La storia di Momo La storia di Momo
“Ti prego Momo, raccontamela ancora una volta poi, giuro, non te lo chiedo più”. Kimy, giovane attaccante della selezione under 17 della Sierra Leone,... La storia di Momo

Ti prego Momo, raccontamela ancora una volta poi, giuro, non te lo chiedo più”. Kimy, giovane attaccante della selezione under 17 della Sierra Leone, si avvicina al proprio allenatore con lo sguardo implorante.

Va bene figliolo, siediti qui vicino a me e stammi a sentire”. La sua voce, ogni volta che si apprestava a raccontare quella storia, quella medesima storia che non non poteva cambiare, neanche alla centesima volta che veniva raccontata, stava già tremando. Emozione che si mescola ai ricordi, pronta a trasformarsi in nostalgia di quei tempi andati, mai in sofferenza.

Era il 2003, come corre il tempo, sono già passati 14 anni eppure mi sembra ieri. Giocavo nell’Inter, quella del Fenomeno Ronaldo, che purtroppo ci aveva salutato l’anno precedente, di Christian Vieri e Javier Zanetti, per dirti solo alcuni nomi che sicuramente avrai già sentito. In panchina c’era Hector Cuper, un uomo dal portamento fiero, non per niente veniva chiamato l’hombre vertical, l’uomo tutto d’un pezzo, che prima di ogni partita, all’uscita del tunnel che portava al terreno di gioco, ci batteva la sua mano sul petto. Serviva ad infonderci forza e coraggio. Non ho mai capito se funzionasse o meno con tutti, con me sicuramente sì.

Dovevamo affrontare la nostra rivale storica di sempre, il Milan, squadra appartenente alla nostra stessa città, ma non era il derby che si disputa ogni anno per il campionato.

Quella volta in ballo c’era molto di più: si giocava per la coppa dei Campioni, per stabilire quale fosse la squadra più forte in Europa, e la partita valeva l’ingresso alla finale. Il match di andata, carico di tensione, finì 0-0 e tutto si doveva decidere al ritorno, dove formalmente eravamo noi a giocare in casa. Più di 80.000 persone riempivano gli spalti.

Le cose si misero male quando Shevchenko, il loro attaccante formidabile, segnò il gol del vantaggio per cui, giocando in trasferta, si sarebbero potuti accontentare anche di un pareggio.

Io quella partita, inizialmente, la guardavo dalla panchina. Mister Cuper aveva preferito schierare Recoba e Crespo, estroso talento uruguagio il primo e temibilissimo attaccante argentino il secondo. Ronaldo ci aveva salutato l’anno prima, come ti dicevo, destinazione Madrid, mentre Christian Vieri era infortunato.




Il nostro condottiero, per tentare di raddrizzare la barca che stava affondando, mise in campo prima Oba Oba Martins, velocissimo attaccante nigeriano, che si dice andasse più veloce del pallone, poi mise in campo me. Non avevo giocato molte partite in quell’anno.

Al minuto 83 della ripresa fu proprio Oba Oba a segnare, approfittando di un rilancio sbagliato di Costacurta e beffando Maldini, due tra i migliori difensori che si siano mai visti in Italia

La voce di Momo, diminutivo di Mohamed Kallon, si fa sempre più pesante.Ogni parola descrive un gesto, come se lo ripercorresse nell’istante esatto in cui viene emesso il suono.

Tre minuti più tardi, mi arriva un pallone che avrebbe potuto spedire il Diavolo all’Inferno e mandare noi in Paradiso. Mi avvento su quella palla come se da essa dipendessero le sorti del mondo intero, non ho nemmeno il tempo di controllarla, la calcio mentre sto cadendo. Il loro portiere, Abbiati, fa altrettanto, mi corre incontro e cerca di chiudermi tutto lo specchio della porta. Non ho mai capito come la prese, forse con il polpaccio, forse con chissà quale altra parte del corpo, fatto sta che la palla lo colpisce ed esce. In calcio d’angolo. Avremo qualche minuto più tardi un’altra chance per vincerla, ma Abbiati ancora una volta non fu dello stesso avviso

Perchè non piangi mai quando mi racconti questa storia?” Kimy lo interrompe con voce bassissima, ormai la conosce a memoria anche lui ma ogni volta che la ascolta, a differenza di Momo, fatica a trattenere le lacrime.

