Quando lo schiaffo del destino ti colpisce dritto in faccia, con le sue dita grosse e tozze, lasciandoti le guance arrossate e indolenzite, bagnate...

Quando lo schiaffo del destino ti colpisce dritto in faccia, con le sue dita grosse e tozze, lasciandoti le guance arrossate e indolenzite, bagnate solo dalle lacrime che sono riuscite a scendere fin lì, non è che hai tante scelte. Anzi, ne hai una sola: asciugarti le lacrime, alzare la testa e andare avanti. Non è facile, non lo è per un cazzo. Ma è l’unica cosa sensata che tu possa fare.

29 novembre, un fulmine a ciel sereno. L’aereo che trasporta la Chapecoense in Colombia per la finale di Copa Sudamericana si schianta al suolo nei pressi di Medellin, portando con sé nel Regno dei Cieli degli eroi il cui tempo non era ancora giunto. Eccolo, lo schiaffo del destino. Dritto, in faccia, secco. Un colpo che fa male, che prende il cuore e lo strapazza: un colpo che consegna a quel che resta di quella squadra un compito arduo, al limite dell’impresa. Quello di andare avanti, a testa alta.

Per quelli che sono rimasti, forse, è ancora più dura. Sulle loro spalle, già tormentate dal peso di essere rimasti qui mentre i loro compagni -e amici, non dimentichiamolo- non sono più qui, una responsabilità importante. Una responsabilità che però adesso diventa il senso della loro vita, l’unico senso possibile a questa tragedia. Questi ragazzi, da oggi, dovranno portare in giro per il mondo l’anima della Chapecoense.

Quella, nella notte di Medellin, non è certo volata via.

Jakson Follmann, il portiere che ha perso una gamba, e fortunatamente per lui solo quella. Alan Ruschel, il terzino di riserva che ha rischiato di rimanere paralizzato ma poi si è rialzato. Neto, salvato quando sembrava impossibile, con qualche costola fratturata, e una domanda che ha rivolto agli infermieri in ospedale, una volta ripresa pienamente conoscenza: “abbiamo vinto la coppa?“.

La coppa l’hanno vinta, ma forse, per tutti, sarebbe stato meglio perderla malamente sul campo. Ieri, quei 3 ragazzi, distrutti nell’animo e nel volto, con il cuore dilaniato che gli si poteva quasi osservare distintamente, hanno alzato la Copa Sudamericana al cielo davanti ai loro tifosi. Una Copa Sudamericana concessa dagli avversari colombiani, un gesto tanto romantico quanto malinconico. Ma è così che doveva andare. Le lacrime vanno accettate come il senso di questo nostro viaggio. 




E’ triste, è tremendo, è devastante. Ma è così che deve andare. La Chapecoense deve ripartire. Da quei tre ragazzi, da quegli altri che non erano stati convocati per la finale, dai ragazzi delle giovanili costretti a diventare subito grandi, e a indossare quelle maglie verdi diventate simbolo, da dei tifosi che non hanno mai lasciato sola la squadra, che si sono stretti tra loro, si sono abbracciati forte per piangere quei morti, ma soprattutto per ripartire.

Ieri la Chapecoense ha giocato la prima amichevole, contro il Palmeiras, l’ultima squadra affrontata prima di finire la propria corsa contro le montagne colombiane. Non può essere la stessa cosa, non sarà mai la stessa cosa. La Chapecoense, da qui all’eternità, continuerà ad essere una squadra a cui manca un pezzo, forse più di uno. Quello più importante, anzi, quelli più importanti, però, sono rimasti qui giù, qui con noi disgraziati.

Il cuore e l’anima.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro