La storia di Jermain Defoe e Bradley Lowery: un insegnamento di vita La storia di Jermain Defoe e Bradley Lowery: un insegnamento di vita
26 Marzo 2017, stadio di Wembley. Le telecamere indugiano sui giocatori che stanno per fare il loro ingresso sul terreno di gioco, da una... La storia di Jermain Defoe e Bradley Lowery: un insegnamento di vita

26 Marzo 2017, stadio di Wembley. Le telecamere indugiano sui giocatori che stanno per fare il loro ingresso sul terreno di gioco, da una parte l’Inghilterra, dall’altra la Lituania.

Come spesso accade, i giocatori sono accompagnati nel loro tragitto dallo spogliatoio al centro del campo da alcuni bambini, che hanno l’occasione di ammirare da vicino e toccare letteralmente con mano i propri beniamini. Una cosa carina che si ripete su vari campi in Europa e nel mondo, nulla di particolarmente sconvolgente.

Questa volta però c’è qualcosa di diverso: la telecamera indugia insistentemente sulla fila dei calciatori inglesi, dove in prima posizione non c’è Joe Hart, come sarebbe logico aspettarsi, in quanto capitano della squadra, bensì Jermain Defoe, fresco di convocazione dopo 3 anni e mezzo di assenza dalla Nazionale.

Non è questo però il motivo per cui Defoe apre la fila dei giocatori inglesi, né la ragione per cui le telecamere lo stanno inquadrando. Hart ci teneva particolarmente: “vai avanti tu, non importi se non sei il capitano”.




Il motivo è un altro, ben più nobile, e lo si capisce quasi subito: la mascotte, che tiene per mano Defoe, è Bradley Lowery, il bambino di 5 anni malato di neuroblastoma, un tumore già in fase terminale, che nei mesi scorsi abbiamo imparato a conoscere.

I suoi occhi, il suo abbraccio, portando le mani attorno al collo dell’attaccante londinese, non sono semplici gesti di chi vede per la prima volta da vicino il proprio giocatore preferito. In quegli occhi e in quelle mani c’è complicità, c’è fiducia.

Sì, perché in effetti i due non è la prima volta che si incontrano, era già successo all’inizio del mese scorso in un letto di ospedale, dove il piccolo Bradley si stava sottoponendo alle cure previste dai medici per allungargli il più possibile la vita.

I dottori sono stati chiari: gli sforzi della famiglia e le donazioni di tutta la gente per ottenere la somma necessaria ad una terapia sperimentale, da fare negli Stati Uniti, serviranno unicamente a rallentare, almeno questa è la speranza, il decorso della malattia. Guarire, arrivati a questo punto, non è più un opzione possibile.

Dal momento che era stata sensibilizzata l’opinione pubblica, per aiutare la famiglia nella raccolta fondi, il caso ha fatto presto il giro del mondo, con tantissime donazioni e manifestazioni di affetto nei confronti della famiglia e soprattutto del bambino.

Il mondo dello Sport non fa eccezione: una delegazione del Sunderland, squadra per la quale il piccolo Bradley simpatizza, va a fargli visita in ospedale. Arrivano John O’Shea, Vito Mannone e Sebastian Larsson. Per ultimo arriva Jermain Defoe, il calciatore preferito di Bradley.
Il bambino non sa cosa fare, è molto emozionato e l’unica cosa che vorrebbe è tenerselo vicino per quanto più tempo possibile.

Guarda la mamma e sussurra “puoi spegnere la luce”?, poi alza le coperte, volge lo sguardo a Jermain e gli chiede “puoi dormire con me”? Non ci pensa nemmeno un attimo: ancora con il cappellino in testa si butta nel letto di Bradley, dove verrà scattata una foto densa di significato e carica di emozione che Defoe, da quel giorno, terrà appiccicata sull’armadietto nello spogliatoio del Sunderland.




Mi ha messo addosso le coperte, voleva solo essere coccolato. Non voleva che andassi via, l’ho abbracciato e si è addormentato. Sua madre, scherzando, mi ha detto che sarei dovuto rimanere tutta la notte e allora le ho risposto “Qualcuno chiami David Moyes e gli dica che non posso giocare nel weekend”. E’ stato speciale.

Chissà, in quegli istanti mentre il piccolo Bradley dorme, a cosa pensa Jermain Defoe. Molti sono portati a pensare che, in una posizione privilegiata come la sua, ovvero da calciatore multimilionario, sia un gesto quasi dovuto. Probabilmente è anche vero, ma sarebbe riduttivo e scorretto cercare di spiegare qualcosa che coinvolge la sfera emotiva sulla base del solo denaro, che è quanto di più materiale possa esistere.

La verità è che davanti alla malattia, alla sofferenza personale o di chi ci è vicino, i soldi possono aiutare ma non saranno mai la soluzione. E questo Defoe lo sa bene, basta che ritorni con la mente a 5 anni prima quando, dal ritiro della nazionale inglese, con la quale sta preparando gli Europei di Polonia e Ucraina, riceve una telefonata che gli annuncia la morte del padre. Un cancro alla gola se lo è portato via a soli 49 anni.

Nonostante Jermain sia cresciuto sempre con la madre è una notizia che lo sconvolge: come avrà modo di ribadire sempre, le parole di Craig Bellamy in quella circostanza non le scorderà più e diventeranno uno dei principi cardine della sua esistenza “Ricordati che nella vita c’è più del calcio”.

Già nel 2009 Defoe aveva sperimentato cosa volesse dire soffrire per la perdita di qualcuno che si ama, dopo che il fratellastro Jade aveva perso la vita in seguito ad un’aggressione a Londra. Dopo qualche mese dalla scomparsa del padre arriva anche la tragica perdita della cugina, morta fulminata in una piscina di un hotel in circostanze mai chiarite definitivamente.

Forse è per questo passato di sofferenze vissute e destini incrociati che tra Jermain e Bradley scatta subito qualcosa che va oltre la semplice solidarietà e vicinanza ad un bambino che sta lottando contro qualcosa di molto più grande di lui.

26 Marzo 2017, stadio di Wembley. Sono le 20.45 è ora di scendere in campo. Bradley Lowery e Jermain Defoe guidano la fila, l’urlo di Wembley all’ingresso dei giocatori è assordante. Il bambino si porta prima le mani alle orecchie, quasi volesse attutire quel frastuono infernale, poi, arrivato sulla linea di centrocampo, se le passa sugli occhi, incredulo dall’emozione.

I due devono separarsi ma Bradley non sa che il regalo più bello lo deve ancora ricevere. Passano 22 minuti e Defoe si avventa con tempismo perfetto su un cross di Sterling, spedendo la palla in rete. E’ il suo ventesimo gol per la nazionale dei 3 leoni, il primo dal 2013, l’ultima volta volta che aveva avuto il privilegio di indossare quella maglia.

E’ un gol pesante, che apre le marcature e conferma come l’attaccante del Sunderland, nonostante gli anni passino inesorabili, sia ancora uno dei più letali in circolazione.

E’ un gol dal sapore particolare, che in cuor nostro ci piace pensare Defoe abbia voluto regalare al piccolo Bradley, come promesso quella volta che i due hanno dormito insieme, legando indissolubilmente le proprie esistenze.

Paolo Vigo
Twitter: @Pagolo

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