Non c’è motivo di piangere Kimy, lo sport mi ha dato la possibilità di fuggire da questo posto quando i ragazzi come te, e persino i bambini, venivano usati come soldati, in una guerra civile che non risparmiava nessuno. Mi ha dato la possibilità di tornare nel mio paese per dare una speranza a te, e a tutti i tuoi compagni, di un futuro migliore. Quel gol avrebbe potuto cambiare qualcosa?

Ora ho la mia squadra, L’Fc Kallon, di cui sono stato giocatore, presidente e a breve sarò l’ allenatore. Cosa posso volere di più? Insegno a te, Kimy, e a tutti gli altri ragazzi dell’under 17 della Nazionale cosa conta veramente nella vita e un giorno arriveremo in alto, a disputare un mondiale. Te lo prometto

E prima di arrivare all’Inter cos’hai fatto? Dove sei stato?” Lo incalza Kimy, avventurandosi in un terreno ancora inesplorato.




Sono partito da Freetown, esattamente dove ci troviamo adesso, e avevo la tua età, 15 anni. Dopo aver giocato un anno nell’Old Edwardians mi sono trasferito in Libano, dove con l’Al Tadamon Sour mi sono messo in evidenza segnando 15 gol in poco più di 20 partite.

L’Inter è stata la prima società a credere veramente nelle mie potenzialità, anche se ero troppo giovane e davanti a me avevo troppi mostri sacri da scalzare. Così mi hanno mandato a fare le ossa, come si dice da quelle parti, a Bologna, Genova e Cagliari, prima di approdare a Reggio Calabria. A questa città è legato uno degli episodi che ricordo con più piacere della mia carriera da sportivo: il primo gol della Reggina in serie A l’ho segnato proprio io e non contro una squadra qualunque. L’ho realizzato contro la Juventus, Kimy, me lo ricorderò sempre quel colpo di testa con tutti che venivano ad abbracciarmi. Che meraviglia quella maglia numero 2 amaranto, non puoi immaginare.

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Poi a Vicenza, di fianco ad un altro attaccante formidabile di nome Luca Toni, quanto mi sono divertito.
I tre anni all’Inter, senza successi, ma giocati fianco a fianco di grandissimi campioni, non li scorderò mai. Per questa avventura avevo scelto un altro numero particolare, solitamente sulle spalle di un difensore, il tre.

L’approdo in Francia, al Monaco, ed i guai fisici che iniziano a prendere il sopravvento. Grecia, Emirati Arabi e Cina per tornare nuovamente qui, nella mia terra, dove tutto ha avuto inizio.

Ho rilevato una squadra nel 2009, il Freetown, e l’ho chiamata con il mio nome FC Kallon.
Non è soltanto una squadra, è un modo per restituire al mio paese quello che ha fatto per me, ci prendiamo cura delle giovani promesse e soprattutto le allontaniamo dalla strada.

E cosa c’è di diverso in Europa, rispetto a qui, se non dovessi mai riuscire ad andarci?”, chiede Kimy, ormai completamente in balia delle parole di Momo.

Vedi Kimy, là si vive a velocità folle, noi abbiamo i nostri ritmi. Ho avuto il privilegio di giocare in una delle squadre più prestigiose al mondo come l’Inter. Ma ci vuole tanta umiltà. Io rimanevo in silenzio e ascoltavo i compagni più anziani come Zanetti, Materazzi e Crespo, e rispettavo gli allenatori. Oggi sembra che tutto stia andando a rotoli. Colpa dei soldi”.

Sarà, ma a me un giorno piacerebbe andarci e chissà se quel giorno ci saranno ancora Messi e Ronaldo, sarebbe bello”.

Negli occhi di Kimy si è accesa una luce di speranza, non ha più nient’altro da domandare, per il momento.

Vedi Kimy, se ci credi veramente, se ti alleni duro ce la farai. Ne sono sicuro. Ora andiamo ad allenarci, coraggio figliolo”.

Paolo Vigo
Twitter: @Pagolo