La partita di Natale: quando il football vinse sulla guerra La partita di Natale: quando il football vinse sulla guerra
Quando lo “spirito del Natale” e il “football” scrivono la storia. 24 dicembre del ’14. E già so che qualcuno dirà: ecco un racconto contemporaneo... La partita di Natale: quando il football vinse sulla guerra

Quando lo “spirito del Natale” e il “football” scrivono la storia. 24 dicembre del ’14. E già so che qualcuno dirà: ecco un racconto contemporaneo sulla crisi, sui soldi che mancano, sull’ebola. Ed invece parliamo del 24 Dicembre del 1914. Esattamente 100 anni fa.

George era un giovane Yorkie di 24 anni. Questo era il suo primo Natale da solo. Il primo Natale lontano da Sheffield, dalla sua casa borghese e dalla famiglia. Quella famiglia che lo aveva fatto studiare, seppur coprendolo di pressioni, e che da sempre criticava le sue passioni. Suo padre, un medico molto rispettato in città, non vedeva infatti di buon occhio le frequentazioni di suo figlio, destinato un domani a rimpiazzarlo, e a mantenere alto il nome della sua famiglia.

Sei sempre in giro con quei mentecatti, a perdere tempo in quella distesa fangosa” tuonava sempre il dottore, vedendolo rientrare in casa. “E a fare cosa poi? Sempre dietro a quel ridicolo sport per straccioni. Avrei potuto capire la passione per il cricket. O quella per il golf. Il golf si che è entusiasmante. Ma non capisco cos’abbia di bello, questo football.

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Esatto. George quando non era in casa né al suo pub preferito, era sempre su quella collina fuori città che risponde al nome di “Hillsborough”, ad osservare le gesta dei suoi beniamini, i “footballers” dello “Wednesday Football Club”. Ma George controbatteva subito.

Papá, dovresti venire con me una volta, così capiresti le emozioni che si provano. Ricordi
quando trascinasti tutta la famiglia a Prestwick con la scusa della visita al vecchio zio, solo per vedere Harry Vardon trionfare nell’Open? Tieni ancora una delle sue palle da golf nello scrittoio, credi che non lo sappia? Provavo la tua stessa gioia quando abbiamo vinto la FA Cup

Allo stadio, pochi mesi prima di quel Natale 1914, si era imbattuto in dei soldati. Un fatto che l’aveva sorpreso: sapeva che una nuova guerra era appena iniziata, ma non credeva che ci sarebbero stati pericoli, così lontani dal continente e dai campi di battaglia. Inoltre aveva appena finito i suoi studi in medicina. Era un medico novello, pronto per diventare l aiutante di suo padre. Il soldato però gli aveva parlato della possibilità di servire il suo paese, di diventare un eroe, e appreso che il giovane era un medico, lo aveva pregato di prendere in considerazione
l’Idea, vista la penuria di medici e di cure che costavano la vita a decine di uomini ogni giorno. Sul giornale lesse poi di un grande discorso sull’ arruolamento al Bramall Lane, l’ altro stadio di Sheffield. George non sarebbe stato più codardo di un qualsiasi tifoso dello Sheffield United.

Ecco spiegata questa strana vigilia lontana da casa, quel 24 dicembre 1914. George ora era acquattato in una squallida trincea belga, nella città di Ploegsteert. Da due mesi curava soldati in quel luogo, e non aveva ancora imparato a pronunciarne il nome. Si era ricordato di che giorno fosse quasi per caso. Non aveva molto senso guardare il calendario, in quella situazione. Ogni giorno, sempre lo stesso. Un giorno perfetto per morire. Ricucire ferite, amputare arti, ascoltare le ultime volontà di quei ragazzi, spesso più giovani di lui; ecco la sua routine, così lontana da quella di suo padre, fatta di visite nel suo lussuoso ufficio, passeggiate in città e prescrizioni di unguenti ad avvizzite nobildonne dello Yorkshire.

Aveva incominciato ad odiare la guerra. Ad odiare il fatto che in quei pochi metri ogni giorno, centinaia di ragazzi Inglesi e Tedeschi morissero. Non aveva voglia di combattere. Non voleva morire la vigilia di Natale.

