La triste notte del Bandido La triste notte del Bandido
L’animo umano è semplice, tutto sommato.  Non c’è bisogno di troppe domande, di troppe parole, per arrivare in fondo a un paio di occhi... La triste notte del Bandido

L’animo umano è semplice, tutto sommato. 

Non c’è bisogno di troppe domande, di troppe parole, per arrivare in fondo a un paio di occhi e leggerci cosa ci sta passando dentro.

Ieri sera, a Mosca, mentre undici ragazzi inglesi e undici ragazzi colombiani si inseguivano per il campo, si spintonavano, cercavano di superarsi a vicenda alzando il tono dello scontro, c’erano un paio di occhi che raccontavano una notte da incubo.

Erano gli occhi di James Rodriguez, el Bandido.

Costretto dall’infortunio rimediato contro il Senegal a guardare i suoi compagni da fuori, come un tifoso qualunque. Costretto a vivere la partita come uno dei tanti colombiani che da casa, da Bogotà, da Barranquilla, da Medellin, da Calì, da Cartagena, dai tanti villaggi, dalle tante abitazioni in cui viveva il sogno.

Costretto a soffrire, più di tutti gli altri.

Perché l’animo di un guerriero certe cose non può sopportarle. Perché l’animo di un lottatore si lacera, pensando ai compagni in battaglia, sapendo di non poter essere lì in mezzo a dare il suo contributo. Soprattutto se quel guerriero, quel lottatore, si chiama James Rodriguez, e in questo Mondiale vedeva la speranza di un popolo, vedeva la rivincita di una stagione vissuta in chiaroscuro.

Le telecamere sono andate spesso a pescare el Bandido in tribuna.

Un’anima in pena, sofferente, distrutta: in quegli occhi, a volerci arrivare in fondo e a voler leggere cosa ci stava passando dentro, si leggeva tutta la voglia di buttare via quella tuta e correre in campo a dare tutto, anche a costo di lasciarci una gamba, per segnare il gol che avrebbe potuto regalare un sogno alla Colombia.

La partita in campo, poi, è stata ulteriormente crudele. James sussulta sul tiro di Uribe che Jordan Pickford vola a togliere dall’incrocio dei pali. Un tiro che ricordava molto da vicino la conclusione con cui el Bandido, quattro anni fa, stese l’Uruguay in Brasile. Un tiro che era destinato allo stesso angolino, e che avrà probabilmente risvegliato rabbia, frustrazione, orgoglio, nel suo cuore.

Yerry Mina ha mandato la gara ai supplementari, i successivi 30 minuti hanno portato dritti alla lotteria dei rigori.

E mentre le telecamere continuavano a pescare lo sguardo perso nel vuoto di James, tutti abbiamo pensato, in cuor nostro, che uno di quei rigori Rodriguez lo avrebbe sicuramente tirato. Magari quello che Mateus Uribe ha stampato sulla traversa. Magari quello che Carlos Bacca si è fatto neutralizzare dalla manona di Pickford.

A fine partita, mentre l’Inghilterra festeggiava e mentre i giocatori colombiani cercavano di consolarsi in qualche modo, James è sceso in panchina. Si è seduto, da solo, e ha sfogato la sua notte difficile in un pianto inconsolabile, che gli ha lasciato gli occhi rigati di lacrime, arrossati e stanchi.

Dentro quegli occhi, la delusione di un amante a cui non è stata concessa la possibilità di provare il suo amore alla sua bella.

Un pianto che solo un cuore in gabbia può comprendere. Perché tutti noi sappiamo che un vero guerriero preferisce cento volte perderla in campo una battaglia, piuttosto che dover guardare i suoi compagni soccombere da fuori.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro