Mamadou Coulibaly: il calcio come ancora di salvezza Mamadou Coulibaly: il calcio come ancora di salvezza
Troppe volte si tende a sottovalutare l’importanza di uno sport, in questo caso del calcio ma il discorso vale per tantissime discipline, come strumento... Mamadou Coulibaly: il calcio come ancora di salvezza

Troppe volte si tende a sottovalutare l’importanza di uno sport, in questo caso del calcio ma il discorso vale per tantissime discipline, come strumento di aggregazione, possibilità di riscatto da una vita di sofferenza e momento per evadere, seppur momentaneamente, dalle preoccupazioni che possono costellare la mente di un ragazzo, ancora giovanissimo, alla ricerca di un futuro.

Un pallone che rotola, altri uomini, donne e bambini accomunati dallo stesso destino: un viaggio alla ricerca di un futuro lontano dalla propria terra.

Non deve essere facile, per uno che approda in un paese di cui conosce poco o nulla.

Il calcio, in questo senso, aiuta ad integrarsi: è uguale in tutto il mondo, almeno nelle sue regole basilari, non necessita di grosse spiegazioni, bastano un pallone e 4 stracci con cui segnare le porte.

E’la storia di tante, troppe persone, che ogni giorno lasciano i paesi più sfortunati di questo pianeta per dirigersi altrove: non hanno nulla da portare con sè, solo i sogni e qualche volta nemmeno più quelli.

E’ la storia di Mamadou Coulibaly, nato nel 1999 a Thies, in Seneagl, e approdato in Europa in uno dei tristemente famosi “viaggi della speranza” che, partendo dal Marocco, lo hanno portato prima in Francia e successivamente in Italia.

Volevo fare il calciatore. E l’unico modo era scappare. Sono andato in Marocco, da lì ho attraversato il Mediterraneo su un barcone, verso la Francia, per un mese sono rimasto a Marsiglia, ero un clandestino, dormivo dove capitava, mi arrangiavo, finché mi sono spostato a Grenoble, da una mia zia, ma sono rimasto lì poco. Poi sono venuto in Italia, a Livorno, da lì a Roseto.

L’approccio con il nostro paese non è dei più facili: Mamadou vive letteralmente per strada, mangia con quel poco che qualcuno gli regala, il che spesso significa dividere in due un panino. Una metà per la mattina l’altra la sera.

Non avendo fissa dimora è costretto a dormire all’aperto, spesso si riposa al campo sportivo Patrizi di Roseto, ed è qui che lo trovano i Carabinieri, che lo prelevano e lo portano in una casa famiglia, a Montepagano, una frazione di Roseto.

Qui, probabilmente, qualcuno che ha intuito subito la sua vera passione, difficile non accorgersene visto che appena può prende un pallone e si mette a palleggiare, gli ha raccontato di quando Khouma Babacar, l’attuale attaccante della Fiorentina, è passato da quelle parti in circostanze molto simili alle sue. Correva l’anno 2007.

Qui cominciano a prendere forma i sogni di Mamadou Coulibaly, che sente di essere arrivato nel posto giusto.

Inizia a fare provini in giro per l’Italia: Roma, Cesena, Ascoli, Sassuolo, sempre rispedito al mittente. Poi fa un tentativo nella città più vicino a dove si trova a vivere in quel momento, Pescara. Qui le cose vanno diversamente.

Mamadou impressiona per qualità e personalità, viene aggregato inizialmente in prova ma presto convince tecnico e dirigenti che è proprio lui l’uomo giusto per occupare l’ultimo slot da extracomunitario rimasto libero.

Mamadou Coulibaly, che non aveva mai fatto parte di nessuna società sportiva fino a quel momento, d’improvviso si ritrova ad allenarsi con giocatori di serie A. E’tifoso del Milan e ai primi compagni che si interessano della sua storia dice di ispirarsi a Yaya Tourè.

Ci rimane un po’ male quando gli dicono che il 42 è già occupato, si accontenta del 33.

Con Oddo instaura da subito un bel rapporto: il tecnico pescarese lo coccola, spende parole pesanti per lui e lo fa sentire importante, sensazione che prima di allora non aveva mai sperimentato. Il resto è storia recente. Oddio viene avvicendato in panchina da Zdenek Zeman, uno che tendenzialmente i giovani sa come valorizzarli.

Il primo mese con il tecnico boemo però è duro, si fa per dire visto il passato ancora ben presente nella testa di Mamadou, poi le cose migliorano. Dopo essere stato escluso dalla prima squadra viene riaggregato, fatto esordire in uno spezzone di partita con l’Atalanta e lanciato titolare ieri, per la prima volta, contro il Milan.

Quando lui è arrivato, per un mese non mi sono allenato con la prima squadra e mi faceva un po’ male questa cosa, perché volevo subito giocare. Un giorno, quando mi hanno detto che sarei ritornato in prima squadra, era una festa in camera mia, ero molto contento. Zeman mi ha fatto giocare anche a Bergamo e oggi contro la squadra per cui tifo da quando ero piccolo. Pure mio padre tifa Milan. E’ un sogno per me. Ora il prossimo è vestire la maglia del Senegal…

Il primo esame da titolare è passato a pieni voti e chi lo conosceva bene e lo ha sempre sostenuto non aveva il minimo dubbio. Alle telecamere, nelle interviste di rito post-partita, si presenta un ragazzo con gli occhi lucidi di gioia e, al tempo stesso, un’espressione molto sicura di sè, tipica di chi è consapevole dei sacrifici che ha fatto ed è disposto a tutto per andarsi a prendere quel sogno, a qualunque costo.

Ora Mamadou Coulibaly vive nella Casa D’Annunzio, la struttura che il Pescara mette a disposizione per i ragazzi del vivaio provenienti da fuori regione, ma non dimentica le persone della casa famiglia che per primi lo hanno salvato e gli hanno dato la possibilità di realizzare il suo sogno.

Sono arrivato che non avevo nessun documento, devo tutto a loro. Ancora oggi non appena posso vado a trovarli perchè lì vivono anche i miei fratelli.

Non sappiamo chi diventerà Mamadou Coulibaly, se saprà tenere fede o meno a ciò che di buono si dice su di lui. E’impossibile saperlo perchè le variabili nel calcio, come nella vita, sono innumerevoli e spesso imprevedibili.

Quel che è certo è che, ancora una volta, grazie a questo sport, un ragazzo è riuscito a dare un senso alla propria vita e, in fin dei conti, è la cosa più importante.

Paolo Vigo
Twitter: @Pagolo

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