Ok, prima di leggere questo pezzo provate a catapultarvi dall’altra parte della Manica. A Londra, in uno di quei squallidi e meravigliosi pub cittadini....

Ok, prima di leggere questo pezzo provate a catapultarvi dall’altra parte della Manica. A Londra, in uno di quei squallidi e meravigliosi pub cittadini. Tavolo di legno, luce soffusa, barista con una pinta in mano e una lama da schiuma nell’altra.

Siete in un angolo, col vostro tablet, e state per leggere la storia del rimpallo più famoso, catastrofico e fortunato del mondo del calcio. La storia dello scudetto dell’Arsenal, stagione 1988-89.

No, non è una stagione facile per i Gunners quella dell’88. Alla guida, per il terzo anno di fila, c’è George Graham, scozzese, ex giocatore, dai modi burberi e dai principi di ferro. Il campionato è lottato, lo scudetto non arriva da 18 lunghi anni, e da battere c’è un Liverpool che ha vinto 11 degli ultimi 18 titoli. Il 1989, poi, è un anno tutto particolare: ricorre il centenario della fondazione della Lega, e tutti vogliono omaggiarlo nel migliore dei modi. Il trofeo, così, ha un sapore più dolce.

A Natale la squadra è in testa, ma i tifosi rosso e bianchi ci sono abituati. In fondo lo sanno: la cosa non durerà oltre gli inizi di febbraio, quando la stagione entra nel vivo. E la sensazione dei tifosi, spesso, c’azzecca. Dal 2 gennaio in poi, con il ritorno tra i pali di Bruce Grobbelaar, i Reds totalizzano 21 vittorie su 24 partite, mettendo a segno 60 reti e subendone solo 15. Dall’altra parte i Gunners, come da tradizione, subiscono un forte calo.

Vincono solo 10 delle 20 partite disputate, perdendone 4. I 15 punti di vantaggio che l’Arsenal aveva racimolato nei confronti del Liverpool a dicembre sono tutti svaniti via, nel nulla. È la solita stagione, insomma, per i tifosi dei Gunners. Quella dei sogni infranti, lasciati per strada, a metà. Incompiuti.

Nelle ultime 3 partite della stagione il sorpasso è servito. L’Arsenal cede in casa, ad Highbury col Derby County (1-2), e pareggia la settimana successiva col Wimbledon (2-2). Il Liverpool, dal canto suo, si prende i tre punti contro il Queens Park Rangers (2-0) e con il West Ham United (con un dilagante 5-1). La testa della classifica cambia. Dopo una rincorsa durata l’intera primavera, i Reds sono primi, con tre punti di vantaggio sui Gunners. Ma c’è da giocare ancora l’ultima partita.

L’ultima partita, insomma, ha un sapore decisivo. E drammatico. Sì, perché mette di fronte proprio l’Arsenal e il Liverpool, una contro l’altra, ad Anfield. È un venerdì di maggio, il 26, del 1989. Il match è stato rinviato proprio a maggio dopo il disastro di Hillsborough,, il 15 aprile, quando 96 persone sono state schiacciate a morte sulle terrazze dello stadio durante la semifinale di FA Cup tra Liverpool e Nottingham Forest. È una partita dal sapore amaro, che ha tanti, forse troppi significati. E che ha il dovere di riconciliare i tifosi inglesi con il mondo del football.

Non è una partita di coppa, anzi. Non è una finale. Non è una partita normale. Liverpool-Arsenal, di quel venerdì 16 maggio 1989, entra nella storia come uno scontro epico che risveglia la leggenda. I Gunners devono vincere con almeno due reti di scarto, in trasferta. I Reds sono primi, hanno 3 punti di vantaggio e una migliore differenza reti. “Siamo sicuri di vincere, sicuri di noi stessi e delle nostre forze”, commenta Alan Hansen, difensore centrale e simbolo del Liverpool, incarnando lo spirito dei suoi compagni di spogliatoio. Dall’altra parte mister Graham è tranquillo, e continua a rimare fedele ai suoi principi. Nella partita più importante della stagione, e forse della sua storia, i Gunners giocano con una linea difensiva a 5, con, in più, O’Leary davanti la difesa. “Resistete alla pressione. Loro hanno uno scudetto da perdere – dice ai suoi ragazzi – noi da vincere”.

I fatti di Hillsborough hanno raffreddato l’odio dei tifosi senza diminuire il loro ardore. Ad inizio partita i giocatori di entrambe le squadre vanno a depositare mazzi di fiori sotto la curva. L’applauso dei presenti è corale. L’emozione è grande.

Il Liverpool attacca con il classico 4-4-2: Bruce Grobbelaar; Steve Nicol, Alan Hansen, Gary Ablett, Steve Staunton; Ray Houghton, Ronnie Whelan, Steve McMahon, John Barnes; Ian Rush, John Aldridge. L’Arsenal risponde con uno strabiliante 5-4-1: John Lukic; Lee Dixon, Tony Adams, David O’Leary, Steve Bould, Nigel Winterburn; David Rocastle, Kevin Richardson, Michael Thomas, Paul Merson; Alan Smith.

