La pazza storia del Castel di Sangro La pazza storia del Castel di Sangro
Il bello di vivere in questi tempi è che sappiamo tutto di tutti. Che se qualche outsider spunta fuori dal nulla affacciandosi al balcone... La pazza storia del Castel di Sangro

Il bello di vivere in questi tempi è che sappiamo tutto di tutti.

Che se qualche outsider spunta fuori dal nulla affacciandosi al balcone del grande calcio, in meno di mezzora possiamo riuscire a rispolverare vita, morte e miracoli di ogni singolo giocatore di quella squadra. E’ il bello del calcio del 2015, ma è anche il brutto. Perchè quello che poteva succedere 15-20 anni fa era circondato da un alone di mistero e magia difficilmente possibile oggi. Perchè una storia come quella che stiamo per raccontare, oggi non potrebbe esistere. Perchè la pazza storia del Castel di Sangro poteva succedere solo a metà degli anni ’90.

Castel di Sangro è un tranquillo paesino dell’entroterra abruzzese, uno come centinaia in Italia. Più o meno cinquemila abitanti e zero cose da fare. Un paesino che non immaginava nemmeno lontanamente che sarebbe passato alla storia ed entrato nel cuore degli appassionati di calcio di tutta Italia. La locale squadra di calcio milita nelle infime categorie dilettantistiche fino all’inizio degli anni Novanta, quando poi, poco alla volta, inizia ad affacciarsi prima in C2 (eh, si, non si chiamava ancora Lega Pro…) e poi in C1. Ed è proprio da qui che dobbiamo partire per raccontare la prima riga della favola. E’ il 22 giugno del 1996, un caldo pomeriggio di fine stagione. Allo stadio Pino Zaccheria di Foggia, campo neutro, il Castel di Sangro è l’ospite inatteso. Ha fatto già l’anno prima il salto dalla serie C2 alla C1, e adesso, nella finale playoff, è a una sola partita da un sogno chiamato serie B. Di fronte c’è l’Ascoli, squadra con una tradizione consolidata e con una squadra ambiziosa, che punta al ritorno sui massimi palcoscenici del calcio italiano.

La partita, nella migliore tradizione dei playoff di serie C, è una rumba di calcioni e squadre arroccate in difesa che termina sullo 0-0. Si va ai supplementari, dove, per trenta minuti, Castel di Sangro e Ascoli non riescono a superarsi. Al minuto 119, a un solo giro di lancette dai rigori, Osvaldo Jaconi chiama un cambio. Dalla panchina si alza Pietro Spinosa, portiere di riserva, zero presenze in stagione.Roberto De Iuliis, portiere titolare, stava benissimo. E’ una mossa psicologica di Jaconi, quella poi riproposta da Van Gaal ai Mondiali 2014. Ed è la mossa decisiva, perchè Spinosa para l’ultimo e decisivo rigore, dopo tredici tiri dal dischetto. Il Castel di Sangro è promosso in serie B. E’ un vero e proprio miracolo, la dimostrazione che anche i piccoli possono mettere le ali e volare tra i grandi.

Una squadra e un paesino che si trovano improvvisamente catapultati in serie B, sotto gli occhi dei riflettori. Il Castel di Sangro sarà decisamente la squadra da seguire nella stagione sportiva 1996-97. Sembra tutto decisamente un sogno. Le figurine Panini, le telecamere della Rai a ogni partita, la linea presa dagli inviati di Tutto il Calcio Minuto per Minuto dallo stadio di Castel di Sangro. Il problema è che a Castel di Sangro uno stadio in condizioni decenti per giocare non c’è. Il vecchio stadio Teofilo Patini non è pronto per la serie B e bisogna andare in esilio a Chieti per le prime gare della stagione. Insomma, le prime: l’esilio durerà fino a dicembre. E alla prima partita nel nuovo impianto cadrà anche giù un diluvio universale che renderà il terreno di gioco un pantano ingiocabile per diversi mesi. Ma il Castel di Sangro dimostra sin dalle prime giornate che non ha voglia di tornare da dove è venuto, e che metterà in campo anche l’anima pur di non ritornare immediatamente in serie C. La panchina è saldamente nelle mani di Osvaldo Jaconi, l’uomo del miracolo. E’ un allenatore rude, uno di quelli che ha le sue idee, i suoi moduli, i suoi uomini. E le sue idee, i suoi moduli, i suoi uomini non glieli fai cambiare nemmeno con le cannonate.

