per la prima volta nella sua storia, esplode per un gol di Palermo. C’è solo Diego Maradona che corre come un bambino sotto la pioggia, e l’urlo di Martin Palermo, a petto nudo, nel diluvio. Un finale da film, ancora una volta.

Il Mondiale sudafricano non sarà altrettanto fortunato, l’Argentina terminerà la sua corsa contro la corazzata tedesca. Ma Palermo ce la farà a strappare una convocazione nei 23. A 10′ dalla fine della terza partita del girone, contro la Grecia, arriva l’esordio nella fase finale del Mondiale. Non c’è nemmeno bisogno di dire che gli bastano quei dieci minuti per segnare il gol del 2-0 ed entrare nella storia come il marcatore più anziano dell’albiceleste ai Mondiali. Martin Palermo ride, felice come un bambino, e ride anche Diego Armando Maradona. Quei dieci minuti sono il suo personalissimo ringraziamento per quel gol nella piovosa notte del Monumental.

Ma prima di chiudere le luci, togliere la pellicola e andare tutti a casa, c’è da girare la scena madre. L’ultima, quella che fa venire i lucciconi agli occhi e, vivaiddio, fa venire da piangere anche agli omoni grandi e grossi. Come quelli che affollano la Bombonera il 18 giugno del 2011. E’ l’ultima partita di Martin Palermo. L’ultima con la maglia del Boca, l’ultima di sempre. L’avversario è il Gimnasia La Plata. Non riesce a segnare, ma riesce a dare un assist per il 2-2 finale. Ma il risultato non è mai stato meno importante di così. E’ l’ultima di Martin, e la sua gente gli regala uno spettacolo speciale. Gli mettono in mano un microfono, e lui non riesce a finire il discorso che si era preparato. Quelli del Boca hanno fatto le cose alla maniera argentina. Infatti decidono di regalargli una porta. El arco de Boca. La smontano e gliela regalano. Puoi metterla a casa tua, dove più ti piace. Martin piange, con indosso il suo mantello da Supereroe, messo per l’occasione. E piange tutta la sua gente. E’ il finale perfetto per la carriera di un hombre de la pelicula.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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