Mario Yepes: anima di capitano, cuore di condottiero Mario Yepes: anima di capitano, cuore di condottiero
Oggi abbiamo un grande impegno nei confronti di tutta la gente che è qui e quella a casa, con la nostra famiglia e con... Mario Yepes: anima di capitano, cuore di condottiero

Oggi abbiamo un grande impegno nei confronti di tutta la gente che è qui e quella a casa, con la nostra famiglia e con il paese intero, però l’impegno più importante è con noi stessi , fratelli!!Dobbiamo dimostrare perché cazzo siamo arrivati fino a qui! Se siamo fatti per questo oppure no! Abbiamo una partita per dimostrarlo! Mettiamoci dentro tutto questo per fargli sentire che non riusciranno a vincere! Mettiamocela tutta. COLOMBIA, COLOMBIA, COLOMBIA!

Mario Yepes, prima di Colombia-Argentina del 2011

Siamo assorti, disposti in cerchio, come tutti i cafeteros quel 15 novembre 2011, semplicemente ad ascoltare. In silenzio. Se la vita fosse una battaglia, per molti versi lo è, e se da questa dipendessero le nostri sorti non avremmo alcun dubbio. Vorremmo un solo comandante a guidarci, un solo uomo a farci da scudo, con le sue spalle larghe forgiate dalle difficoltà. Un uomo dai tratti somatici taglienti, presi in prestito dai popoli aborigeni che abitavano quelle terre prima dell’avvento degli Europei. Se la vita fosse una battaglia, lo vorremmo sempre dalla nostra parte.

Perché di uno così ti puoi fidare ad occhi chiusi, ti puoi permettere di affidargli persino il tuo destino bisbigliandogli all’orecchio, fanne ciò che vuoi. Sai di essere in buone mani, con un guerriero così. Mario Yepes non può tradire, non l’ha mai fatto per nessuna ragione al mondo.

Calì, dipartimento di Valle del Cauca, seconda città più popolata di tutta la Colombia. Fiumi che scendono dalla catena montuosa occidentale e attraversano l’intera area metropolitana. Un tempo il paradiso delle tribù Calima, ora non più. E’ qui che inizia la nostra storia.

Il 13 gennaio 1976 nasce Mario Alberto Yepes Diaz, per tutti semplicemente Mario Yepes. Per chi lo ha visto lottare, dannarsi l’anima o sgomitare per cercare di anticipare il suo avversario diretto sembrerà strano leggere che Yepes non nasce difensore centrale. Non nasce nemmeno centrocampista, nossignori. Mario Yepes nasce puntero, e non per caso. Adora quel ruolo in campo che gli permette di sentirsi subito trascinatore. Non si vuole spostare dall’attacco per nessuna ragione al mondo nemmeno quando Reinaldo Rueda, allenatore della sua prima squadra, il Cortoluà, prova ad arretrarlo per esaltarne le doti.

yepes_mario

Inizialmente terzino, con l’illusione di potersi sentire attaccante nella fase di costruzione dell’azione. Poi centrale, con poche illusioni. Con la sola possibilità di salire durante i calci piazzati, perché se c’è una qualche certezza nella vita è quella che i palloni alti nei suoi paraggi finiscono per trovare la sua chioma nera. Questo in partita, perché in allenamento Yepes non vuole sentire ragione, lui fa l’attaccante e non si discute.




Rueda sarà una figura chiave per la crescita del condottiero di Calì, infatti dopo averlo allenato nella sua prima squadra di club viene chiamato a fare il selezionatore per la nazionale under 20 colombiana. Non ha dubbi quando si tratta di gettar le basi per la costruzione della sua creatura. La affida anima e corpo a quel ragazzo dal fisico possente, perché con il suo carisma la guidi da vero condottiero. Deve dirigere le operazioni dalle retrovie, impartire ordine e tappar le falle, che per la verità non son neanche poche. E’ in questo momento che Mario si convince che andare in avanti era solo un gioco, il suo lavoro è dietro, nelle retrovie, nell’ombra. Ma non per questo meno importante.

Il ruolo di un condottiero è di definire la realtà e di dare speranza. I condottieri sono mercanti di speranza.

Napoleone Bonaparte.

Se sei forte in Colombia puoi finire tendenzialmente in due squadre, nell’Atletico Nacional de Medellin o nel Deportivo de Calì. E’ proprio in quest’ultima che approda un appena ventenne Mario Yepes. Vince il campionato nel 1998 e arriva in finale di Copa Libertadores l’anno successivo, perdendola ai rigori contro il Palmeiras. Nel giugno del ’99 lascia la Colombia per andare in Argentina, a giocare per i Milionarios del River Plate. Tre stagioni condite dalla vittoria di due campionati e la consapevolezza di esser diventato un baluardo della difesa.

