Quivi sospiri, pianti e alti guai risonavan per l’aere sanza stelle, per ch’io al cominciar ne lagrimai. Diverse lingue, orribili favelle, parole di dolore,...

Quivi sospiri, pianti e alti guai risonavan per l’aere sanza stelle, per ch’io al cominciar ne lagrimai.
Diverse lingue, orribili favelle, parole di dolore, accenti d’ira, voci alte e fioche, e suon di man con elle
facevano un tumulto, il qual s’aggira sempre in quell’ aura sanza tempo tinta, come la rena quando turbo spira.
Dante Alighieri – Inferno, Canto III

Con questi versi, il sommo poeta, Dante Alighieri, appena addentratosi nell’Ade, descrisse l’aria tetra di quel luogo, e il senso di smarrimento che provò, appena ci mise piede. Un brivido freddo, lungo tutto la schiena, accompagnò il poeta toscano per tutti i gironi e le bolge infernali, a cui solo poche volte, Virgilio, suo modello e sua guida in quell’infausto luogo, seppe porre sollievo.

Potremmo comprendere meglio il suo stato di ansia, se lo paragonassimo al brivido che accompagna i giocatori prima dell’ingresso in campo; quella sensazione di impotenza che fa tremare le gambe prima di giocare davanti ad un pubblico ostile; quel senso di turbamento, di chi non sa cosa lo aspetterà dopo quella lunga “burella”, sempre di dantesca memoria, chiamata tunnel, che porta al rettangolo di gioco.

Ma se l’inferno vissuto da Dante, e il suo brivido, non erano nient’altro che il frutto di un sogno, seppur dai connotati molto realistici, quello con cui hanno fatto i conti molti campioni tra gli anni ‘90 e 2000 è stata, purtroppo per loro, una nitida realtà: l’Ali Sami Yen, il Cehennem di Istanbul. Dedicato e intitolato al fondatore e primo presidente del Galatasaray, l’impianto venne edificato nel 1943 e aperto al pubblico nel 1945, subendo poi una lunga ristrutturazione terminata solo nel 1964.

Sin dalla sua comparsa nel quartiere Mecidiyekoy, sin da quando cioè, il Galatasaray l’ha eretto a suo fortino, questa “bolgia infernale” è stata teatro di barbarie e torture calcistiche, per tutti i coloro che dovevano espiare l’unica colpa di non giocare e non abbracciare la fede Cimbom. I leoni di Istanbul hanno vissuto in questo luogo demoniaco tanti trionfi nazionali, che hanno contribuito ad accrescere la fama della squadra nel mondo, ma soprattutto tante meravigliose notti di Champions.

Come quella del 3 aprile del 2001, quarto di finale di Champions League, quando ai 22.000 dell’Ali Sami Yen, diventati 35.000 per l’occasione, fece visita il Real Madrid di Del Bosque, guidato in campo da quegli spiriti eterei fatti di classe e muscoli conosciuti in terra coi nomi di Raul Gonzalez Blanco, Luis Figo, Roberto Carlos e Fernando Hierro. I blancos erano più forti, si vedeva, tant’è che dopo mezz’ora erano già sopra di due gol, quelli siglati da due gregari, Helguera e Makelele; quasi come se “l’èlite galactica” non volesse partecipare a quell’inutile mattanza, come se non volesse sporcare la propria camiseta blanca a causa di quegli undici, più o meno turchi, rozzi.

Ma quando scendi negli inferi, essere puro non serve a nulla: l’onda d’urto provocata da tutti i settori dello stadio, dalla tribuna centrale, la Numaralı, alla tribuna Kapalı, sede dei principali gruppi ultras, fino alle curve Yeni Açık ed Eski Açık, travolse tutto e tutti, e sputò in faccia a chi, fino ad allora, aveva vinto otto Champions League. Tre pugni dritti su quel favoloso grugno, vennero inferti da Umit Davala, Hasan Sas e Mario Jardel, e commissionati dalla malvagia mente di Gheorghe Hagi.

Una remuntada che tinse di rosso sangue le candide casacche del Real. La stessa onda aveva inabissato pochi mesi prima il Milan di Alberto Zaccheroni, che seppellì all’Ali Sami Yen le ultime velleità di qualificazione ai quarti di quel torneo, uscendo mestamente nel 2° turno a gironi. Anche gli inglesi, che di stadi caldi se ne intendono, piansero qui: basti pensare a come scese in campo il Chelsea di Desailly e compagni, con i poliziotti a fare da scudo per proteggere i giocatori che entravano in campo dal tunnel degli spogliatoi; oppure immaginate le facce dei giocatori del Manchester United, che in una partita contro il Galatasaray della stagione ‘93/’94, furono accolti da una scritta che recitava: “Benvenuti all’inferno. Queste saranno le vostre ultime ore“.

Prima di tutto ciò, la gara contro la Juve del dicembre del ’98, quando i bianconeri giocarono ad Istanbul sotto la protezione di 20mila agenti delle forze dell’ordine in assetto anti-sommossa: il 12 novembre di quell’anno, accompagnato da Ramon Mantovani, deputato di Rifondazione Comunista, giunse a Roma Abdullah Ocalan, politico, guerrigliero curdo e leader del PKK, il partito dei Lavoratori del Kurdinstan, considerato dal governo turco alla stregua di una vera e propria organizzazione terroristica.

Per la sua attività in favore della minoranza curda in Turchia, Ocalan fu condannato alla pena di morte, e dopo una latitanza di alcuni anni in giro per l’Europa, si consegnò alla polizia italiana, sperando di ottenere, in qualche giorno, asilo politico; ma la minaccia di boicottaggio verso le aziende italiane spinse il neo-formato governo D’Alema a non concedere ad “Apo” questo diritto, peraltro sancito dalla Costituzione, agli articoli 10 e 26.

Troppo ghiotta l’opportunità di farla pagare ai traditori italiani che stavano per dare protezione al nemico numero 1 di Turchia; ma alla fine prevalse il buon senso, la gara fini 1-1, la tensione fu altissima, ma di incidenti se ne videro pochi; perché l’Ali Sami Yen sa essere anche misericordioso, alle volte.

D’altro canto, se riesci a strappare a mister “impassibilità” in persona, Pierluigi Collina, un “Amo questo inferno“, paradossalmente, qualcosa di sacro devi averlo per forza. Dal febbraio 2011 questo inferno non esiste più, mandato all’Ade per via di permessi edilizi non concessi e per la vetustà dei propri impianti: il Galatasaray, e soprattutto i suoi tifosi, si sono trasferiti nella modernissima Turk Telekom Arena, gioiellino da 53.000 posti, che poco ha a che fare con la vecchia casa giallorossa.

Bello sì, ma bello non ti farà vincere nessuna partita. Quello che forse il nuovo stadio non potrà mai provocare, è quel blocco psicologico, ambientale e fisico, che puntualmente colpiva chiunque, veterano e non, dovesse esibirsi in quel catino infernale; “non giochi solo contro la squadra, giochi contro tutti i tifosi“: ecco, forse Ryan Giggs spiegò meglio di tutti cosa significava giocare all’Ali Sami Yen, la porta dell’inferno.

Michele Santoro