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Jaconi è un uomo sanguigno, un genuino omone corpulento con due baffi da competizione, uno di quei personaggi che puoi trovare, a iosa, sui campi del calcio minore. Di fare calcio spettacolo non ne ha la benchè minima intenzione, e per lui mettere in campo più di due punte è un abominio eretico. In realtà, spesso preferisce metterne anche solo una, abbandonata a se stessa, pur di difendere un prezioso punticino fuori casa. Insomma, se qualcuno, in quella pazza stagione di serie B, cercava il calcio spettacolo, non era di certo al Castel di Sangro che doveva guardare. Una squadra di vecchi volponi e qualche giovane talento, giovane talento che però doveva sempre superare l’intrinseca ostilità al nuovo di mister Jaconi. Una società lontana anni luce dall’idea del management sportivo che oggi pervade anche le realtà del calcio minore, per carità. Una gestione pane e salame, insomma, affidata alle intuizioni del vulcanico presidente, Gabriele Gravina, un personaggio tutto da scoprire, e alla gestione occulta del patron Rezza, mai sceso in campo in prima linea.

Ecco, le intuizioni del vulcanico Gravina. Ce n’è una che vi dobbiamo assolutamente raccontare. Poco prima del Natale del 1996, annuncia un grande colpo. Robert Raku Ponnick, portentoso attaccante nigeriano proveniente dal Leicester City. O, almeno, così dice Gravina, e nessuno pare prendersi la briga di andare a controllare. L’attaccante sbarca in Abruzzo e, in una sconvolgente conferenza stampa, annuncia a tutti le sue intenzioni bellicose: “Ho visto questa Serie B ed è una merda, io segnerò più gol di chiunque in questo campionato perché sono il migliore.”  Ah, si, promette anche di fecondare tutte le donne di Castel di Sangro e millanta l’attrezzo più grande dello Stivale: “Ho l’uccello più grosso di tutta Italia, Robert Raku Ponnick vi farà divertire come mai in vita vostra.”

Viene organizzata un’amichevole in fretta e furia per presentare il nuovo acquisto, nuovo acquisto che però dimostra una totale incapacità persino solo a correre o a tenere il pallone tra i piedi. Tra i mormorii del pubblico, a un certo punto si butta giù in area, senza essere stato toccato da nessuno, evidentemente. Toglie il pallone a Claudio Bonomi, rigorista designato, e si presenta sul dischetto. Anzi, tenta di metterla 2-3 metri più avanti del dischetto. Prima di tirare il rigore si butta a terra contorcendosi dal dolore, poi, mentre tutti gli si fanno intorno si rialza di colpo e batte il portiere dal dischetto. Esulta come un pazzo, nello stupore generale, mentre tutti si chiedono che razza di imbecille abbia comprato il Castel di Sangro. All’intervallo, lo shock. Robert Raku Ponnick, gli avversari e l’arbitro vanno sotto la curva dei tifosi, si inchinano, ringraziano. Viene giù un cartello. E‘ uno scherzo, una candid camera organizzata da un programma televisivo con la complicità (o forse l’ideazione) di Gravina. Incredibile.

Il Castel di Sangro, in qualche modo, si barcamena domenica dopo domenica, sempre a un passo dall’abisso. La squadra è quella che è, non si possono fare miracoli. Qualche vittoria nelle prime gare, sempre sofferte. Poi, l’inevitabile discesa di una squadra palesemente inadatta alla categoria. Prima di Natale la squadra vaga in pessime acque, l’ultimo posto è una sicurezza e il ritorno in serie C sembra praticamente cosa fatta. Il 10 dicembre, poi, succede qualcosa che fa calare delle nubi nere e tristi su questa storia. Di ritorno dalla trasferta di Venezia, alcuni giocatori vengono premiati con dei giorni extra di vacanza. Danilo Di Vincenzo e Filippo Biondi, a bordo della loro auto, si schiantano sull’Autostrada del Sole, vicino Orvieto. Muoiono sul colpo, lasciando il paese e la squadra nello sgomento e nella tristezza. La squadra, in una storia normale, dovrebbe affondare. I ragazzi dovrebbero sentire, ogni giorno, ogni istante, il peso opprimente dell’assenza dei loro compagni che hanno visto i loro sogni infranti su un maledetto pezzo d’asfalto.

