Si dice che il 3 sia il numero perfetto. Per i cinesi simboleggia la totalità cosmica: terra, cielo e uomo. Per i cristiani la...

Si dice che il 3 sia il numero perfetto. Per i cinesi simboleggia la totalità cosmica: terra, cielo e uomo. Per i cristiani la trinità rappresenta il mistero divino. Per i matematici il 3 è il numero d’eccellenza in quanto sintesi del pari (2) e del dispari (1).

Per Martìn Palermo, detto El Loco, nato a La Plata il 7 novembre del 1973, quel 3, quel numero, rappresenta un incubo. Un marchio. Una di quelle storie che ti si appiccicano addosso e che non si tolgono più. È il 3 luglio (non è un caso, dirà qualcuno) del 1999. Stadio Felician Càceres di Luque, nell’area metropolitana della capitale Asunciòn, Paraguay. Di fronte si ritrovano Colombia e Argentina: è la seconda partita della Copa America. Una di quelle che rimarranno negli annali di storia sportiva.

Perché? Chiedetelo a Marcelo Bielsa, allenatore dell’Albiceleste, che aveva puntato tutto su Palermo perché entrambi gli attaccanti titolari, Batistuta e Crespo, che giocavano in Europa, si erano dichiarati “troppo stanchi per partecipare”. Perché? Chiedetelo al direttore di gara, tale Ubaldo Aquino, capace di fischiare ben 5 rigori nella stessa partita. Perché? Chiedetelo a Miguel Calero, selezionato per i controlli antidoping nel dopo-partita, seduto, solo, di fronte a Palermo in stretta stanza accanto gli spogliatoi: “Ci ripenso tutti i giorni – ebbe modo di raccontare alla stampa – e ricordo particolarmente bene soprattutto l’angoscia sulla faccia di Martìn. Lì, nella stanza dell’antidoping, aveva perso il dono della parola, non riusciva assolutamente a credere a quello che era appena successo”.

Eppure la partita non era cominciata nel peggiore dei modi. Sono passati appena 5’ di gioco quando El Loco viene chiamato in causa per la prima volta dal dischetto: rincorsa lunga, palla che scheggia la traversa. Fuori. Neanche tre minuti dopo tocca alla Colombia andare in vantaggio, con Ivan Ramiro Cordoba, per giunta su rigore. È una di quelle serate che vanno così, strane. Il secondo tempo si apre con un altro tiro dal dischetto, ancora per la Colombia: Burgos, estremo difensore argentino, scalda i guantoni e respinge. Risultato ancora fermo sull’1-0. Tutto fila liscio fino a 15’ dal termine, quando si scatena l’apoteosi. Juan Roman Riquelme esegue un cross calibrato per la testa di Palermo: palla colpita con la fronte, che va a sbattere su un braccio largo in area di rigore: è ancora penalty per gli argentini. Ed è ancora Martin Palermo che ruba la palla ai compagni di squadra e la piazza sul dischetto. Non sente in quel momento le urla di Bielsa, che era uscito dall’area tecnica come un pazzo scatenato, ordinando ad Hugo Ibarra di far calciare il rigore a Roberto Ayala. E Ayala ci prova a convincere Palermo, senza risultati. Rincorsa angolata ma finale scontato: palla alta sulla traversa. Fuori.

A questo punto anche i telecronisti argentini cominciano a spazientirsi: “Per l’amor di Dio, ma com’è possibile?” ripetono in cuffia. Palermo s tira l’elastico dei suoi pantaloncini neri fin quasi alla gola, gridando per la disperazione. La situazione si fa ancora più cupa quando la Colombia raddoppia con Edwin Congo, sugli sviluppi di un calcio d’angolo. E si porta addirittura sul 3-0 con una rete spettacolare del sedicenne Johnnier Montaño. Quando mancano due minuti dal fischio finale, Palermo si lascia cadere in area andando a sbattere contro l’avversario dopo un dribbling: è l’ennesimo rigore della serata. Il quinto, precisamente: il terzo per El Loco. La sua reazione, anche stavolta, non lascia spazio a iniziative dei compagni di squadra. Neanche il tempo di sentire il fischio di Aquino che Palermo prende il pallone tra le mani e lo lascia girare intorno alla vita, mentre s’incammina verso il dischetto. Simeone non ha il tempo, e forse la voglia, di fargli cambiare idea. La rincorsa è lunga, come negli altri due: e come negli altri due rigori precedenti il risultato è lo stesso. Calero si lancia sulla sua sinistra, intercettando la palla con le braccia.

Palermo è come scosso. Evita di correre fino al fischio finale. Si accorge a malapena che il colombiano George Bermudez, suo compagno di squadra al Boca Juniors, gli aveva chiesto di scambiare le maglie. Si dice che negli spogliatoi sia successo ancora di peggio. “Idiota, egoista!”, gli gridò in faccia Bielsa, che davanti ai microfoni cercò sempre di difendere Palermo ma – di fatto – non lo convocò più in una partita della nazionale fino alla fine della sua gestione.

Él es el único culpable? Titolava il giorno successivo il giornale argentino Olè. Per El Grafico, invece, Palermo “aveva toccato il fondo”. Nella conferenza stampa prima della successiva partita dell’Argentina, Palermo affrontò i giornalisti con serenità. “Non mi vergogno di quello che ho fatto”, disse. “D’accordo, non è una cosa che succede tutti i giorni, ma adesso lasciamoci tutto alle spalle. Io l’ho fatto. Sto bene dal punto di vista mentale ed emotivo e non mi farei problemi a calciare nuovamente un rigore. Però devo pensare a cosa è meglio per la squadra. Non sono egoista e se volesse calciare un mio compagno non ci sarebbe nessun problema”.

Il caso diventò quasi nazionale. Oscar Ruggeri e Abel Balbo lodarono il suo coraggio. “Non ho mai visto una tale personalità”, disse Ronaldo. “Dov’erano i suoi compagni di squadra?”, chiese Roberto Carlos. Anche il presidente argentino, Carlos Menem, volle pronunciarsi, facendo un elenco di tutti i grandi giocatori del passato con errori dal dischetto, “compreso Carlos Menem”.

Nella partita contro l’Uruguay Palermo segnò una delle due reti che permisero all’Argentina di passare il turno. Nei quarti di finale, poi, contro il Brasile, con l’Argentina sotto per 2-1, la squadra di Bielsa si vide assegnare un rigore. Stavolta Ayala si incaricò dell’esecuzione. Tirò debolmente e Dida parò. L’Argentina venne eliminata.

Avrebbe dovuto calciarlo Palermo!” dichiarò Maradona in quell’occasione. Prima di pronunciare la frase, l’unica, con un senso alla fine di tutta questa storia. “L’unico in grado di sbagliare tre rigori in una partita sola è quella stessa persona che ha abbastanza palle per tirare il terzo dopo averne già sbagliati due”.

Raffaele Nappi
twitter: @RaffaeleNappi1