Marcelo Bielsa: El Loco Marcelo Bielsa: El Loco
Un’ossessione, una ragione di vita. Una locura che ti riempie la mente e dalla quale non ti puoi liberare. Ogni singolo istante della tua... Marcelo Bielsa: El Loco

Un’ossessione, una ragione di vita.

Una locura che ti riempie la mente e dalla quale non ti puoi liberare. Ogni singolo istante della tua vita. Nervoso. Frenetico. Compulsivo. Giorno e notte si confondono.

Non passa mai quel maledetto tempo, non si muove mai quella lancetta. Tic, tac, tic, tac.

Ogni momento, minuto, attimo, vissuto nella spasmodica attesa che il pallone torni a rotolare sul campo, ancora una volta.




Questo è il Futbol, per Marcelo Bielsa. Questo e molto altro ancora.

Burbero e sfuggente, posseduto dalla sua propria mente, pazzo per il calcio, sicuro della sua verità, innovativo, una personalità attraente perché incorruttibile.

T.Abraham, scrittore argentino

Marcelo Bielsa nasce nel 1955 a Rosario, provincia di Santa Fe. A Rosario sono due le strade che puoi prendere, sono due le vie lungo le quali puoi incamminarti. Newell’s Old Boys o Rosario Central, non si scappa. E Marcelo è un Rojinegro, così ha voluto il destino. Il Newell’s gli concede anche la prima opportunità da giocatore, prima a livello giovanile ed in seguito in prima squadra. Bielsa è un difensore centrale, un onesto giocatore di pallone. Nulla di più.

La sua testa è già colma di pensieri, di ragionamenti che solo la sua mente può comprendere. E’ un perfezionista, di quelli che non ammettono errori. Questo, per un difensore che non è stato baciato dal talento, è un grosso problema, quasi insormontabile. Capisce ben presto che il calcio giocato non fa per lui, a soli 26 anni. Bielsa guarda e assimila. Bielsa impara e non dimentica nulla. Il piede forte e quello debole di ogni avversario, la tattica ed i movimenti. Bielsa pensa da allenatore, pensa che per uno come lui sedersi in panchina e fare l’allenatore sarebbe la cosa più bella del mondo. L’unica che potrebbe dare un senso a quella locura che gli divora l’animo.

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Il personaggio chiave, colui che gli apre le porte del paradiso, è Jorge Griffa, allora responsabile del settore giovanile del Newell’s. Marcelo aiuta Jorge a cercare talenti da inserire in squadra, giocatori sconosciuti pronti a diventare campioni. Bielsa e la sua Fiat 147 girano tutta l’Argentina, di giorno e di notte. Casa per casa in cerca di campioni, come avviene con  Mauricio Pochettino, attuale tecnico del Tottenham, all’epoca solo tredicenne. Sono le tre di notte quando Bielsa suona il campanello di casa Pochettino. Perchè per Bielsa non esistono orari. Non esiste momento inopportuno per parlare di calcio. La madre di Pochettino pensa ad un tentativo di furto, ma Marcelo tranquillizza immediatamente la signora.

“Sono Marcelo Bielsa per conto del Newell’s, mi hanno parlato molto bene di vostro figlio Mauricio e lo vorrei vedere all’opera”. “A quest’ora?” “Bè che c’è di strano?”.

Ordinaria amministrazione, se sei un loco.

In quegli anni passano tra le sue mani giocatori del calibro di Batistuta, Balbo, Sensini e Heinze. La selezione giovanile, sotto la sua egemonia, stravince tutto e nel 1990 è pronto per guidare i grandi. I suoi metodi di allenamento sono innovativi, forgia egli stesso ciò che gli serve per sedute di allenamento spesso massacranti. Manici di scopa incastrati abilmente diventano ostacoli da saltare a rotta di collo, non c’è tempo per le pause. Sempre in movimento, dal più vicino al più lontano dalla palla. E’ la sua filosofia, il suo modo di vivere. E nessuno potrà cambiarne una sola virgola.

Non esiste un solo motivo, neppure uno, perché un giocatore in campo stia fermo. Il calcio è movimento, il calcio è correre e smarcarsi

Vince due campionati di fila con i rossoneri di Rosario ma perde la Copa Libertadores ai rigori, contro il Sao Paolo di Cafu. In ritiro con la squadra non c’è spazio per alcuna distrazione, come testimoniato da alcuni aneddoti. C’è un solo telefono, che si può usare solo a certe condizioni, ovvero quando si è più o meno sul punto di morte.

Mia moglie è incinta e ha delle difficoltà, ma sa che in caso di emergenza può contare sui suoi figli, sul padre e suoi suoceri, ma non su di me. Se qualcuno di voi ha problemi maggiori dei miei potrà utilizzare il telefono, altrimenti no.

Il pallone solo conta, tutto il resto è un accessorio. Anche ai figli si può rinunciare, ma al pallone, no, per nulla al mondo.




