Chiudete gli occhi. Immaginate un calcio senza ancora sceicchi, senza superpotenze capaci di ribaltare le gerarchie, senza disponibilità economiche illimitate e con protagonisti inattesi...

Chiudete gli occhi. Immaginate un calcio senza ancora sceicchi, senza superpotenze capaci di ribaltare le gerarchie, senza disponibilità economiche illimitate e con protagonisti inattesi e sempre diversi.

In questo calcio il Paris-Saint Germain non è la squadra egemone in Ligue 1 (ne abbiamo parlato di recente), ma deve accontentarsi di guardare dal basso il vero dominatore di Francia: il Lione capace di vincere 7 campionati consecutivi.

Siamo nel 2002, il campionato francese è ben lontano dalle migliori leghe d’Europa e appare una lega senza padrone, con 6 vincitori diversi negli 8 anni precedenti.

Da qualche stagione a questa parte, si staglia all’orizzonte la sagoma del Lione di Jean-Michel Aulas, ambizioso presidente che ha il sogno di portare la sua squadra in vetta alla Ligue 1 per la prima volta nella sua storia, senza poter immaginare cos’accadrà nel prossimo futuro.

Le facce dei protagonisti dell’OL ci appaiono come figurine più o meno sbiadite, ma i loro cognomi evocano ricordi ben nitidi: il portiere immortale Coupet, i guizzanti esterni Luyindula e Govou, il compianto Foé ma soprattutto lui, l’uomo che ha cambiato l’universo dei calci di punizione, sua maestà Juninho Pernambucano.

L’epopea del Lione parte con una grande rincorsa lunga un campionato intero e un’ultima giornata che a conti fatti è un vero e proprio spareggio, la gara con il Lens capolista a +2 dall’OL, davanti ai 42mila dell’ormai abbandonato Stade de Gerland.

Apre subito le danze l’allora giovane promessa Govou con una staffilata da fuori, Violeau raddoppia a stretto giro di posta, la rete dell’ex Mak rimette in gioco gli ospiti finché il brasiliano Laigle, con un destro deviato, segna la rete che regala il primo, storico titolo al Lione. In panchina per l’OL c’è Jacques Santini, al punto più alto della sua carriera da allenatore, precipitata dopo una fallimentare esperienza con la nazionale francese.

Il dominio del Lione negli anni a venire è tutt’altro che scontato: nella stagione seguente l’OL, guidato da Paul Le Guen, è addirittura quinto alla 26esima giornata di campionato, prima dell’entusiasmante rimonta che lo porterà a chiudere in vetta a un solo punto sul Monaco, così come nel 2003/04 sono ancora i monegaschi a guidare la classifica da inizio campionato, prima di subire l’ennesimo ritorno di una squadra giunta già al terzo titolo consecutivo.

Sono anni in cui si affacciamo nel grande calcio nomi che conosciamo bene, da Révellière a Malouda passando per un certo Michael Essien. Il Lione inizia a farsi un nome anche in Europa: memorabile l’1-2 all’Olympiastadion contro il Bayern firmato da Juninho (bomba pazzesca su calcio di punizione) e Giovane Elber, la corsa dei ragazzi di Le Guen si arresterà solo nei quarti di finale contro il Porto di Mourinho, futuro campione continentale.

L’Europa diventa pian piano il vero pallino del presidente Aulas, che non bada a spese per costruire una vera e propria corazzata, capace di ammazzare letteralmente la Ligue 1; punto più alto, le 17 lunghezze di vantaggio sul Marsiglia secondo in classifica nel 2006/07. Arrivano a Lione nomi che conosciamo molto bene, dal buon Tiago al brasiliano Fred, da Abidal a John Carew, dai classicheggianti Kim Kallstrom e Toulalan agli attaccanti Baros e Remy, per finire col nostro Fabio Grosso.

In Champions però l’OL non decolla: nonostante risultati di prestigio come il 3-0 al Real Madrid nella fase a gironi nel 2005, i francesi non riescono mai a superare lo scoglio dei quarti di finale. In questi anni fioriscono in prima squadra i talenti Benzema e Ben Arfa, mentre per noi italiani la partita da ricordare è sicuramente quella contro la Roma, passata alla storia per il gran gol di Amantino Mancini.

E poi? Quand’è finito il grande Lione? Il ridimensionamento della squadra di Aulas è stato precedente all’ascesa del Psg, dato che i quattro campionati successivi al 2007/08, il settimo consecutivo e ultimo vinto dall’OL, sono stati portati a casa da Bordeaux, Marsiglia, Lille e Montpellier, non esattamente avversari irraggiungibili.

Le cause principali? Forse la pancia piena, sicuramente le partenze di elementi di carisma ed esperienza come Coupet, Squillaci e Fred, oltre ai canterani Benzema e Ben Arfa, unite alla nuova politica di austerity e autosostentamento imposta dal presidente Aulas. Ironia della sorte, nel 2009/10 il Lione ha raggiunto il suo miglior piazzamento europeo, con grazie agli eroici ottavi di finale contro il Real e i più morbidi quarti tutti transalpini con il Bordeaux, prima di fermarsi al cospetto del Bayern Monaco.

Alex Campanelli
twitter: @Campanelli11