Marek Hamsik: a cresta alta Marek Hamsik: a cresta alta
E’ la città dove mi sono formato e affermato calcisticamente, a Napoli sono nati e cresciuti i miei figli, non ho alcun problema a... Marek Hamsik: a cresta alta

E’ la città dove mi sono formato e affermato calcisticamente, a Napoli sono nati e cresciuti i miei figli, non ho alcun problema a vivere qui. Loro mi amano e io amo loro. Sarà l’ultima città della mia carriera. Mi ci trovo bene.

Sembreranno parole scontate, banali, di circostanza. Sembreranno le classiche parole di cui il tifoso ha bisogno per sentirsi un po’ più sicuro, per aggrapparsi a qualcosa che non sia il semplice amore per il gioco ma qualcosa che vada oltre. Sembreranno le parole di chi, ferito, vuole rivendicare l’orgoglio di vivere in una delle città più belle del mondo e di far parte, da ormai dieci anni, di una squadra storica del calcio italiano.

Sembrerà questo e molto altro ancora per chi crede, a dispetto di una realtà che sembra sempre più andare nella direzione opposta, che ci sia ancora un posticino, al riparo da tutto e tutti, per le ultime bandiere da custodire gelosamente.

Era l’ormai lontano 2007 quando, davanti a più di mille persone, venivano presentati i due nuovi acquisti della campagna estiva del Napoli: Ezequiel Lavezzi e Marek Hamsik. All’alba della stagione 2016-2017, sono passati quasi dieci anni, del Pocho non c’è più traccia, troppo attratto dalle sirene parigine. Nel frattempo i bollenti animi dei tifosi partenopei erano stati placati con gli arrivi di Cavani e con il fiore all’occhiello delle campagne acquisti del presidente De Laurentiis, Gonzalo Higuain, arrivato direttamente dal Real Madrid. Entrati subito nel cuore della gente non ce l’hanno fatta nemmeno loro a rimanere o, più semplicemente, non hanno voluto. Legittimamente, per carità, non sta certo a noi giudicare.

Marek, al contrario, da quel lontano 2007 c’è sempre, non fosse per quella cresta che ruba per forza di cose l’occhio, però, si farebbe quasi fatica a notarlo. Marek è così, taciturno e lontano dalle luci della ribalta. C’è ma non si sente il che, per il suo modo di essere, è uno dei più grossi complimenti che possiate fargli. E’ diventato capitano, a soli 22 anni il più giovane nella storia del club azzurro, e li ha visti passare tutti questi campioni, uno dopo l’altro, si è messo al loro servizio e ha stretto loro la mano, per salutarli e augurare loro il meglio. Lui no, non se n’è andato, nemmeno quando le voci sul suo conto erano forti ed insistenti.

hamskbr

Ci piace pensare che il motivo sia da ricercare in quei vecchi valori in cui Hamsik sembra potersi rispecchiare totalmente: l’umiltà di mettersi sempre in discussione, la fedeltà nei confronti di chi vede, nel tuo ruolo, il massimo traguardo raggiungibile e la voglia di conquistare, con quella maglia addosso, un traguardo che avrebbe senza ombra di dubbio un sapore speciale. E’ la sua storia che ce lo suggerisce, una storia che fin dai primi passi potrebbe essere quella di un predestinato.

Marek inizia a giocare a pallone in tenerissima età, ha solo 4 anni quando il nonno paterno Ivan gli compra i primi scarpini da calcio. Non li trova in Slovacchia, è costretto ad andare fino in Ungheria per comprarli, ma Ivan aveva giurato che avrebbe fatto qualsiasi cosa perché il nipote diventasse un calciatore affermato. Suo figlio Richard, il padre di Marek, non ce l’aveva fatta, si era fermato al calcio locale, bisognava riprovarci.

Che il piccolo Marek avesse qualcosa in più dei suoi coetanei non ci volle molto a scoprirlo. A dieci anni giocava con quelli di una categoria superiore, o meglio, li prendeva metaforicamente a schiaffi, se è vero che in una partita contro la Dolna Strehova lui, all’epoca nel Jupie Podlavice, mise a segno ben 16 reti, record tutt’oggi inavvicinato. Piccola parentesi, partita giocata sui 30 minuti, non i canonici 90.

Che cosa devo dire? O ero un fenomeno io o gli avversari erano parecchio scarsi

In età giovanile macina record su record, quello che più colpisce tutti gli allenatori che lo hanno potuto ammirare è la modestia. Mai un’atteggiamento “da star”, mai la presunzione di sentirsi migliore o appagato ma l’inesauribile voglia di ascoltare ed imparare, al servizio della squadra e con l’unico obiettivo di migliorarla. Passa allo Slovan di Bratislava nel 2002, con un trasferimento finanziato interamente dai genitori, in quanto il club della capitale versava all’epoca in grandissime difficoltà economiche. Due anni per farsi notare dal presidente Corioni che lo porta a Brescia, per 60.000 euro. Nella prima stagione con le rondinelle non trova spazio, è un’annata sfortunata per il club lombardo che culminerà con la retrocessione in serie B.