Quella vigilia però, c’era qualcosa di strano nell’aria. George se ne era accorto appena ripresa conoscenza da quel poco sonno, leggero e precario, che la sua condizione di soldato gli offriva. Gli obici nemici, i temibili Feldhaubitze M. 14, sembravano stranamente silenziosi. I bombardamenti, che costringevano tutti a stare rannicchiati, in posizione fetale, pregando di non venir ridotti in poltiglia, oggi non mietevano vittime. Gli spari si erano diradati. Il fango, che aveva invaso tutte le trincee, si era gelato ed ora era di nuovo possibile camminare senza rimanere invischiati. La “terra di nessuno”, quella striscia di 50 metri tra loro e il nemico, era sgombra dai cadaveri che ogni giorno la ricoprivano.

A quanto pare, nemmeno i suoi commilitoni avevano voglia di combattere. Gli spari erano
cessati da entrambi i fronti. Nessun ordine di tregua era arrivato, il telegrafista confermò che gli ufficiali ordinavano di continuare con le operazioni militari. I soldati però, sembravano di un altro avviso. Il sole era calato ormai su Ploegsteert. George pensò al Natale a Sheffield. Ai canti, le tavole imbandite, al ceppo di Natale che avrebbe riscaldato la casa fino alla mattina seguente.

D’ un tratto un soldato gridò. “Presto presto, guardate cosa hanno fatto i tedeschi! È incredibile“. Confuso, George si sporse fuori dalla trincea. Non pensava al rischio di essere un facile bersaglio per i tiratori tedeschi, aveva troppa voglia di capire cosa ci fosse di incredibile. Rimase sbigottito. I tedeschi avevano esposto, fuori dalle trincee, decine di alberi di Natale. Candele e lumini risplendevano dai rami, mentre nell’ aria, invece dei tuoni dei cannoni, risuonavano armoniosi canti di Natale.

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O tannenbaum, o tannenbaum, Wie treu sind deine Blätter!

Gli inglesi risposero a tono, e la vigilia di Natale trascorse in totale armonia, quasi come se quella guerra fosse un lontano ricordo. I mortali nemici che erano a due passi si trasformarono nei loro conviviali vicini.

La mattina dopo, George decise di sfruttare questa tregua. Scivolò fuori dalla trincea e cominciò a passeggiare. Chissà cosa pensavano a casa, di questo suo Natale in guerra. Lo avranno immaginato coperto di fango, mentre tentava di salvare la vita a qualche disgraziato. Invece era lì a godersi la campagna belga. Ma non voleva restare lì a far niente. Voleva fare qualcosa di divertente. Una pazza idea gli balenò in testa per qualche secondo.

Si! Doveva assolutamente provare. Prima di partire il padre gli aveva dato qualche soldo, perché si comprasse qualcosa per il viaggio. Nella sua incoscienza, aveva sfruttato il gruzzolo per comprare un pallone da football.

Un pallone tale e quale a quello che ogni settimana ventidue uomini calciavano sul prato di
Hillsborough. Questo pallone, aveva pensato mente lo acquistava, avrebbe dato una
motivazione ulteriore per tornare a casa sano e salvo. Non aveva fidanzata, moglie o figli. Ma moriva dalla voglia di vedere i suoi fare un altro gol a quei palloni gonfiati dello Sheffield United. Estratta la sfera, e piazzati quattro pali a formare le porte, i giocatori non tardarono ad arrivare. D’altronde, in quella loro epoca così moderna, tutti i giovani amavano il football.

C’erano ricchi borghesi di Londra, poveracci dell’Essex e operai del Merseyside. Tutti erano entusiasti in egual misura nel giocare la loro possibile ultima partita di calcio. Nella foga del gioco, dopo un tiro maldestro il pallone d’un tratto finì lontanissimo. Oltre il filo spinato. Fin dentro la trincea tedesca.