Difficile provare a spiegare cosa abbia rappresentato il Loco Bielsa per il club Rosarino, se non si entra a pieno nella mentalità sudamericana. Difficile far capire a chi non respira calcio cosa sia stato quest’uomo per i suoi tifosi. Vi basti però sapere che una volta terminata la sua esperienza con il club gli hanno intitolato lo stadio. Si. Avete capito bene, oggi il Club Atletico Newell’s Old Boys disputa le proprie gare casalinghe all’ Estadio Marcelo Bielsa, capienza 42000 posti.

Prova l’avventura in Messico, prima all’Atlas poi all’America. Nel 1997 fa ritorno in patria, questa volta per allenare il Velez, ma anche in questa esperienza c’è poco da segnalare se non il suo rapporto di amore e odio con il portiere Jose Chilavert. Due bombe pronte ad esplodere in qualsiasi momento, non proprio un esperimento ad alta probabilità di riuscita. E infatti, niente da fare, prossima avventura.

L’Espanyol gli offre un incarico, ma ben presto arriva la Chiamata. La Rivelazione, l’Arcangelo Gabriele che bussa alla tua porta per darti la notizia più bella di tutti i tempi. La nazionale Albiceleste gli spalanca le porte. Richiede i servigi del signor Marcelo Bielsa. La sua Nazionale, un incarico che non si può rifiutare.

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El Loco si trasferisce immediatamente nel centro tecnico della Federazione Argentina e lo elegge a propria dimora. Dorme in una stanza di dimensioni modeste, quasi un loculo. Motivazioni razionali di questa scelta? Semplice, perché lo spazio maggiore gli serve per poter trovare una collocazione agli oltre 7000 video di cui prende visione durante la sua permanenza sulla panchina dell’albiceleste.

Odia lasciare qualcosa al caso e ritiene che tre ore a notte per dormire siano più che sufficienti. Il girone eliminatorio condotto dall’Argentina in vista dei mondiali in Corea e Giappone del 2002 è stupefacente, nessuno aveva mai visto l’Albiceleste giocare così bene. Il modo in cui Bielsa motiva i suoi giocatori è qualcosa di surreale, come testimoniano le parole di Nelson Vivas (ex Inter) in riferimento ad una sfida delicata contro la Colombia. Al rientro negli spogliatoi, dopo un sopralluogo sul campo, queste furono le parole che il Loco rivolse ai suoi:

Nei combattimenti di strada ci sono due tipi di picchiatori, c’è quello che picchia, vede il sangue, si spaventa e soccombe, e c’è quello che picchia, vede il sangue e va avanti per uccidere. Bene ragazzi, vengo da fuori e vi giuro che c’è odore di sangue.

Nonostante le premesse fossero ottime e le aspettative della critica altissime, l’Argentina non supererà nemmeno la prima fase a gironi del Mondiale. Bielsa ne esce distrutto, additato come il principale responsabile del fallimento della spedizione. I giocatori però sono dalla sua parte, e gli viene concessa dalla federazione una seconda possibilità. Nel 2004 arriva in finale di Copa America, contro il Brasile. L’Argentina è avanti due reti a uno, ma nel minuto finale l’imperatore Adriano impatta. Due a due, si va ai rigori. Una tortura per Bielsa, che vive ogni partita in maniera viscerale, si agita, sembra sul punto di svenire dal dolore. Il Brasile vince. Un’altra delusione, un’altra sconfitta sulla quale riflettere e tormentarsi. Arriva però l’occasione per rifarsi subito: ci sono le Olimpiadi ad Atene. Stavolta il Loco ce la fa, la pazzia trionfa, ma la medaglia d’oro non spazza via tutte le perplessità.

Le divergenze con la Federazione sono crescenti. I contrasti all’ordine del giorno. Del resto quando dentro hai una guerra, è difficile fare i conti con il resto del mondo. Va così. Marcelo fa i bagagli e se ne va. A testa bassa, senza incrociare nessuno sguardo. Alla sua maniera.




Passano tre lunghissimi anni, in cui Bielsa si chiude in sé stesso a rimuginare. Tre anni passati a divorare calcio. Televisione, dvd, internet. Tutto. Ma è un leone in gabbia, darebbe l’anima pur di avere una squadra cui dedicarsi giorno e, soprattutto, notte. Un progetto ambizioso che lo stimoli, un’avventura in cui buttarsi e a cui dedicare anima e corpo.

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E’ il 2007: lo contatta la federazione cilena, l’obiettivo è quello di qualificarsi per il mondiali del 2010. C’è tempo per lavorare, per progettare ed infondere il proprio credo ai giocatori. C’è tutto il tempo che serve al Loco Bielsa per farsi conoscere e amare. Perché se lo guardi da lontano può sembrare freddo e distaccato, ma se entri nel suo mondo non puoi fare altro che amare la sua intelligenza superiore. Anche qui decide che la sua dimora sarà il centro tecnico della nazionale cilena, che però è molto più angusto di quello argentino. Arriva e decide che i campi di allenamento vanno risistemati da capo a piedi, che quelli esistenti non sarebbero onorevoli nemmeno per una squadra oratoriale.

