Marco Van Basten, il Cigno di Utrecht Marco Van Basten, il Cigno di Utrecht
Ai tempi Emanuele Gamba, giornalista di Repubblica, lo descrisse così: “Il più raffinato ed elegante centravanti dell’era moderna, l’unico che sapesse danzare sulle punte... Marco Van Basten, il Cigno di Utrecht

Ai tempi Emanuele Gamba, giornalista di Repubblica, lo descrisse così: “Il più raffinato ed elegante centravanti dell’era moderna, l’unico che sapesse danzare sulle punte di un fisico ciclopico“. Mai descrizione fu più azzeccata. Perché ciò che ha reso Van Basten un calciatore unico fu appunto la sua ambiguità. Aveva un fisico longilineo (1,90 m), eppure soleva giocare senza il minimo utilizzo della forza fisica, anomalia tanto per quell’epoca, tanto per l’attuale epoca calcistica. Si può tranquillamente affermare che dopo di lui non ce ne sono stati più, così.

Lo sappiamo tutti, la conosciamo la leggenda di Marco: la sua carriera è stata costellata di successi, troppi per citarli tutti. Limitiamoci ai suoi capolavori: le due Champions con il Milan di Sacchi e il campionato europeo del 1988, la cui finale fu vinta grazie allo storico, clamoroso gol al volo contro l’Urss.

Un Van Basten su cui il mondo intero comincia a puntare gli occhi già dai suoi primi anni all’Ajax, con il quale è capocannoniere della stagione ’83-84, appena ventenne, segnando “appena” 28 gol in 26 presenze. Un diamante grezzo ma già preziosissimo, che si affina e raffina con il trasferimento, nell’estate del 1987, al Milan neo-berlusconiano. Quella squadra che molti – UEFA compresa – reputano una delle più forti del 20esimo secolo. Da paladino del club lanciere, Marco si ritrova catapultato in un contesto pieno zeppo di campioni, già affermati (Baresi, Gullit, Ancelotti) o potenziali (Maldini, Costacurta ecc.), ma è proprio tra rubini e zaffiri che il diamante riesce sempre a brillare più di tutti: Van Basten si integra perfettamente negli schemi tattici di Sacchi, diventando fin da subito il leader offensivo del team rossonero, la cui guida è altalenante, causa i suoi soliti infortuni. Il Cigno, lo chiamano, quell’animale dalla fisionomia tanto nobile e flessuosa quanto sottile e fragile. Mai soprannome fu più azzeccato.

Van Basten non è quell’attaccante immediato, travolgente; non è Maradona, né Gullit, né Ronaldo. Van Basten è un pezzo elaborato di musica classica, il quale va ascoltato più volte per essere apprezzato al meglio. E più lo ascolti, più lo capisci, più ti prende, più lo ami. Perché Marco era capace di sbagliare due banali controlli di palla consecutivi e far pensare al tifoso spazientito che non fosse giornata per lui. Ma al terzo controllo, stavolta indovinato, poteva girarsi con la sua dolcezza unica, dribblare soavemente il difensore e scavalcare il portiere con un cucchiaio di vellutata precisione. Si veda, ad esempio, la finale di coppa intercontinentale 1990 contro l’Olimpia Asuncion (sul gol del tre a zero, prende il palo ma c’è Rijkaard a ribattere in rete a porta vuota).

L’attaccante olandese aveva inoltre una straordinaria qualità nei cross, e nel crossare anche quando le leggi della fisica (o il suo metro e novanta) apparentemente non lo permettessero. E se il cross non era suo, allora dobbiamo menzionare anche la sua tecnica sopraffina nel colpo di testa, in tuffo, ad anticipare il difensore in mezzo all’area. Si tuffava con l’agilità di un delfino e indirizzava il pallone con precisione da cecchino. Gli spalti del Bernabeu, da quella semifinale della Coppa dei Campioni 1989, ancora ne sussurrano lo stupore.




Entrava in campo in smoking e ne usciva allo stesso modo, senza mai sgualcirsi l’abito, senza mai abbassarsi a livelli di pragmatismo e durezza che non gli appartenevano per indole. Sponde, passaggi, controllo a seguire, abbassarsi a centrocampo o allargarsi sulla fascia: faceva tutto ciò con lo stile e la classe che lo caratterizzavano. Capire Van Basten per chi non l’ha vissuto non è facile; non basta leggere testimonianze o guardare i suoi gol su YouTube. Bisogna rivivere le partite, contestualizzarne gli straordinari movimenti, la partecipazione al gioco, ogni singolo tocco, la sua corsa aggraziata. Danzava leggiadro come su una melodia di violini, scivolava sul prato come se corresse a cinque centimetri dal suolo: era come se il pallone, geloso del suo diamante, assecondasse in ogni movimento i tacchetti di Marco pur di non staccarsene.

La sua carriera continua nel Milan anche dopo l’addio di Sacchi. L’arrivo di Capello non cambiò nulla nel suo ruolo di assoluto protagonista nel Diavolo e nel calcio mondiale; anzi, la sua bravura è stata in continuo crescendo negli anni successivi. Un irrefrenabile miglioramento, perfezionamento, un rendersi sempre più raffinato, levigato, irraggiungibile. Un perfezionamento sembrava destinato a non fermarsi mai, se la sorte non avesse voluto altrimenti. Il 1992, anno del suo terzo Pallone d’Oro e anno dell’apice della sua carriera, fu anche il ultimo anno da calciatore.

Dal dicembre di quell’anno infatti, il 28enne Van Basten inizia a lottare contro il suo fisico, lo stesso fisico che lo ha reso unico, e che a lui non piaceva maltrattare; anche se i difensori avversari non la pensavano allo stesso modo. Il diamante più prezioso di tutti, perché ha la fragilità del cristallo. Sono più le volte che Marco è in fisioterapia che in campo; il Cigno inizia a perdere le piume, a essere meno leggero e più trasandato, gli infortuni appesantiscono i suoi piedi, lo relegano sempre più a terra, a un habitat che non è più il suo. Così, dopo due anni di sofferenza, nel 1995 i suoi problemi fisici hanno la meglio su di lui, e annuncia il suo ritiro. Lo fa in modo freddo, glaciale, e tale era sempre stato il suo carattere. Perché il Cigno, che ha saputo vivere sempre con orgoglio e raffinatezza, non canta se non nell’attimo della sua fine. Poteva dare ancora molto al calcio, era il più forte; è stato il più leggiadro di tutti. Ma il destino è crudele, e ci priva di uno spettacolo sinfonico che ancora oggi i nostri occhi e il nostro gusto calcistico bramano, non paghi di quegli anni finiti troppo infretta.

Dopo il suo ritiro Maradona dichiarò: “Non ho mai visto un giocatore più elegante di Van Basten. Una macchina da gol che si è rotta quando stava per diventare il più grande di tutti“. Mai pensiero fu più azzeccato. Tanti auguri, Marco.

Carlo Chippari/Michele Maestroni

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