Poche volte, nella mia vita da appassionato di calcio, mi è capitato di vedere una coppia gol così complementare, letale e romantica al tempo...

Poche volte, nella mia vita da appassionato di calcio, mi è capitato di vedere una coppia gol così complementare, letale e romantica al tempo stesso, come quella rappresentata da Ivan Zamorano e Marcelo Salas.

Talmente complementari che nella mia mente, i due, sono diventati un binomio inscindibile: impossibile pensare al Matador Salas senza che vicino alla sua figura si stagli quella, altrettanto epica, di Bam Bam Zamorano.

Dal 1994 al 2002 la coppia Sa-Za ha segnato un’epoca per la nazionale cilena, diventando nell’immaginario collettivo una cosa sola, un modello di ispirazione per le generazioni di calciatori che di lì a poco avrebbero preso il loro posto e sarebbero riusciti a vincere, seguendo le orme tracciate da loro.

Sembra impossibile pensarli divisi l’uno dall’altro, nonostante i 7 anni di differenza che li separano, eppure le loro storie, che si sono congiunte al livello più alto, non sarebbero potute essere più differenti.

Ivan Luis Zamorano nasce a Santiago del Cile il 18 Gennaio 1967, nella comunità di Maipiù, una delle più povere della capitale sudamericana. Il padre lavora in miniera, un lavoro piuttosto comune da quelle parti, senza che questo lo renda meno pericoloso e faticoso, e trasmette a Luis la passione per il calcio.

Tutte le domeniche lo porta ad ammirare il Colo Colo, la squadra del popolo, nel cui stemma, raffigurante il grande capo Mapuche, sembra di rivedere quel che sarà Ivan Zamorano di lì a qualche anno. Capelli neri e lunghi, lineamenti duri che paiono scolpiti nella pietra con uno scalpello, espressione che lascia trasparire poche emozioni e non tradisce la paura.

Marcelo Salas nasce il 24 Dicembre 1974 a 700 chilometri di distanza dalla capitale del Cile, in una città di nome Temuco famosa, tra le altre cose, per essere la città in cui Pablo Neruda ha trascorso la sua infanzia e adolescenza.

L’infanzia di Marcelo, al contrario di quella di Ivan, è tutto sommato agiata: si può dire che nasca in un contesto familiare relativamente tranquillo, per quanto si possa associare il termine tranquillità al Cile di quegli anni.

Nonostante le diversità di ceto, età e contesto sociale in cui crescono una cosa li accomuna fin dai primi anni di vita: la capacità e la volontà di lottare per ottenere ciò che vogliono.

Certo, per Ivan è un po’ più complicato: cresce giocando al parco con gli amici e di possibilità per mettersi in mostra ne ha davvero poche. Quando il padre muore e Ivan ha solo 14 anni diventa, se possibile, tutto ancora più difficile. L’unica cosa che non gli manca mai è un pallone tra i piedi, con il quale trascorrere la maggior parte del tempo libero.

Volevo solo giocare a pallone, non mi importava nient’altro. Giocavo quanto più tempo potevo al parco o per strada con i miei amici. Poi, quando si faceva buio, mio padre veniva a chiamarmi perché quelli non erano proprio i posti più sicuri in cui giocare – Ivan Zamorano

Zamorano, per tutti i ragazzi , quando inizia a giocare al Cobresal è semplicemente el Piojo, il pidocchio. Basso di statura, sempre in mezzo ai piedi, fastidioso. Non passerà molto tempo perché Ivan il pidocchio si trasformi in Ivan il Terribile.

Zamorano conduce il Cobresal alla conquista della coppa del Cile, ad oggi l’unica nella storia del Club, dopo di che è già tempo di sbarcare in Europa. Non essendosi messo in mostra in squadre di primo livello, però, anche l’approdo nel calcio che conta è di quelli travagliati, da una porta secondaria o forse sarebbe meglio dire da uno scantinato.
Il Bologna, tramite il presidente Corioni, lo avrebbe preso per portarlo subito in Italia ma all’ultimo decide di scaricarlo in favore di Hugo Rubio, un altro cileno indubbiamente più affermato e appena votato calciatore dell’anno in patria.

Zamorano finisce così in Svizzera, al San Gallo: è il primo giocatore sudamericano che la squadra abbia mai avuto, non è abituato ad un clima così rigido e le differenze culturali con il Cile sono enormi.
Se esiste però un comune denominatore in tutta la carriera di Ivan Luis è che le avversità non lo hanno mai ostacolato, anzi da esse ha tratto le motivazioni necessarie per scalare, passo dopo passo, i gradini che lo avrebbero portato ad essere uno dei calciatori più influenti a livello mondiale e, soprattutto, in patria.

In due anni in Svizzera realizza 34 reti in 56 presenze, sufficienti perché la sua carriera possa compiere un deciso balzo in avanti. Approda al Siviglia, nella Liga Spagnola, sicuramente uno dei campionati più competitivi in Europa.

E’ il 1990, ed è anche l’ anno in cui Marcelo Salas fa il suo debutto tra i professionisti.

Per Marcelo le cose sono un po’ più agevoli, ad onor del vero è anche dotato di un talento naturale superiore rispetto ad Ivan il che, oltre a tutto il resto, lo fa partire con qualche passo di vantaggio.
Inizia nella squadra della sua città, nel Deportes Temuco per poi passare quasi subito al Santiago de Chile, che di lì a breve diventerà l’Universidad de Chile. In 3 anni all’U de Chile realizza 76 reti in 126 presenze che, unite ai due titoli nazionali conquistati e alle prestazioni sfoggiate in Copa Libertadores, gli valgono la chiamata del River Plate.

Coi Millionarios gioca due anni, totalizzando 53 presenze condite da 24 reti e conquistando due titoli di Apertura più uno di Clausura. Votato calciatore sudamericano dell’anno nel 1997 è il momento, anche per lui, di approdare in Europa. Nessuna porta secondaria per chi arriva dal River di quegli anni e ha recitato un ruolo da protagonista: per il Matador si spalancano direttamente le porte della serie A, in particolare quelle della Lazio.

In Serie A, dicevamo, dove 2 anni prima è già approdato Ivan Zamorano, dopo essersi messo in mostra con stagioni strabilianti nella Liga, prima a Siviglia e poi a Madrid. Con i Blancos, in particolare, Zamorano è una vera e propria macchina da gol, arrivando a totalizzare 77 reti in 137 presenze e vincendo, oltre ai vari trofei con il club, il titolo di Pichichi. Memorabile, tra le tante prestazioni da ricordare, una sua tripletta realizzata al Barcellona, senza nemmeno un gol di testa. Strano, perché la sua arma letale, a dispetto di un’altezza non eccezionale, è proprio il gioco aereo in cui letteralmente non ha rivali. Ha voglia, tempismo, tecnica e potenza, oltre a svariati anni di esperienza maturati in casa, passati cercando di colpire con la fronte il lampadario appeso in soggiorno.

El Matador alla Lazio, Bam Bam Zamorano all’Inter. Due percorsi diversi, uno rettilineo dritto alla meta, l’altro tortuoso e sconnesso, destinati ad incontrarsi nella meta più agognata da qualsiasi calciatore: la Nazionale.

Alla Roja, come detto, giocano insieme dal 1994 ma la prima grande impresa la fanno qualificandosi per i Mondiali in Francia del 1998, dopo che il Cile non si qualificava da ben 4 edizioni della rassegna più importante per quel che riguarda le Nazionali. La coppia Sa-Za segna 23 delle 32 reti realizzate dalla Roja nelle qualificazioni, trascinando la squadra di peso in Francia.

Ivan Zamorano è già abituato a sacrificarsi, a spendere metaforicamente la propria vita per il compagno di squadra più blasonato; all’Inter infatti, durante la sua permanenza, ci sono giocatori del calibro di Ronaldo, il Fenomeno, Christian Vieri e Roberto Baggio.


Essere nell’ombra di questi tre, più che una scelta, diventa un obbligo. Nonostante ciò riesce a ritagliarsi il suo spazio e ad entrare, grazie alla sua generosità e spirito di sacrificio, nel cuore della Nord.

La passione e il temperamento sono sempre state nelle mie vene. Nessuno ha mai lasciato lo stadio pensando “Ah, se Iván avesse rincorso quel pallone”, perché li rincorrevo tutti -Ivan Zamorano

Con la maglia del Cile i ruoli non cambiano: Zamorano è quello che si dedica maggiormente al lavoro sporco, insegue ogni pallone e lotta contro qualunque avversario. Salas, pur non disdegnando il lavoro sporco, ha come compito principale quello di farsi trovare pronto all’appuntamento con il gol.

Nel 1998 il Matador realizza 10 reti in Nazionale, di cui 4 solo al Mondiale in cui il Cile arriva fino agli ottavi di finale per poi soccombere per mano del Brasile.