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E invece, da quel momento, la pazza storia del Castel di Sangro diventa una favola. La prima partita dopo la morte di Danilo e Pippo è surreale. Uno zero a zero con la Lucchese in un match cui non succede niente,  assolutamente niente, seguita da una sconfitta a Torino. Dopo la sosta natalizia però la squadra sembra aver ritrovato uno spirito battagliero. Sembra guidata da una missione, sembra intenzionata a correre anche per Danilo e Pippo. Arrivano preziosissimi nuovi acquisti, come Daniele Francheschini e il diciannovenne bomber Gionatha Spinesi, che segnerà alcune reti decisive. Claudio Bonomi, che qualche anno dopo si guadagnerà anche la serie A, mette in mostra doti straordinarie e trascina la squadra.  Tre vittorie preziose, tra cui una con una rovesciata di Altamura nel recupero contro il Genoa, lanciano il Castello fuori dalla zona retrocessione.

Intanto, alla squadra ne succedono di tutti i colori. L’attaccante Giacomo Galli rischia di lasciarci le penne per un’infezione al sangue che lo tiene lontano dai campi per un bel po’ di tempo.  Tante cose, tutte insieme, a una squadra di calcio, non sono probabilmente mai successe. E succedono proprio al Castel di Sangro, in una pazza stagione di una squadra di un paese minuscolo. E’ qualcosa di incredibile. Una situazione irreale sospesa tra il sogno della matricola e l’incubo degli imprevisti. Il Castel di Sangro diventa una squadra di culto, in tutta Italia. Sotto sotto, fanno tutti il tifo per gli abruzzesi.

E gli abruzzesi, alla fine, lottando e soffrendo, alla maniera di Jaconi, arrivano alla fine della stagione disperatamente aggrappati al treno salvezza. Arrivano a giocarsi, a due giornate dal termine, la salvezza in un improbabile, almeno fino all’anno prima, derby abruzzese con il Pescara. In uno stadio stracolmo, in un paese in fermento, Pistella, fino a quel momento protagonista di una stagione evanescente e da dimenticare, porta in vantaggio il Castel di Sangro.  Il Pescara riesce però a pareggiare, spegnendo l’entusiasmo. Il pareggio avrebbe, quasi sicuramente, condannato i piccoli padroni di casa. Davide sarebbe crollato, la fionda non gli sarebbe stata utile. La serie C avrebbe presto spalancato di nuovo le sue porte al Castel di Sangro. Ma a dieci minuti dalla fine Claudio Bonomi, come posseduto da qualche spirito, si inventa un gol straordinario da venti metri. De Sanctis, il giovane portiere del Pescara, non può farci niente. E quando Trentalange fischia, le orecchie vanno immediatamente alle radioline. Il Cesena ha perso a Empoli, il Cosenza ha pareggiato a Padova. I 44 punti del Castel di Sangro erano troppi per Cesena e Cosenza. I 44 punti del Castel di Sangro erano sufficienti per garantirsi un altro anno di serie B. I 44 punti del Castel di Sangro volevano significare salvezza.

Quel pomeriggio fu l’apice dell’avventura del Castel di Sangro. La settimana successiva, nella trasferta a Bari, la squadra si lasciò andare, come tutte le squadre già salve a fine stagione, contro un Bari che aveva bisogno dei 3 punti per garantirsi la promozione in Serie A. Qualcuno parlò di partita venduta, qualcuno disse che semplicemente era normale che una squadra già salva lasciasse strada a quella che doveva essere promossa. L’anno successivo, la favola del Castel di Sangro fu presto dimenticata. La squadra smantellata, i pezzi pregiati venduti. La favola del Castel di Sangro si spense lentamente con una triste retrocessione. Ma la stagione 1996-97 rimane nel cuore di tutti quelli che credono ancora ai miracoli che possono succedere nel calcio, senza motivi e senza spiegazioni.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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