La concretezza, l’abilità nell’anticipo e nel gioco aereo abbinate ad un temperamento che definire carismatico è un eufemismo lo hanno messo nel radar di molte squadre europee. Certo, c’è sempre l’incognita del salto da un continente come quello sudamericano, così diverso e particolare rispetto all’Europa, anche dal punto di vista calcistico. Ma vale la pena rischiare, per uno così. Dev’essere quello che ha pensato anche il Nantes, la sua prima squadra in Europa. E mai come in questo caso hanno avuto ragione. Mario Yepes in terra francese diventa El Rey. Padrone della difesa unico ed incontrastato, non si limita ad arginare la manovra avversaria. Yepes recupera ed imposta, con quella personalità che non gli ha mai fatto difetto. Dopo due stagioni a Nantes tutta l’Europa calcistica si è accorta di lui, le richieste provengono un po’ da tutte le parti ma Marione vuole rimanere ancora in Francia, dove l’ambientamento è stato ottimale.

Lo vuole il PSG, e Yepes ricambia. Dal 2004 per quattro stagioni il difensore colombiano vestirà la casacca dei parigini fino ad indossarne la fascia di capitano. Qui El Rey si trasforma in SuperMario, mettendo in luce tutte le sue qualità fisiche che lo rendono uno dei più completi difensori in circolazione. Sa marcare, anticipare e scattare. Fisicamente non va sotto con nessuno, anzi quando c’è da fare a gomitate si esalta all’ennesima potenza. Impossibile non ammirarne l’orgoglio e lo spirito di abnegazione. Ogni volta sembra che scenda in campo per qualcosa di più grande della maglia che indossa, si porta dentro la fierezza della propria gente.

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E’il 2008 quando sbarca in Italia, voluto fortissimamente dal presidente del Chievo Campedelli. Due anni da protagonista assoluto, senza le luci della ribalta puntate addosso, perché se c’è una cosa che SuperMario odia è l’eccessiva notorietà. E’ forse anche per questo che passa al Milan a parametro zero nel luglio del 2010. E’ vero, gli anni migliori sono indubbiamente alle spalle ma per un fisico che non ha dovuto patire clamorosi infortuni 34 anni sono ancora sopportabili. Non ha più la velocità dei primi anni nel recupero, basa tutta la sua difesa sull’istinto, sulla posizione e su un organo intratoracico che raramente lo tradisce, il cuore.




Diventa presto uno dei beniamini della Sud rossonera, che in lui vedono sempre incarnato il concetto, fin troppo abusato, dell’onorare la maglia. Indossa anche con i colori rossoneri la fascia di capitano, quasi fosse una sorte inevitabile. Perché, qualora ci fosse bisogno di ulteriori dimostrazioni, leader si nasce. Gioca poco, dimostrandosi comunque sempre affidabile ogni qual volta venga chiamato in causa. Gioca con la 76 sulle spalle, perché la 3 è appartenuta a Paolo, e non si può toccare, mentre il 33 altro suo numero d’elezione è già sulle spalle di Thiago Silva.

Perché il numero 33? Perché contiene due volte il numero 3, il mio preferito. È quello che porto in Nazionale, che mi hanno dato quando mi convocarono la prima volta. Sa com’è, all’ultimo arrivato danno sempre il numero di scarto. Nessuno voleva il 3 e me lo presi io. E me lo tengo stretto.

All’età di 38 anni il ct della nazionale colombiana Pekerman gli regala anche la soddisfazione più grossa della carriera. Quei mondiali che in patria mancano dal 1998, quei mondiali che Mario Yepes potrà giocare da protagonista assoluto in Brasile. Con la fascia in una mano ed il cuore nell’altra, pronto a superare qualsiasi ostacolo. E’ proprio con la maglia dei Cafeteros che Yepes da il meglio di sé, riuscendo più di tutti ad incarnare lo spirito guerriero del proprio popolo. La cavalcata colombiana termina ai quarti di finale contro i padroni di casa, ma SuperMario e compagni possono uscire a testa alta, consapevoli di aver dato tutto in campo.

Dopo la stagione atalantina, con cui chiude la parentesi italiana, Mario torna in Argentina per concludere la carriera al San Lorenzo. Non ci stancheremo mai di dire grazie a chi ci ha mostrato cosa vuol dire essere il capitano non di una squadra,nemmeno di una nazione bensì di un popolo intero. Un popolo che ha potuto specchiarsi e rivedersi nei tratti del suo ultimo condottiero, Mario Alberto Yepes Diaz.

Paolo Vigo
twitter: @Pagolo

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