La sconfitta più bella della storia della Chapecoense La sconfitta più bella della storia della Chapecoense
Alan Ruschel ha sempre detto di non ricordare niente di quello schianto maledetto. E forse, per lui che è sopravvissuto a una delle tragedie... La sconfitta più bella della storia della Chapecoense

Alan Ruschel ha sempre detto di non ricordare niente di quello schianto maledetto.

E forse, per lui che è sopravvissuto a una delle tragedie più significative della storia recente dello sport, è stato un piccolo risarcimento da parte di un destino infame che si è portato via i suoi compagni e i suoi amici in quel nefasto 28 novembre 2016.

Ma, di sicuro, anche se Alan non ricorda niente del giorno che si è portato via la Chapecoense, i suoi occhi dicono il contrario.

Ieri Alan Ruschel era sul prato del Camp Nou, insieme a Neto e Jackson Follmann, anche loro usciti incredibilmente vivi dal disastro del volo LaMia 2933.




Vivi all’apparenza, perché in genere chi sopravvive a cose del genere, i segni peggiori se li porta dentro il cuore, e le cicatrici indelebili restano nell’anima, mica sulla carne.

La Chapecoense, se tutto fosse andato secondo i piani, al Camp Nou di Barcellona non avrebbe mai dovuto giocarci. I destini di queste due squadre, se il 28 novembre 2016 non fosse mai esistito, non si sarebbero mai incrociati, probabilmente.

E invece ieri sera, al Camp Nou, per il Trofeo Gamper, l’appuntamento che segna la fine del precampionato per il Barcellona, c’era proprio la Chape, o almeno quella che è diventata la Chape dopo il disastro di 9 mesi fa.

9 mesi, il tempo giusto per portare al mondo una nuova vita.

Ieri sera è tornato in campo anche Alan Ruschel, con la fascia di capitano al braccio. Insieme a lui, Neto e Jackson Follmann, salutati dal tributo del Camp Nou, da applausi sinceri, da brividi sotto la pelle e da qualche inevitabile lacrima, che nemmeno loro sono riusciti a trattenere.

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Per loro, più di tutti, non deve essere stato per niente facile.

E non solo ieri sera, ma ogni singolo giorno che il Signore abbia mandato in terra dal 28 novembre ad oggi. Questi ragazzi hanno letteralmente perso il conto delle volte in cui sono stati al centro di un campo, in una sala stampa o sotto delle luci dei riflettori, per ricordare il giorno più terribile della loro vita.

Eppure, è proprio quello il senso del loro viaggio su questo mondo, oggi: ricordare a tutti che ci si può rialzare anche dalle cose più terribili.




E, forse, il senso della serata di ieri, del viaggio della Chape a Barcellona, sta in poche piccole cose. Negli occhi di tre ragazzi dentro uno stadio immenso, nelle loro lacrime e nei loro pensieri volati a migliaia di chilometri di distanza.

Nella fascia di capitano di Alan Ruschel, che non sapeva se avrebbe continuato a vivere e invece è tornato a giocare, con una lesione vertebrale, nonostante tutto. Nello sguardo, pieno di rispetto, e di commozione, di giganti del calibro di Leo Messi, Luis Suarez o Andrés Iniesta, che guardavano quei tre ragazzi al centro del campo consci del fatto di non aver mai affrontato una partita così dura. Nell’entusiasmo di Jackson Follmann, e nel suo piede sinistro, quello con cui ha dato il simbolico fischio di inizio alla partita. Il sinistro, perché il destro, da qualche tempo, è sostituito da una protesi in fibra di carbonio.

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Nello scambio di maglia avvenuto a fine primo tempo, quando Alan Ruschel si è avvicinato a Leo Messi e gli ha chiesto se poteva avere la numero 10 blaugrana.

Nei 5 gol che il Barcellona ha poi rifilato alla Chapecoense, quasi a voler ricordare che il calcio non si ferma, che la Chapecoense ora è una squadra come tutte le altre, una a cui il Barcellona può sempre insegnare calcio.

Ma, quei 5 gol, ieri sera, sono stati di sicuro la sconfitta più bella della storia della Chapecoense

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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