Nessuna delle due squadre riesce a imporsi sull’altra. Lanci lunghi, fallacci ed entrare scorrette la fanno da maggiore. L’arbitro fischia il primo tempo quando il risultato è fermo sullo 0-0. “La pressione è su di loro, la pressione è su di loro – continua a ripetere con incredibile calma mister Graham – Abbiamo fatto quello che dovevamo. Ora toccherà essere solo più propositivi”.

Quando si torna in campo la Kop canta “Champions, Champions”. Il clima è già quello di festa, l’ennesima. Sono passati appena 6’ dall’inizio del secondo tempo che l’arbitro fischia una punizione a favore dell’Arsenal, per un fallo su Rocastle. Palla in mezzo, scontro in area, Smith insacca delicatamente all’angolo. Per i tifosi dei Gunners raggruppati proprio sull’angolo destro della porta è l’apoteosi. Alcuni di loro cadono dalle terrazze che separano le gradinate dal campo.

I giocatori del Liverpool, nel frattempo, si infuriano con l’arbitro, lo circondano. “Era fallo in area: il contato tra Adams e Staunton era netto”. Lui, Dave Hutchinson, calmo, si avvicina al guardalinee, gli appoggia una mano rassicurante sulla spalla sinistra e gli chiede spiegazioni, come farebbe un professore con il suo assistente, un superiore con il suo stagista: il contatto c’è stato, ma non è da considerare fallo. Gol dell’Arsenal, quindi.

La partita cambia completamente. I piani di Graham diventano diabolicamente perfetti. Il Liverpool la vuole gestire il match, ora, ma i giocatori dell’Arsenal aggrediscono, rubano palla, pressano alto. L’impossibile non sembra più così lontano. È il minuto 87’ della partita: Richardson è fermo a terra, stremato dai crampi. I tifosi dalla Kop fischiano. Per paura, mica per pressione. Invitano l’arbitro a chiudere il match, e la storia del campionato. McMahon urla ai suoi a squarciagola: “Manca un minuto. Teniamola. Non molliamo. Manca un fottuto minuto”.

Barnes recupera palla all’Arsenal, e invece di buttarsi vicino la bandierina del calcio d’angolo tenta un’azione solitaria. Palla recuperata dai Gunners. I fischi si moltiplicano, è l’ultima azione della partita. E del campionato. Le ingiurie dei tifosi londinesi raggiungono livelli madornali quando vedono il proprio portiere dare la palla di mano, invece che rinviare in avanti, palla lunga e pedalare. “Manca un fottuto minuto alla fine del match”. Palla giocata sull’esterno, per Dixon, che lancia in avanti. “Quella palla scottava maledettamente – ha avuto modo di raccontare il terzino – Non sapevo che fare e così ho deciso di buttarla in avanti”. Smith riceve palla e non ci pensa due volte. Filtrante alto per Thomas.

È in quel momento che si materializza il sogno di una vita. Che un rimpallo, una frazione di secondo, un vettore di forza decide la storia di una stagione. Michael Thomas, ex capitano dell’under 21 inglese, che ha giocato tutta la partita come terzino sotto Graham, che ha corso per il campo in lungo e in largo, in avanti e all’indietro, in cerca della sua occasione, che veniva chiamato “il brasiliano”, perché era bravo ma mai concreto, perché aveva la muscolatura di un terzino e la velocità di un attaccante, si trova da solo davanti al portiere. È un uomo solo contro i 42.000 dell’Anfield, contro il portiere, Grobbelaar, che gli si fa incontro come un avvoltoio; contro i difensori che cercano di rientrare a tutti i costi; contro i tifosi del Liverpool che stavano già festeggiando il titolo. Thomas colpisce la palla con la punta del piede destro, la alza, e la manda in rete. È la storia, bellezza. È l’apoteosi per i Gunners, il dolore più atroce per i Reds. “Come si spiega quel rimpallo? Come si spiega tutto ciò – continua a disperarsi il difensore Nicol –. Quando la palla è rimbalzata contro di me doveva prendere completamente un’altra direzione. E invece eccola, caduta perfettamente di fronte al piede di Thomas. Come si fa a spiegare tutto questo? Non è possibile farlo, se non dicendo semplicemente che le cose accadono perché devono andare così”.

La partita finisce lì. Non c’è alcuna invasione di campo, ma solo un grande e commosso abbraccio dei calciatori dell’Arsenal, in divisa gialla e blu. E un lungo, straordinario applauso dell’Anfield, sconfitto e umiliato nel modo più atroce, ma che riconosce agli avversari il merito di averci provato fino all’ultimo minuto, all’ultimo secondo. Dopo la rabbia, il dolore e la sofferenza che aveva preceduto quella partita, il mondo del calcio si riconciliava con i suoi tifosi. Quell’applauso ha significato il ritorno alla passione per tanti, tantissimi inglesi, una vera e propria rinascita per lo sport nazionale. Una cosa, insomma, che succede una volta nella vita.

Pur non essendoci alcun dubbio sul fatto che il sesso sia un’attività molto più gratificante del guardare partite (nessuno zero a zero, nessuna trappola del fuorigioco, nessun dispiacere di coppa e sei al caldo), in condizioni normali non si generano sensazioni così intense come quelle che produce la vittoria di un campionato all’ultimo minuto, una cosa che ti succede una volta nella vita”

Nick Hornby, “Febbre a 90”

Raffaele Nappi
Twitter: @RaffaeleNappi1