I paragoni, nel calcio, fanno spesso più male che bene. Specie quando sono pesanti, specie quando iniziano ad accostarti ai migliori e vorrebbero appiopparti...

I paragoni, nel calcio, fanno spesso più male che bene. Specie quando sono pesanti, specie quando iniziano ad accostarti ai migliori e vorrebbero appiopparti sulla schiena un macigno pesante. Specie quando vorrebbero metterti addosso un’etichetta e costringerti ad essere quanto più fedele possibile a quell’etichetta. A quella definizione. 

Se poi il metro di paragone è uno di quei giocatori che passano poche volte nella storia del calcio, uno dei migliori interpreti del ruolo, il macigno che vorrebbero buttarti sulla schiena e costringerti a portarti appresso può diventare insostenibile. Può bloccarti il cammino e costringerti ad affondare, se ti fermi a pensarci. Ecco, oggi sembra sempre più inevitabile che quel macigno Marco Verratti sarà destinato a portarselo dietro per parecchio tempo. Un macigno che porta impresso addosso un nome ed un cognome ben precisi. Un macigno con sopra la firma di Andrea Pirlo.

Sono già diversi anni che Marcolino deve combattere con quanti vogliono provare a piazzargliela in fronte, quell’etichetta di “nuovo Pirlo“. E, anche se i due sono giocatori diversi, all’atto pratico, sarà proprio il centrocampista abruzzese a raccogliere l’eredità di Andrea da Brescia. Tra qualche mese, dopo Euro 2016, o, chi lo sa, anche prima, Andrea Pirlo si toglierà dalle tasche le chiavi del centrocampo azzurro e le consegnerà a Verratti, il giocatore che più si merita di tenerle tra le mani, quelle chiavi.

Sono giocatori diversi, dicevamo, Andrea e Marco. Andrea è più regista in senso classico, quello tradizionale. Lanci illuminanti da 50 metri, visione di gioco paragonabile ad un gps, freddezza glaciale e corsa che molto spesso (soprattutto nella fase finale della sua carriera) diventa un optional, più che una necessità: questo è Andrea Pirlo, così è diventato uno dei migliori al mondo nel suo ruolo. Marco Verratti il gioco lo vede altrettanto bene, ha i piedi buoni e in grado di tirare fuori gli stessi conigli dal cilindro, e in più interpreta il suo ruolo in modo più moderno, come richiede un calcio più muscolare come quello di oggi. Marcolino Verratti, oltre a disegnare calcio, corre tanto e, quando necessario, non esita a rifilare qualche roncolata ai suoi avversari: il cartellino giallo è un suo buon amico, infatti.

Insomma, Marco Verratti è meno geometra e più muratore, nel senso più nobile del termine. Finora i paragoni sono rimasti in un cassetto. Accennati, a mezza bocca, ma mai compiutamente realizzati. La convivenza dei due in nazionale piuttosto difficile, visto che due del genere, catalizzatori di palloni e attenzioni, è quasi impossibile farli giocare insieme. Sabato scorso, a Baku, Andrea Pirlo non c’era, ma i meno attenti non se ne sono accorti. Il pallone che ha mandato in porta Eder, per il gol dell’1-0, era talmente perfetto da sembrare “pirlesco”. Eppure era partito dai piedi magici di Marco Verratti.

L’eredità di Andrea Pirlo, per tutto quello che ha rappresentato per il calcio italiano, è pesante. Per raccoglierla ci vorranno cuore forte, piedi buoni e coraggio da vendere. Qualità che a Marco Verratti non mancano, nemmeno per sbaglio. Il futuro è del ragazzo di Pescara. Il futuro, in fondo, è già arrivato.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro