Il bello di essere malati di calcio è che ti costringe ad ampliare gli orizzonti. Ti aiuta a conoscere cose che mai pensavi potessero...

Il bello di essere malati di calcio è che ti costringe ad ampliare gli orizzonti. Ti aiuta a conoscere cose che mai pensavi potessero esistere, ti spinge ad andare a cercare notizie e storie su argomenti ai quali mai pensavi di doverti interessare. E così ho fatto quando, in un pomeriggio di fine estate, l’urna delle mille squadre di Europa League, quasi più gironi che lettere dell’alfabeto, ha tirato fuori, nel girone dell’Inter e del Southampton, un nome che ha fatto sobbalzare per un attimo la mia curiosità.

Hapoel Beer Sheva. In quel delirio di squadre turche, azere, russe, quel nome mi colpì. Tirai fuori dalla tasca il telefono, e mi rivolsi ai Sacri Testi di tutti coloro vagano, dispersi, nel mare magnum del calcio: Google + Wikipedia, per correre a cercare Beer Sheva prima, Hapoel poi. Ero totalmente all’oscuro di tutto quello che potesse circondare quelli che, realizzai poi, sarebbero andati a giocare a San Siro, alla Scala del Calcio.

Come sempre, nel breve tempo necessario a caricare la montagna di dati relativi a Beer Sheva, all’Hapoel e alla Ligat ha’Al, il massimo campionato israeliano, ho tutto a mia disposizione. Sono ormai lontani i tempi -e anzi, forse molti di voi neppure li hanno vissuti quei tempi- in cui, se volevi sapere qualcosa di una squadra a te sconosciuta, dovevi sperare che se ne parlasse in televisione, sui giornali, o su qualche rivista specializzata. Oggi, con un clic, possiamo sapere tutto di una città sconosciuta, di una squadra a noi ignota e di un campionato tanto affascinante quanto oscuro.

Scopro che Beer Sheva, che la prima volta che ho sentito nominare ha portato -come tutti voi, credo- alla mente una birra e lo Zar dell’Est, si scrive Be’er Sheva, innanzi tutto, e che, in lingua originale significa pozzo dei sette, o sette pozzi, sempre se vogliamo ascoltare quello che dice Wikipedia.

E’ una città del sud di Israele, la più grande città del deserto del Negev, capoluogo del Distretto Meridionale, spesso chiamata Capitale del Neghev.

Così scrive Wikipedia, e io non posso che fidarmi ciecamente. Anche se, a quanto pare, sulla storia dei pozzi nessuno ha capito come sia andata davvero, e neanche in Israele sanno con precisione cosa diamine significhi quel nome. Ma io ho una voglia matta e disperatissima di sapere come sia finita la squadra di Be’er Sheva a giocare in Europa League insieme all’Inter. Muoio dalla voglia di saperlo.

L’unica cosa che riesce a rallentare, per qualche istante, la mia bramosia, è sapere che il calcio non è nemmeno lo sport più popolare a Be’er Sheva, che invece è considerata un centro piuttosto importante per la lotta libera, e che può vantare il titolo nazionale di scacchi. Già mi immagino dei delinquenti patentati che sanno fare abile uso dell’intelletto per mandare ai matti gli avversari. Così corro a cercare qualche informazione in più sulla massima divisione israeliana.

Nella mia testa, una delle poche certezze della vita è che il campionato israeliano sia una sorta di feudo personale del Maccabi Tel Aviv: per me è come se lo vincessero loro, di default, ogni anno, il campionato israeliano. E infatti negli ultimi anni il Maccabi ne ha vinti parecchi di campionati. In effetti c’era stato qualche anno di crisi, con il Maccabi Haifa che ne aveva approfittato, ma poi dal 2012 al 2015 il titolo è andato per 3 volte di fila a Tel Aviv.

L’anno scorso, però, il titolo si è spostato a Be’er Sheva. Dove mancava dalla stagione 1975-76. Con l’Hapoel che si impone per due punti, all’ultima giornata dei playoff, sul Maccabi Tel Aviv. Capocannoniere dell’Hapoel è Elyaniv Barda, un “ragazzo” del 1981, che mette a segno 14 gol. Il capocannoniere del campionato, per intenderci, è uno che dovremmo ricordarci, in Italia: Eran Zahavi, il genietto che vedemmo al Palermo, che l’anno scorso ha segnato con la maglia del Maccabi la bellezza di 35 reti.