George pensò che non avrebbe mai più rivisto il suo pallone. Anzi, ebbe paura che quel gesto potesse costare loro la tregua. Cosa avrebbero pensato, i crucchi? Ad un attacco? Una offesa? Una bomba? Immaginava che i tedeschi ignorassero il football.

Rimase basito quando vide emergere uno dopo l altro i soldati tedeschi, che si passavano la
palla in maniera disinvolta, predisponendo a loro volta un campo di gioco. Dunque quello sport tanto avvincente aveva varcato i confini della terra d’Albione. Avrebbe pagato oro per avere suo padre di fianco a lui. Come il più arrabbiato dei bambini si mise ad urlare per richiamare l’attenzione dei soldati “nemici”. Rivoleva il suo pallone. “Palla“. “Pallaaaaaaaaaaa“.

Un soldato tedesco sembrò finalmente accorgersi di lui. Prese il pallone sotto braccio e arrivò a pochi passi. “Du rifuole tua Bälle?” Esordi il tedesco. “Si Du rifuole tua Bälle, allora tu gioca partita di fussbal contro uns. Inglatera contro Deutsches Reich

D’accordo. Raccogli la tua squadra e cominciamo“. Una risposta totalmente istintiva. George non si rese nemmeno conto di quanto era assurda tutta la faccenda. Erano Inglesi contro Tedeschi. Come ogni altro giorno in quella fetida guerra. Ma al posto di fucili e granate, l’unica arma era quella sfera di cuoio. E nessuno avrebbe lasciato il campo esanime, almeno in quello scontro.

tregua
La partita durò ore ed ore, con un punteggio ipotetico e mai definito. Secondo i tedeschi una
vittoria teutonica frutto della loro superiorità fisica. A sentire i racconti dei soldati inglesi, una lezione ai rivali grazie alla loro tecnica da maestri. La verità, a voler esser pignoli, nel mezzo.

George era ora disteso sull’erba, sfinito, ma sorridente. Era Natale. Nessun ferito da ricucire, nessun morto da seppellire. Nessun rumore nell’aria, se non quello di qualche sgangherata
conversazione, in una lingua approssimativa ma molto espressiva. Il soldato che aveva proposto l’incontro si avvicinò, distendendosi vicino a lui. Offrí una sigaretta a George, che incuriosito gli chiese dove avesse appreso in primis l’inglese, ed in secundis le regole del gioco del football. Sia lui che i suoi compagni infatti, sembrava giocassero con la naturalezza di chi conosce il gioco da molto tempo.

Ich laforava in fabrica in Inglatera. Im Scheffield. laforava in fabrica di Stahl. Aciaio.” Non poteva crederci. Il suo mortale nemico veniva dalla sua stessa città. Magari si erano pure trovati nello stesso polveroso luogo a bere e brindare, in altri tempi.

E a giocare, come hai imparato?” George ormai voleva dirimere la questione in tutti gli aspetti.
Io imparato fussbal a forza di andare a Stadion
Anche tu andavi a Hillsborough?” Chiese George che ormai non sembrava più credere alle sue orecchie.
Nein. Hillsborough non è Gut. A Bramall Lane, io andava. A federe grande Scheffield United.

George scoppiò in una risata fragorosa. Il tedesco dinanzi a lui lo guardò con aria spaesata.
Aveva finalmente ritrovato il suo nemico. La tregua era passata. Ma non erano nemici perché le loro nazioni erano in guerra. Ne perché egli tentava di ucciderlo. Il suo nemico era soltanto uno di quei palloni gonfiati, tifosi del maledetto Sheffield United.

(Questa storia, che sembra inverosimile e uscita dalla penna di quei romanzieri sportivi alla
Osvaldo Soriano, è scritta basandosi su un evento REALE. Sono reali sia la tregua di Natale del 1914 che, in maniera ancora più sorprendente, la “partita della pace” del 1914. Di recente, il presidente UEFA Michel Platini ha infatti ricordato questo evento, nel corso di una cerimonia ufficiale. A dimostrazione che, in tempi in cui tutto è motivo di scontro, a volte anche il calcio può trasmettere un messaggio di pace.)

Emanuele Felicetti
twitter: @felix_the_best

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