La prima partita arbitrata da un robot La prima partita arbitrata da un robot
Quell’idea frullava nella testa del Presidente da diversi anni. Tutto cominciò dopo l’ennesimo polverone, dopo l’ennesima partita finita con dichiarazioni al veleno, insulti da... La prima partita arbitrata da un robot

Quell’idea frullava nella testa del Presidente da diversi anni. Tutto cominciò dopo l’ennesimo polverone, dopo l’ennesima partita finita con dichiarazioni al veleno, insulti da una parte e dall’altra, ipotesi di complotto, di furti, di scandali. Il Presidente, davanti alla televisione di casa, ascoltava impotente allenatori, calciatori e tifosi sbraitare.

Tutti, dal primo all’ultimo, avevano sempre qualcosa di cui lamentarsi. Il Presidente, disperato, voleva mettere fine a quella situazione. Il Presidente si era messo in testa di chiudere per sempre le polemiche arbitrali. Sognava un campionato sereno. Qualche anno prima, nel lontano 2017, era naufragata la proposta della VAR, l’arbitraggio assistito dai replay, dopo che un servizio di un noto canale televisivo aveva dimostrato che era possibile taroccare le immagini a discrezione di qualcuno. Il Presidente, infuriato, fece immediatamente fermare quel progetto, e continuò ad avere fiducia nei suoi arbitri.

Ma quella sera, si era passato il segno. Successe durante le interviste televisive, al termine del big match di campionato -era la quindicesima giornata della Serie A 2027-28- tra Giana Erminio e Poggibonsi, le due squadre che avevano scalato le classifiche negli anni grazie alle proprietà straniere (i pakistani avevano comprato la Giana Erminio, mentre una cordata di imprenditori delle Isole Cayman aveva messo le mani sul Poggibonsi). I Presidenti delle due squadre arrivarono alle mani durante le interviste.

 

Il Presidente della Federazione era disteso sulla poltrona, inerme. L’allenatore della Giana Erminio, durante l’intervista postpartita, aveva fatto fuoco e fiamme, e minacciato di allertare l’esercito per risolvere questa situazione. Il Presidente voleva morire. Si versò un altro calice di vino rosso e prese il telecomando per spegnere la tv. Esitò un attimo. Ai microfoni delle tv era arrivato il capitano del Poggibonsi, che difendeva le scelte dell’arbitro (che, nel corso del match, aveva espulso 4 calciatori avversari e assegnato 8 calci di rigore). Il Presidente, stordito dalla bottiglia di Brunello di Montalcino che ormai era quasi arrivata al fondo, sentiva ormai un mare indistinto di frasi che si accavallavano una sull’altra. Ma, a un certo punto, ne colse una, distintamente.

…in fondo l’arbitro è umano, può sbagliare anche lui“.

Il Presidente sobbalzò. Ebbe un’illuminazione, corse a prendere il telefono, mise in moto la macchina. In tre ore, quella notte, nacque il progetto. In sei mesi fu pronto per essere lanciato in grande stile: il primo arbitro robot era pronto per arbitrare una gara di Serie A. La gara venne scelta con minuziosa attenzione, per evitare di partire con il piede sbagliato. Venne scelta una gara del girone C di Lega Pro, per il giorno storico.

Era il 15 novembre del 2028, la partita scelta quella tra Akragas e Siracusa. Le due squadre scesero sul terreno di gara, mentre l’arbitro arrivò dal cielo. Era un drone di ultimissima generazione, con fattezze umane ma dotato della capacità di volare. Poteva percorrere il campo in tutta la sua lunghezza nel giro di un secondo e mezzo, e grazie alle sue cinquantasette telecamere aveva occhi ovunque. Nulla gli poteva sfuggire. Registrava tutto, e in un breve istante, grazie ad un algoritmo e al confronto con un database video sconfinato, prendeva la decisione giusta, al 100%.

Sembrava un sogno. Niente più polemiche, niente più errori, niente più complotti. Tutto affidato alla scienza e alla tecnologia. Nessuno, però, quel 15 novembre 2028, poteva immaginare che ci fossero così tante persone pronte a tramare nell’ombra per mandare a gambe all’aria l’esperimento.

In una buia stanzetta di Bratislava, un’associazione di malavitosi, intenzionata a indirizzare le partite per guadagnarci con il calcioscommesse, aveva messo a punto un sistema infallibile. Grazie a un team di esperti informatici, era stato in grado di accedere al software e manometterlo. Nessuno lo sapeva, ma sarebbero stati loro a controllare l’arbitro robot. Sarebbero stati loro a indirizzare qualsiasi decisione, senza che nessuno potesse accorgersene. Avevano già deciso che sarebbe finita con un pirotecnico 4-4 che li avrebbe fatti diventare ricchi da far schifo.

Ma quello che non sapevano era che non erano gli unici ad aver messo in moto l’ingegno. I Presidenti delle due squadre, per l’occasione, avevano fatto altrettanto. Tutte e due le squadre avevano team di esperti pronti a intervenire per provare a controllare a distanza l’arbitro-robot. Entrambe avevano avuto accesso ai codici, e uno dei due team aveva già modificato il software. Il robot avrebbe fischiato un rigore alla prima occasione in cui una delle due squadre sarebbe entrata in area.

E non era finita qui. Gli arbitri, che vedevano ormai il loro lavoro in pericolo, si erano attrezzati in maniera altrettanto truffaldina. Loro, però, avevano rinunciato a intervenire sul robot. Avevano fatto costruire un drone veloce, potente e silenzioso. Una sorta di sicario che sarebbe intervenuto dall’alto e, silenziosamente, avrebbe pugnalato alle spalle quell’ammasso di ferraglia che aveva rubato il posto ai vecchi fischietti.

Alle 15 precise, la partita cominciò. Il drone arbitro si librò in volo, ma fu chiaro a tutti che c’era qualcosa che non andava. Al posto del fischio di inizio, dagli altoparlanti dell’arbitro uscì, a tutto volume, una canzone di Al Bano. Il pubblico, ignaro di tutto, pensò di essere di fronte a una bella sorpresa, ed esplose in un applauso fragoroso.

Ma bastò poco per capire che il disastro stava per succedere. E successe al primo contatto. Un fallo a centrocampo, banalissimo. Il robot, confuso dalle indicazioni che arrivavano da tutte le parti, fischiò contemporaneamente 6 rigori e tirò fuori 8 cartellini gialli e 4 rossi. Cominciando a roteare su se stesso, urlando “NO MAS, NO MAS“. Sugli spalti il Presidente della Federazione, accorso per vedere all’opera la sua brillante idea, ebbe un mancamento.

Proprio in quell’istante, sullo stadio piombò dall’alto anche il drone-killer assoldato dagli arbitri. Scoccò la sua freccia avvelenata, e il robot arbitro prese fuoco, in una vampata che lo avvolse. E nel giro di 15 secondi non ci fu più nulla di lui.

Il Presidente cascò al suolo. Il suo vice, in un attimo di lucidità, si rivolse alle tribune, con una voce disperata:Signori, c’è per caso un arbitro?“.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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