Non aveva ancora 15 anni Lorenzo quando le giovanili del Napoli gli spalancarono le porte. A lui, il “nanetto” di Frattamaggiore, o “lo scugnizzo”, se...

Non aveva ancora 15 anni Lorenzo quando le giovanili del Napoli gli spalancarono le porte. A lui, il “nanetto” di Frattamaggiore, o “lo scugnizzo”, se preferite. Cresciuto in uno di quei palazzoni che sembrano tutti uguali, in cui la vita ti inghiotte presto se la stai a guardare inerme. Quindici anni passati a coltivare un sogno, insieme ai suoi fratelli, quello di diventare un giocatore di pallone professionista.

Dio solo sa la gioia che deve aver provato in quel momento, in quel preciso istante in cui le sue orecchie hanno udito queste parole: “Lorenzo, sei un giocatore del Napoli”. Millecinquecento euro il costo del cartellino, per tutto il resto ci sono i sogni di un bambino. Quelli no, non si possono comprare.

“Ho insegnato io a Lorenzo a calciare. Giocavamo insieme quaggiù e ce le siamo fatte tutte le terre qui intorno. Lorenzo perdeva con me, e piangeva. Aveva neanche sette anni e non ammetteva sconfitte. Io ridevo, poi baravo. Lo facevo vincere così non ero costretto a sentirlo “

Antonio, fratello di Lorenzo.

Scuola, poca, e pallone tanto, a qualsiasi ora del giorno. Così si svolgono le giornate del piccolo Lorenzo  fino a quando è il momento di rispondere all’annosa questione. Cosa vuoi fare da grande, Lorenzo?  Il calciatore, nessun dubbio, nessun tentennamento. Con il padre operaio precario, la madre disoccupata e tre fratelli la risposta più scontata da ricevere sarebbe stata una bella risata ed una carezza dietro la testa.

Dai ora, sul serio, cosa vuoi fare? Ma papà Carmine, anch’esso calciatore seppur a modesti livelli, sa che non c’è cosa peggiore che tarpare le ali di chi sta provando a spiccare il volo.Va bene Lorenzo, provaci”, con una luce di speranza negli occhi, di chi sa che quei 160 centimetri mal contati potranno arrivare un giorno parecchio lontano.

I soldi, però, non si possono inventare, e per iscriversi alle scuole calcio, comprare le divise, gli scarpini e tutto l’occorrente servono. Lorenzino non si scompone, non è uno di quelli che pensano che il successo venga giù dal cielo, per grazia divina. Mentre i suoi coetanei vanno in discoteca, in sala giochi, al cinema, lui è per strada che gioca, terra o cemento fa poca differenza. Se non è con un pallone tra i piedi è tra le bancarelle del mercato di Frattamaggiore, a vendere abiti per tirar su due soldi con i quali pagarsi i propri sogni.

Poi quelle porte che si spalancano, il settore giovanile del Napoli. C’è ancora tanto da lavorare, soprattutto per colmare il divario fisico con i coetanei. Tecnicamente siamo già messi molto bene, due piste davanti a tutti, non solo quelli nati nel ’91. Arriva l’esordio in Primavera, nel 2008, e con esso le sue magie. Quindici reti nel torneo del 2009-2010 lo mettono sotto la lente d’ingrandimento di mister Donadoni, allora tecnico della prima squadra partenopea. Gioca qualche amichevole estiva ma l’esordio ufficiale in prima squadra lo farà solo con Mazzarri, che nel frattempo era subentrato all’attuale tecnico del Bologna. Walter però il talento giovane, grezzo, da valorizzare lo apprezza il giusto, per non dire poco. Insigne va in prestito prima alla Cavese e poi a Foggia.

Proprio in Puglia incontra l’allenatore a cui probabilmente deve di più nella sua vita, Zdenek Zeman. Il boemo è un tipo strano, lo conoscete, è uno per cui conta solo il duro lavoro, con il nome, il blasone e le chiacchiere ci si pulisce volentieri il culo. Davanti oltre ad Insigne può contare su un certo Marco Sau, conoscete bene anche lui. Il boemo vede che con il pallone tra i piedi sono assolutamente di un’altra categoria, ma non gli importa, devono sputare sangue anche loro.

Lorenzo abbassa la testa e si mette a pedalare, poi a fine giornata chiama papà Carmine distrutto, quasi con le lacrime agli occhi.

Sono distrutto, questo qua ci toglie il respiro”. “Ma ce l’ha con me? guarda solo me e mi rimprovera sempre”. Papà Carmine lo ascolta in silenzio e dall’altra parte della cornetta sussurra: “Fai come dice, sarà un grande maestro per te”.

Lorenzo fa tesoro di tutto, incamera e assorbe come una spugna. Inizialmente non si capacità del perché Zeman urli e imprechi così tanto per convincerlo a contrastare di testa avversari più alti di lui di 30 centimetri.

Ma mi ha visto mister quanto sono alto”?

Proprio perché sei svantaggiato devi lavorare il doppio degli altri e infastidirli, in qualsiasi modo”.

