Nel calcio, a volte (forse sempre) basta una notte per cambiare tutto. Una notte in cui vai a dormire da allenatore di una delle squadre...

Nel calcio, a volte (forse sempre) basta una notte per cambiare tutto. Una notte in cui vai a dormire da allenatore di una delle squadre più importanti d’Italia e ti svegli la mattina dopo trovando quella panchina occupata già da qualcun altro.

Quella notte poteva essere il punto di svolta della carriera di Marco Giampaolo. La panchina della Juventus si era appena liberata, con Claudio Ranieri mandato via a due giornate dal termine della stagione 2008-09. Giampaolo, reduce dall’esperienza a Siena, entra in contatto con la dirigenza bianconera, raggiunge un accordo di massima. Si mette nel letto convinto che sarà lui il prossimo allenatore della Vecchia Signora. L’indomani, la Juventus annuncia l’accordo con Ciro Ferrara, che sarà poi confermato anche per la stagione successiva.

Una storia che avrebbe fatto male a chiunque. Non a Marco Giampaolo, che è abituato a prendere la vita di petto, a modo suo. Con grinta, carattere e soprattutto orgoglio. Già, l’orgoglio. Lo stesso che gli fece scegliere di rinunciare alla panchina del Cagliari, sulla quale si era già seduto in quella stagione e dalla quale era già stato allontanato. Bizze di Cellino. Bizze alle quali, nel dicembre del 2007, Giampaolo dice di no. Si rifiuta di tornare sulla panchina rossoblu, dalla quale era stato esonerato. “Pur nella consapevolezza del danno economico che ne deriverà, rinuncio a tornare a Cagliari. L’orgoglio e la dignità non hanno prezzo“, fa sapere.

A Marco Giampaolo i compromessi non sono mai piaciuti. Avrebbe potuto sedersi su più panchine, lavorare di più. Avrebbe potuto certamente raccogliere qualcosa in più. Ma spesso, ha preferito mantenere le sue idee davanti a tutto. Quando non pienamente convinto della bontà di un progetto, ha cortesemente rifiutato. Quando è stato costretto a scegliere, ha scelto spesso secondo il suo modo di pensare. Anche e soprattutto quando non era quello che avrebbero fatto tutti.

Di quello che avrebbero pensato di lui, non gli è mai importato più di tanto. Come quell’anno a Brescia. Quando, con la squadra in caduta libera e la contestazione dei tifosi ormai pressante, Giampaolo andò dal presidente Corioni e gli disse che per lui andava bene così, si riteneva libero di andare. Corioni non disse nulla alla stampa, non comunicò le dimissioni del tecnico. Che, per qualche giorno, fu addirittura dato per disperso. Non si presentò all’allenamento, qualcuno mandò le telecamere di Chi l’ha visto? sulle tracce del mister. Qualcuno dice che si fosse ritirato in contemplazione davanti al mare di Giulianova, lui giura di non essersi mai mosso da Brescia, che tutti sapevano dove fosse. Questo è Marco Giampaolo, schietto, coraggioso, deciso.

Dopo quella storia di Brescia, non lo guardavano più alla stessa maniera. Marco Giampaolo era diventato l’allenatore in fuga, quello scappato davanti alle proprie responsabilità. Almeno per tutti quelli che non hanno avuto il coraggio di offrirgli una panchina. Il coraggio di rimettersi in gioco, lui, ce l’ha avuto. E’ ripartito da Cremona, dalla Lega Pro, un mondo che sembrava potesse essere solo l’anticamera del dimenticatoio, un inferno dal quale sarebbe stato impossibile scappare.

Invece, l’Empoli, per il dopo-Sarri, ha avuto la brillante intuizione di scommettere su Giampaolo. L’anno scorso, al termine del girone di andata, la squadra del tecnico ora al Napoli, aveva conquistato l’Italia. Ovunque si parlava del bel gioco, delle idee e dell’organizzazione dell’Empoli di Sarri. Punti in classifica? 19. Oggi, l’Empoli di Marco Giampaolo ha girato la boa del girone di andata a quota 30. Uno in più del Milan, 4 in meno della Roma che occupa il quinto posto, che vuol dire Europa League.

L’Empoli di Giampaolo è una squadra che gioca un calcio deciso, organizzato e frizzante. Un palleggio che non ha niente da invidiare a squadre costruite con budget decisamente superiori e l’unanime consenso della critica. Un gruppo compatto che si affida, per chiudere le partite e mettere in cascina i punti, alle invenzioni di un Ricky Saponara rigenerato e alle reti di Massimo Maccarone, bomber eterno.

Già, Sarri. Se il tecnico toscano è diventato famoso per la sua ossessione per le bionde, Giampaolo ci tiene a distinguersi anche in questo. “Non fumo sigarette, solo il sigaro: l’allenatore è un uomo davvero solo e il miglior compagno di un tecnico è proprio il sigaro, perché è contemplazione.

Dubbi, Marco Giampaolo, non ha mai avuti. I compromessi, in fondo, non fanno proprio per lui.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro