Lorik Cana: nel segno dell’aquila Lorik Cana: nel segno dell’aquila
Ci sono tanti posti al mondo in cui nascere, è solo questione di fortuna o sfortuna. Ci sono luoghi e tempi in cui a... Lorik Cana: nel segno dell’aquila

Ci sono tanti posti al mondo in cui nascere, è solo questione di fortuna o sfortuna. Ci sono luoghi e tempi in cui a decidere è solo il destino, bisogna saperlo accettare. Kosovo, inizio anni 80. Non è un bel posto in cui nascere, per una serie di motivi. E’ morto da poco il maresciallo Tito e le federazioni slave sono una polveriera, pronte ad esplodere. In Kosovo la maggioranza della popolazione è di etnia albanese, la restante è serba. Non si vedono di buon occhio, penso lo immaginiate.

Ma facciamo un salto indietro. C’è un padre, di nome Agim, che in quella terra è nato e cresciuto, 30 anni prima. Ha la passione per il pallone, ed è anche discretamente dotato tanto che la squadra della sua città, Pristina, lo chiama tra le proprie fila. Torniamo ai primi anni ’80, per la precisione è il 1983, quando nasce Lorik ed il Pristina ha appena battuto la stella rossa di Belgrado. Non una squadra qualsiasi.

Papà Agim però ben presto si rende conto che restare in patria non si può, è troppo pericoloso  e si rischia di pagare con la vita. E’ con la morte nel cuore che fa le valigie, prende il figlio Lorik e se ne va in svizzera, a Losanna.

Lorik Cana ha 7 anni ma deve vivere e pensare da grande, fin da subito. Dal padre prende in prestito lo spirito guerriero, ma anche la generosità d’animo. Ha 7 anni ma queste due caratteristiche lo accompagneranno sempre, nel suo peregrinare per i campi di mezza europa.

Ho lasciato il Kosovo all’età di 7 anni, non mi sembrava vero e la cosa peggiore è che per altri 8 anni almeno non avrei potuto tornarci. Eravamo rifugiati.

Non è un fenomeno con i piedi, ma ha una cosa che non si può insegnare: la forza di volontà. In tutti i campi, non solo quelli con le righe ed i ciuffi d’erba. Ama le lingue, ne parla attualmente e fluentemente addirittura cinque, e la storia. Studia e assorbe tutto ciò che gli viene detto, e ne fa tesoro.

Dopo la prima esperienza del Losanna arrivano subito le sirene delle grandi squadre. La prima a farsi avanti è il Paris Saint Germain, in cui ai tempi milita un certo Ronaldinho Gaucho. C’è anche Anelka che diventerà uno dei suoi migliori amici. Nel 2004 con il PSG alzerà la coppa nazionale. Ma Parigi è troppo chic per uno come lui, cresciuto vedendo macerie del proprio paese.

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Marsiglia va già meglio, con quell’atmosfera più proletaria che la contraddistingue. Il Velodrome diventa la sua casa, l’OM la sua seconda famiglia. Cana arriva in punta di piedi, come d’abitudine. Gli bastano un paio d’anni perché gli venga affidata la fascia di capitano, il primo non francese ad indossarla nella storia del Club. Quelli che avrebbero motivazioni tecniche per imporsi, Ribery e Nasri per citarne due, pendono dalle sue labbra.

E non è un modo di dire. Lorik è al centro dello spogliatoio e in un francese pressoché perfetto tiene un meraviglioso discorso motivazionale baciando lo stemma dell’OM. Frank e Samir ascoltano, ai lati, le parole di chi nasce condottiero. Più per vocazione che per scelta.

Si porta sulle spalle l’orgoglio di un popolo, di una nazione intera. Avrebbe 3 passaporti, la nazionale svizzera gli spalanca le porte. Non sarebbe il primo a compiere questa scelta, del tutto rispettabile, pensate a Valon Behrami. In fondo è un paese che ti ha dato rifugio, al quale devi la vita, sarebbe la scelta più logica. Non ditelo a Cana. Per lui la nazionale è una e soltanto una , quella con l’aquila nera a due teste su sfondo rosso. Quella dell’Albania, tatuata con orgoglio sul braccio sinistro e mostrata fieramente per festeggiare i rari goal realizzati. Quella di cui è il capitano indiscusso.

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Lascia la Francia nel 2009, con la fama da duro. Le Destructeur, lo chiamano ancora da quelle parti, per i 60 gialli collezionati in 7 stagioni. Ma soprattutto per i suoi tackle che non prendono prigionieri. Si accasa in Inghilterra, al Sunderland. La Premier League sembra un campionato fatto dal sarto per uno come lui. Steve Bruce, l’allora manager del Club, sorprende più o meno tutti mettendogli subito la fascia al braccio. Se sei nato capitano, d’altra parte, c’è poco da fare:

La gente si chiede perché lo abbia eletto subito capitano, ma io vi dico che dovete solo aspettare e vedere quel che è in grado di portare alla squadra.

La sua ferocia agonistica è troppa persino per gli standard inglesi. Per prendere 10 gialli ed 1 rosso in Premier League in una sola stagione devi picchiare forte. Steve Bruce, che fino ad allora lo aveva eletto suo pupillo, inizia a perder la pazienza e dichiara alla stampa “Forse è meglio che Cana si dia una regolata”.

Un anno in terra d’Albione è più che sufficiente, si vola in Turchia. Altro paese che vive il calcio in un certo modo, con passione, senza filtri. Alla maniera di Cana insomma. Ad accogliere l’albanese è il Galatasaray, squadra che sta vivendo però uno dei suoi peggiori momenti della storia. La stagione della squadra di Istanbul sarà fallimentare, ma Lorik sarà uno dei pochi a salvarsi, a cadere in piedi.

Non ci sono margini per rimanere in quella che una volta era conosciuta come Costantinopoli e poi al ragazzo kosovaro piace girare, conoscere, esplorare. Tra un calcio calcio ad un pallone e uno alla tibia studia storia antica e legge libri. E’ ambasciatore dell’Unicef e adora i bambini perché il cuore è di quelli grandi, di quelli che fanno provincia.

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Eccoci in Italia,più o meno ai giorni nostri. Cana approda alla Lazio nel 2011 in realtà ma, complice qualche infortunio di troppo, deve stare fermo i primi mesi. Una volta sceso in campo i tifosi biancocelesti non possono far altro che ammirarne le doti. E’ duttile, potendo ricoprire indistintamente il ruolo di centrocampista sia quello di difensore.

E’ un combattente nato, di quelli che a tirare indietro la gamba non ci pensano neanche un istante. E’ valoroso come un Guerriero. Porta dentro di se lo spirito della sua gente, del suo popolo che nonostante le avversità non si da per vinto. E’ per loro che gioca, portandoli simbolicamente in campo ogni qual volta si allaccia gli scarpini.

Tutto ciò che è accaduto mi ha dato la forza e l’energia per esser sicuro di dare il mio meglio ovunque vada. So che tutti i miei amici, la mia famiglia ed il mio paese intero sono orgogliosi di me ed io lo sono di loro.

Le Destructeur,, The Warrior, Il Guerriero. Tre nomi che vogliono dire un’unica cosa, Lorik Cana.

Paolo Vigo
twitter: @Pagolo

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