La partita più bella giocata dal Cile, in quello stesso anno, è però un’amichevole, disputata contro l’Inghilterra nello stadio di Wembley. Salas è letteralmente incontenibile, Tony Adams e Sol Campbell non riescono mai a prenderlo se non usando le maniere forti, come in occasione del fallo da rigore con cui segna la sua seconda rete. La prima è invece un capolavoro personale: controllo al volo, in corsa, e tiro di collo sinistro ad incrociare.

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Salas si è dimostrato un giocatore di grandissima classe. Ha tutte le carte in regola per avere successo anche in un grande club. Posso dire che è stato uno degli avversario più forti contro cui abbia mai giocato con la maglia dell’Inghilterra- Tony Adams

Con la maglia biancoceleste Marcelo Salas vince uno scudetto, l’ultimo conquistato dalla Lazio, una Coppa delle Coppe, due Supercoppe Italiane e una Supercoppa Europea, segnando il gol decisivo in finale contro il Manchester United.

Zamorano sgomita per trovare spazio in un reparto offensivo, quello dell’Inter, costellato di talento tanto forte quanto fisicamente fragile. Nel 1998 riesce comunque a ritagliarsi un ruolo fondamentale, segnando la prima delle tre reti con cui l’Inter sconfiggerà la Lazio nella finale di Coppa Uefa al Parco dei Principi. Nel complesso rimane a Milano per quattro stagioni, riuscendo nonostante tutto, a guadagnarsi l’amore ed il rispetto dei tifosi.

Per quel che riguarda la Nazionale i due giocheranno insieme fino al 2002, anno in cui Zamorano decide di abbandonare la Roja. Nel 2000 però i due vogliono lasciare un ultimo ricordo, indelebile.
Si gioca per le qualificazioni del Mondiale di Corea e Giappone, previsto due anni più tardi, il Cile affronta il Brasile. E’ la rivincita, seppur in un contesto meno prestigioso, della sfida del Mondiale francese in cui i cileni erano usciti sconfitti con un perentorio 4-1.

Questa volta la musica è differente: a Santiago del Cile una folla di quasi 80000 spettatori assiste ad una partita perfetta disputata dalla Nazionale di casa, che sovrasta il Brasile, del fresco pallone d’oro Rivaldo e del fenomeno Ronaldo, con un secco 3-0. Salas e Zamorano segnano una rete a testa: la prestazione è da assoluti trascinatori di squadra, da leader spirituali di un popolo intero.

Salas continua con la Nazionale fino al 2007 ma, orfano dell’altra metà che lo completava, piomba in una sorta di stato catatonico, dal quale farà fatica a risollevarsi. Dal 2001 al 2005 non segna nemmeno un gol, prima di sbloccarsi in una partita contro la Bolivia.

Dopo l’avventura nella Capitale il Matador viene acquistato dalla Juventus, che su di lui investe soldi e ambizioni, sperando vengano ripagati con altrettanti inchini. Come spesso accade però la sorte decide di mettersi di traverso: Salas si infortuna gravemente al ginocchio e in due stagioni in bianconero non riuscirà a lasciare il segno del proprio passaggio.

Decide quindi di ripercorrere la sua carriera a ritroso, prima tornando al River e poi concludendola all’Universidad de Chile, squadra che lo aveva lanciato nel grande calcio.

Per Zamorano, terminata la parentesi italiana, è tempo di Messico: si trasferisce al Club America dove, in due anni, vince un campionato di Clausura e ritorna a segnare valanghe di gol.

Le 14 presenze più importanti della sua vita, però, saranno le ultime prima di appendere definitivamente le scarpette al chiodo, quelle con indosso la maglia dell’amato Colocolo.

In una delle sue ultime domeniche allo stadio, suo padre aveva espresso un desiderio: “Il mio sogno è di vederti indossare prima o poi questa maglia”. Desiderio esaudito, perché Bam Bam è sempre stato uomo di sani valori e principi, prima ancora che un grande giocatore, forse addirittura sottovalutato per certi aspetti.

Abbiamo visto, negli anni seguenti al loro addio, un Cile ugualmente affascinante, anzi per certi versi persino più forte e vincente . Su una cosa però ci sentiamo abbastanza certi: un tandem d’attacco così complementare, tanto da sembrare perfetto, difficilmente si potrà vedere nuovamente. In fondo, con quei due là davanti, bastava veramente poco per sognare: un pallone sporco dalle retrovie, un cross sbagliato, un passaggio all’apparenza innocuo. Con Salas e Zamorano non potevi mai abbassare la guardia, se non volevi correre il rischio di finire incornato al tappeto.

Paolo Vigo
Twitter: @Pagolo