Hamsik rimane a Brescia ed inizia a familiarizzare con il campionato italiano, colleziona 24 presenze senza tuttavia riuscire a realizzare alcuna rete, un unicum se si pensa all’evoluzione da centrocampista-goleador che prenderà la sua carriera. Nella sua ultima stagione a Brescia le cose cambiano, diventa il rigorista della squadra e con Serse Cosmi alla guida acquista quella consapevolezza nei propri mezzi che gli servirà per spiccare il volo. Dieci reti, di cui 7 su rigore, e prestazioni da centrocampista completo, in grado di recuperare palla, rilanciare l’azione e farsi trovare pronto in zona gol. L’allenatore perugino rimane folgorato.

Hamsik è un tipico figlio dell’est, ha già la maturità del trentenne. In campo e nella vita dimostra la maturità di un adulto. E’ nato così.

Serse Cosmi

Arriva il 2007, l’anno dell’approdo al Napoli, l’anno del Pocho Lavezzi e dei sogni partenopei che tornano a prendere forma dopo anni di oblio. Alla guida del Napoli c’è Edi Reja per i primi due anni, con la parentesi Donadoni, e poi Walter Mazzarri con il quale viene avanzato il suo raggio d’azione. Diventa un centrocampista offensivo, con l’abilità di una punta in zona gol ed un tiro micidiale dalla distanza, la tecnica per rifinire è quella di un trequartista puro. Per tre stagioni consecutive risulta il miglior marcatore della squadra, mettendo in mostra qualità da giocatore completo ed estrema duttilità, diventando imprescindibile in qualunque scacchiere tattico.

La scintilla dell’amore con questa città è scattata fin dal primo momento. Ricordo il giorno della mia presentazione con Lavezzi in cui c’erano 1.000 persone. Non mi aspettavo tanto calore e da lì ho capito che l’amore per il calcio in questa città è realmente immenso.

hmhk3

Passano i giocatori, gli allenatori, si alternano i moduli. Con Rafa Benitez Marek gioca spesso in posizione di trequartista puro, sebbene non sia la sua soluzione preferita. A lui piace partire più lontano dalla porta e sfruttare le sue doti di inserimento così come le sue abilità di corsa e fraseggio che nel ruolo di interno di centrocampo vengono maggiormente esaltate. Poco importa, si fa trovare pronto e porta il suo pesante mattone alla causa.

Nel frattempo ha anche imparato a farsi scivolare addosso le critiche, di chi lo accusa di sparire nei momenti decisivi, di non incidere quando conta. Marek lascia parlare tutti, con la consapevolezza di chi sa che tanto l’ultimo ad avere voce in capitolo sarà sempre e solo lui, il campo, che raramente ha mentito. Sarri lo riporta al ruolo di mezzala, quello che lo slovacco predilige. Gli occhi distratti son tutti per le giocate di Higuain e di Insigne mentre quelli più attenti osservano la sua cresta macinare chilometri e fornire assist, non facendo comunque mancare il suo apporto in termini realizzativi, sei gol a fine stagione.

Il Napoli non riesce a reggere il confronto in classifica con la Juventus, che pochi giorni fa gli soffia anche la perla più preziosa, Gonzalo Higuain.

Lui rimane, legato a quella città e a quei colori che professionalmente gli stanno dando tutto e che spera di ripagare con qualcosa di importante. Difficilmente lo vedrete comandare un coro sotto la curva, alzare la voce o pretendere la luce dei riflettori su di sé. Non è e non sarà mai la star che siete abituati a conoscere, venerare, idolatrare. Lui però ai nastri di partenza, con la sua 17 e la fascia di capitano al braccio ci sarà ancora, per il decimo anno, a prescindere da tutto e tutti. Ha stretto le mani dei suoi compagni che se ne sono andati e altri ne saluterà. Ha sofferto in silenzio per gli addii e le delusioni ma ha trovato la forza per ripartire, come solo i grandi capitani sanno fare. E’ l’ultimo rimasto, anche quando la tentazione di mollare poteva prendere il sopravvento. Solo per questo merita rispetto. Oggi Marek Hamsik compie 29 anni, il nostro augurio è quello di perseverare, credere in quei sogni che, di tanto in tanto, diventano realtà. Il coraggio si vede in un tackle in mezzo al campo e ancor più in queste scelte, fatte a cresta alta, anzi altissima.

Paolo Vigo
twitter: @Pagolo

Related Posts

Andrea Belotti ha rialzato la cresta

2019-04-04 14:34:37
delinquentidelpallone

18

La lettera di addio di Marek Hamsik al Napoli

2019-02-14 14:02:36
delinquentidelpallone

18

Mertens spiega perché non ha lasciato il rigore ad Hamsik

2017-09-17 16:10:00
delinquentidelpallone

18

La classifica dei 10 migliori centrali difensivi della Serie A

2019-07-18 20:22:45
delinquentidelpallone

8

C’è un problema per il trasferimento di Perin al Benfica

2019-07-18 19:06:29
delinquentidelpallone

8

I 10 difensori più costosi del mondo nel 2019

2019-07-18 14:22:12
delinquentidelpallone

8