A Foggia Insigne va come un treno, diciannove realizzazioni in trentatré presenze. Il tecnico Boemo a fine stagione si trasferisce a Pescara,  lo seguirà Lorenzo Insigne che vuole continuare il suo processo di maturazione. Mai scelta fu più azzeccata, il Delfino sotto la guida di Zeman è un ingranaggio perfetto, ogni meccanismo pare oliato alla perfezione. Sotto l’egida di Marco Verratti il tridente formato da Sansovini, Immobile ed Insigne è una macchina da guerra, pronta a schiantare qualsiasi avversario.

E’ promozione. Lorenzo è autore di una stagione da incorniciare, con 18 reti e 14 assist viene eletto miglior giocatore della serie cadetta. E’ pronto per tornare a casa sua e Napoli non vede l’ora di riabbracciarlo, come un figlio di ritorno da un lungo viaggio. Ha solo 21 anni ma si sente pronto per conquistare la sua gente, quella che fino ad allora lo aveva visto giocare solo per le strade e poi davanti alla tv, mentre deliziava altre platee. Ora vogliono coccolarsela la loro creatura, il gioiello di quei quartieri, con la gelosia morbosa di chi ha paura di perdere qualcosa a cui tiene tanto, forse troppo. 

Prima Mazzarri, con risultati alterni e poi Benitez cercano il modo per far tornare a splendere quel diamante fulgido che illuminava Foggia e Pescara. Sembra non esserci verso. Un lampo, due lampi e poi pare spegnersi l’interruttore. A volte diventa persino un enigma tecnico e tattico: trequartista, esterno, seconda punta, è bravo ma non copre, e chi più ne ha più ne metta. Le solite cose. In pratica è il primo a cui dare la colpa se le cose iniziano a mettersi male. E le cose, fidatevi, prima o poi si mettono male quasi per tutti.

Arrivano anche i fischi, ingenerosi, figli più dell’esasperazione che di altro. Fischi che fanno male e feriscono il doppio, se provengono dalla tua gente. Intanto Lorenzo gioca, con una doppietta alla Fiorentina, il 3 Maggio 2014, decide la Coppa Italia e anche in campo internazionale si mette in mostra realizzando reti prestigiose come quella su punizione contro il Borussia Dortmund.

Quello che non può proprio aspettarsi è ciò che ha in serbo per lui il destino, quel dannato 9 novembre 2014 contro la Fiorentina. Rottura del legamento crociato anteriore destro: cinque mesi di agonia lontano dal terreno di gioco. Cinque mesi vissuti in silenzio, tra i dolori di una riabilitazione infinita e l’ansia del ritorno. Ritorno che può  avvenire finalmente il 4 Aprile 2015, contro la Roma nei minuti finali della partita. L’immagine più bella o, se volete, la favola da raccontare, avviene però una ventina di giorni più tardi quando Lorenzo, in occasione capitano della squadra, torna al gol contro la Sampdoria scoppiando in un pianto liberatorio. Un pianto che racchiude tutto: gioie, dolori, sacrifici, orgoglio e rivalsa. Lorenzo il Magnifico è tornato, in tutto il suo splendore.

Finisce la stagione e anche Benitez fa le valigie, destinazione Madrid. Arriva Sarri, uno che in quanto ad etica lavorativa un po’ assomiglia al boemo, tanto caro a Lorenzo. Meno integralista certo, indubbiamente più accorto tatticamente, ma sconti potete star certi non ne fa a nessuno. Sarri parte con un’idea precisa in testa: fare di Insigne un trequartista in grado di illuminare la manovra, di spaziare su tutto il fronte offensivo per innescare quella freccia mortifera che risponde al nome di Gonzalo Higuain.

Un’idea che all’atto pratico trova più di qualche difficoltà d’esecuzione, meglio non perseverare, meglio cambiare. Insigne largo a sinistra nel tridente, con licenza di accentrarsi ed inventare. E’ la svolta della stagione, per il Napoli, per Lorenzo e probabilmente per tutto il calcio italiano. La doppietta a San Siro contro il Milan, la saetta da fuori area contro l’Empoli, il gol alla Juventus e, la stupenda parabola contro il Torino. Dieci gol in tutto, impreziositi da otto assist, uno più bello dell’altro. Giocate fatte con una naturalezza da lasciare a bocca aperta, a prescindere dalla fede calcistica di appartenenza.  Oggi Lorenzo Insigne è forse l’espressione più bella del calcio italiano.

I suoi sogni si stanno materializzando e prendono forma in ogni ragazzino di Frattamaggiore che scende per strada con il 24 sulle spalle, cercando di imitare quello scugnizzo dal destro fatato che li sta portando a forza verso qualcosa che da quelle parti non vogliono nemmeno sentir pronunciare.

Da napoletano spero di giocare a vita con la maglia del Napoli. Sarebbe bellissimo poter ripetere con il Napoli il percorso di Totti alla Roma e di Del Piero alla Juventus.

Paolo Vigo
twitter: @Pagolo