L’Hapoel Be’er Sheva si qualifica così per i preliminari di Champions League di questa estate. Passa i primi due turni: al primo fa fuori lo Sheriff Tiraspol, al secondo addirittura l’Olympiakos. L’avventura degli israeliani si ferma solo all’ultimo scoglio, contro il Celtic. Perdono 5-2 in Scozia, poi rischiano di ribaltare tutto vincendo 2-0 in casa: la fase a gironi della Champions League è stata a un solo gol di distanza, in fin dei conti.

L’eliminazione però significa Europa League: e il sorteggio riserva un gruppo abbastanza affascinante alla piccola squadra israeliana, che potrà andare a giocare in due stadi importanti e storici: San Siro, casa dell’Inter, e il St Mary’s, casa del Southampton, oltre che a Praga, in casa dello Sparta.

Il 15 settembre è il giorno dell’esordio in Europa. A San Siro, mica pizza e fichi. La formazione degli israeliani sembra -per rimanere in tema biblico- una sorta di babele, con rumeni, nigeriani, brasiliani improbabili, e per non farsi mancare nulla, anche ungheresi e portoghesi. San Siro, però, cade sotto i colpi di Miguel Vitor e del bomber Maor Buzaglo. Uno che, nel prosieguo di questa storia, sentiremo nominare ancora.

L’Hapoel porta via i primi tre punti da San Siro, poi blocca in casa il Southampton sullo 0-0. Le due partite contro lo Sparta Praga vanno male, con i cechi che portano via 6 punti che poi, come vedremo, risulteranno fondamentali nell’economia di questo girone. A due partite dalla fine l’Hapoel ha poche, pochissime chance di passare il turno, o almeno così sembrerebbe a me, uomo del popolo abituato a credere ai pronostici e alla razionalità: gli israeliani devono giocare ancora contro l’Inter che ha l’ultima chance di rientrare in corsa per la qualificazione e poi devono andare a Southampton. In quel momento, prima del fischio di inizio di Hapoel Be’er Sheva-Inter, l’ultima cosa che mi aspetterei è una loro qualificazione alla fase ad eliminazione diretta.

L’Inter si porta sul 2-0 con i gol di Icardi e Brozovic, che sembrano spegnere l’entusiasmo del Toto Turner Stadium. Ma se c’è una cosa che ho imparato, nella mia vita da malato di pallone, è che se c’è di mezzo l’Internazionale Football Club, e se c’è di mezzo l’Europa League, allora può semplicemente succedere di tutto. E infatti, puntualmente, accade l’imponderabile. Talmente tanto incredibile, da sembrare scontato. Uno a due, Buzaglo. Due a due, Nwakaeme su rigore, Handanovic espulso. Tre a due, al novantatreesimo, a venti secondi dalla fine, Sahar dimenticato dalla difesa dell’Inter, andata avanti a cercare il gol vittoria.

Tre punti raccolti miracolosamente, che lasciano aperto un sogno: serve un pareggio con gol a Southampton. E al St. Mary’s tutto sembra tacere. Il gol che servirebbe all’Hapoel sembra non arrivare. La storia sembra ripetersi: a un gol dal passaggio del turno. Poi, però, quel gol arriva a 10 minuti dalla fine. Ci pensa, ancora una volta, Buzaglo, ad accendere la speranza del sogno israeliano. A nulla serve il pareggio dei Saints al 91′. C’è troppo poco tempo per provare a vincerla, c’è solamente il tempo di festeggiare la storica qualificazione dell’Hapoel Be’er Sheva ai sedicesimi di finale di Europa League.

Da quel girone, incredibilmente, sono state eliminate proprio Inter e Southampton.

E’ dicembre, si avvicina Natale. E’ lontana l’estate in cui non sapevo nulla dell’Hapoel Be’er Sheva. Tre mesi dopo, so tutto di loro. E sono già pronto a sperare in un gol di Lucio Maranhao per andare più avanti possibile in Europa League.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro