Leo Messi e la maledizione albiceleste Leo Messi e la maledizione albiceleste
Nemo propheta in patria. Certe volte i luoghi comuni, per quanto abusati, spiegano meglio di tante altre parole delle situazioni della vita, e naturalmente... Leo Messi e la maledizione albiceleste

Nemo propheta in patria. Certe volte i luoghi comuni, per quanto abusati, spiegano meglio di tante altre parole delle situazioni della vita, e naturalmente del pallone, che non potrebbero spiegarsi altrimenti. Una frase che racchiude esattamente quella battaglia che si è combattuta, e si sta ancora combattendo, nel cuore di Leo Messi dopo la dolorosa sconfitta di sabato contro il Cile nella finale di Copa America. Leo Messi, con la maglia albiceleste dell’Argentina, non è mai riuscito a sollevare al cielo un trofeo, perlomeno uno vero. Uno che conti davvero, uno che resti impresso nella memoria del popolo argentino come un ricordo indimenticabile. Non sono tali l’oro olimpico del 2008 e la vittoria con l’Under 20 del 2005. Di quelli, nella memoria collettiva, non resta traccia.

Quello che resta, dopo sabato notte, è l’ennesima sconfitta, l’ennesima coppa guardata da vicino senza poterla toccare. L’ennesima notte buia della Pulce. Una Pulce che quando si toglie di dosso la maglia blaugrana, sembra ritornare umano, da alieno che è quando gioca in Catalogna. E’ una sorta di maledizione, quella che affligge Leo Messi. Un tormento che sembra non aver fine. E stavolta, a dirla tutta, non è nemmeno colpa sua. Leo Messi questa Copa America l’ha giocata, al contrario dello scorso Mondiale, da trascinatore assoluto. Non ha segnato molto, vero, ma i suoi compagni di reparto hanno potuto beneficiare del trattamento ossessivo-compulsivo dedicato al loro numero 10. Ha illuminato le notti cilene con le sue accelerazioni, facendo ammattire i suoi marcatori, e regalando spazi e libertà immense a Di Maria, Aguero e Higuain. Eppure, l’esito, dopo la lotteria dei rigori, in cui Leo ha comunque fatto il suo dovere, è stato lo stesso, infausto, di un anno fa, quando il gol di Mario Gotze sigillò una partita che l’Argentina non giocò da Argentina, e che soprattutto Messi non giocò da Messi. Un filo conduttore, tra quelle due partite, c’è, ed è l’errore di Gonzalo Higuain, che sabato scorso era stato messo da Leo in condizione di segnare il gol vittoria, divorandoselo.

La differenza tra vittoria e sconfitta, quando arrivi ai calci di rigore, è flebile e ingrata. I tiri dagli undici metri decidono se passerai alla storia dalla parte giusta o da quella sbagliata. Sarebbe bastato un nonnulla e avremmo parlato di un Leo Messi finalmente consacrato dalla vittoria con la maglia albiceleste. Ma così non è stato, ed è questo il bello di uno sport crudele come il calcio. E non è servita la consolazione del premio di miglior giocatore della competizione. Leo non l’ha voluto, rifiutandolo. Non voleva tenere in casa il simbolo dell’ennesima disfatta.

Le motivazioni sono parecchie, anzi, forse non le sa nessuno. Il Leo Messi dell’Argentina non è il Leo Messi del Barcellona. Qualcuno dice che, per quanto i nomi siano altisonanti, l’Argentina non è il Barcellona, e che il sistema protezionistico messo in piedi dai catalani sia fatto su misura per esaltare le qualità di Leo Messi. Ma è vero anche il contrario, per carità: senza la Pulce, con tutto il rispetto, il Barcellona non sarebbe il Barcellona. Sarà questione di marcature, sarà che, in Europa, Leo deve per forza di cose essere più libero, perchè, se lasci quegli spazi al  Barcellona, ne paghi le dolorose conseguenze. I più drastici si spingono a dire che Leo, arrivato in Europa a 13 anni e diventato grande con e grazie al Barcellona, di argentino ha ben poco.

Non ha quella grinta, quel carisma, quella cattiveria tipica dei grandi leader sudamericani, quella che tanti calciatori cileni hanno fatto vedere sabato, per dire. Vero, ma Leo non è un leader carismatico come lo era Diego Armando Maradona. E forse è l’ombra di Diego una delle spiegazioni di questa maledizione. Un’ombra troppo pesante da portarsi appresso. Un’ombra che appesantisce quella maglia albiceleste numero 10, una maglia da cui tutti si aspettano una magia da un momento all’altro. Come quelle con cui Diego vinse, quasi da solo, il Mondiale del 1986. Quella, forse, è la sottile differenza che spiega la metamorfosi di Leo Messi da alieno a umano, ogni volta che indossa quella maglia albiceleste. Forse. Perchè, tutto sommato, il calcio è un mistero che possiamo solo provare a spiegarci. Senza riuscirci mai, probabilmente.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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