Ha già le idee chiare ancor prima di mettersi al lavoro, sa vita morte e miracoli di ogni giocatore cileno che potrebbe tornar utile alla causa. Nel girone di qualificazione sudamericano incanta e dipinge spettacolo. Il Cile mette in cascina 33 punti, secondo solo al Brasile.

Agevole qualificazione ai mondiali del 2010. Il Cile raccoglie la prima vittoria nella rassegna iridata, a distanza di 48 anni dall’ultima volta. 48 anni, una vita intera. Uno a zero contro l’Honduras. La Roja, quella vera, supera la fase a gironi, ma la vita di Marcelo Bielsa pare lastricata di ossessioni. E’ il Brasila, di nuovo il Brasile, ancora una volta il Brasile a sbarrargli la strada negli ottavi di finale.

In Cile, el Loco è venerato come una divinità, e non solo per i suoi successi alla guida tecnica della Nazionale. Bielsa si dedica anima e corpo alla causa cilena, aiuta economicamente molte associazioni e persone in difficoltà. Sempre lontano dalle telecamere, da quegli occhi indiscreti che tanto lo imbarazzano. Quando dice addio alla Roja è una tragedia nazionale, persino il presidente cileno lo chiama per convincerlo, ma el Loco, come spesso nella sua vita, è irremovibile.

Altro giro, altro gettone. Si accasa a Bilbao, rifiutando le sirene dell’Inter che lo vuole a tutti i costi. Ha già dato la sua parola e non vuole rimangiarsela. Riporta il club basco ai vertici europei guidandolo alla finale di Copa del Rey e di Europa League. Le perderà entrambe, senza che ciò vanifichi minimamente il lavoro superbo che gli verrà unanimemente riconosciuto. Perchè, per chi vive il calcio come noi, per chi la locura se la porta dietro ogni istante della propria esistenza, il lieto fine è sopravvalutato. Perchè il lieto fine non è parte integrante del calcio.

La relazione tra esito e insuccesso è stata fondamentale nella mia vita, ma esito e felicità non sono sinonimi , dovremmo chiarire alla maggioranza che l’esito è l’eccezione, che gli esseri umani solo a volte trionfano. Abitualmente questi si sforzano, combattono e vincono, ma solo ogni tanto, molto di rado. L’esito è deformante, rilassa, inganna, ci peggiora e ci spinge a innamorarci di noi stessi, il fallimento è al contrario formativo, ci solidifica, ci dona coerenza.

Due anni a Bilbao sono sufficienti, Marcelo Bielsa ha bisogno di cambiare aria. Nel frattempo a casa gli viene consegnata una lettera, porta la firma di un ragazzo di nome Ever. Niente di eccezionale penserete. E’ un personaggio famoso, stimato, amato, chissà quante ne riceverà. Ed infatti è così, ne riceve moltissime. Ma el Loco le legge tutte. Dalla prima all’ultima. Legge anche quella di Ever, sette mesi dopo che gli è stata consegnata.

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Prende il telefono e compone un numero. Risponde il ragazzo :“Buongiorno con chi parlo?” “Buongiorno sono Marcelo Bielsa, puoi viaggiare? Perché ti vorrei con me ed il mio staff per uno stage.” Un sogno che diventa realtà, ad Ever si ferma per un istante il cuore prima di riuscire ad emettere qualche suono “Certo la raggiungo subito, grazie, grazie mille”. Anche questo è Il Loco. Soprattutto questo. Generosità e follia.

Siamo ai giorni nostri, Marcelo allena in Francia ed è in testa alla classifica con il suo Olympique Marsiglia. Propone il suo credo calcistico fatto di velocità, passaggi di prima e gioco iper offensivo. In panchina è un moto perpetuo, la sofferenza elevata ad arte. In tribuna a Marsiglia c’è gente che gli pianta una telecamera addosso per tutti i 90 minuti della partita, per cogliere tutti i gesti, tutti i respiri del Loco. Anche questo è Bielsismo.

Le sue conferenze stampa sono un concentrato di filosofia e tattica, pervase da un’aura mistica. Conferenze che indispongono il 99,9% degli addetti ai lavori. Non di rado al termine della conferenza, che non dura meno di 50 minuti, la stanza è deserta e ai pochi temerari rimasti viene spesso rivolta una domanda.

Tu cosa pensi di quel che ho detto”? Buona fortuna…

Ah, un’ultima cosa. Il suo staff tecnico in terra francese si è allargato. C’è un ragazzo nuovo, venuto dal nulla, che era troppo bravo per lasciarlo tornare nell’anonimato. Si chiama Ever, e ha un nuovo Dio di nome Bielsa.

Paolo Vigo
twitter: @Pagolo