C’è qualcosa di crudele nel calcio. Qualcosa di difficile da spiegare con le parole, difficile da spiegare a quelli che il calcio non lo...

C’è qualcosa di crudele nel calcio. Qualcosa di difficile da spiegare con le parole, difficile da spiegare a quelli che il calcio non lo vivono ogni giorno, come una malattia ancorata al fondo dell’anima.

Difficile spiegare a chi non lo capisce come possa sentirsi un tifoso dell’Atletico Madrid, stamattina. Anche noi, che chi più chi meno di amarezze e delusioni sportive dovremmo averne vissute -se non hai mai sofferto, se non hai mai pianto per la tua squadra, non puoi dirti autenticamente tifoso– facciamo fatica a comprenderlo fino in fondo. Il dolore, in fondo, ognuno lo vive a modo suo. E che nessuno si permetta di dubitarne.

Nessuno, tranne uno che è nato con addosso quei colori, è in grado di spiegare cosa possa passare nella testa- e soprattutto nella pancia- di un tifoso dell’Atletico Madrid in queste ore. Possiamo solo immaginarlo, e fa già abbastanza male.

Due finali di Champions League in tre stagioni. Sempre con una squadra abituata a soffrire, sudare, combattere. Sempre con una squadra sulla carta inferiore agli avversari. Superando ostacoli e avversità nell’unico modo contemplato da un certo modo di vivere il pallone: con il coltello tra i denti.

Due finali di Champions League in tre stagioni. Contro lo stesso rivale. Lo stesso rivale che vive nella stessa città, a qualche quartiere di distanza. Lo stesso rivale che ha già dieci coppe in bacheca, che te le ostenta in faccia con la strafottenza dei potenti, con l’arroganza di chi sente di potersi permettere tutto. Lo stesso rivale odiato dal profondo del cuore, lo stesso rivale a cui i tifosi dei Colchoneros avrebbero voluto finalmente rifilare un’amarezza.

Due finali di Champions League in tre stagioni. Tutte e due finite ai supplementari, tutte e due rimesse in pari quando tutto sembrava già indirizzato verso un epilogo già scritto. Tutte e due una battaglia di centoventi minuti in cui le energie fisiche lasciano il passo a quelle mentali, all’esaurimento nervoso, alle ultime scorte di adrenalina rimaste in fondo al corpo, le ultime scariche destinate a dare energia ai muscoli.

Due finali di Champions League. Tutte e due con il medesimo epilogo. Real in trionfo, Atletico in ginocchio. Se è vero che la storia tende a ripetersi esattamente uguale a se stessa, i Colchoneros lo stanno scoprendo sulla loro pelle. Lo stanno scoprendo con questa maledizione che gli squarcia il cuore, nella notte di Milano. Il rigore di Cristiano Ronaldo, in condizioni al limite della presentabilità, un fantasma per tutta la partita, ha spaccato esattamente a metà il cuore di San Siro.

Mentre i bianchi festeggiavano sotto la propria curva, dall’altra parte, dietro l’altra porta, i tifosi in bianco e in rosso tiravano su le sciarpe per coprire gli occhi, per asciugare le lacrime che iniziavano a rigare i loro volti. Poi, forse, qualcuno quella sciarpa l’ha lasciata andare, ha abbracciato il suo vicino di posto e si è abbandonato a un confortevole pianto. D’altronde il destino di un Colchonero è lastricato di sofferenze.

Ho detto ai miei giocatori di non piangere, perchè questo è il destino e il destino non era dalla nostra parte.

Diego Pablo Simeone, Milano, 28/05/2016

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro