La notte di Alvaro, il figlio ripudiato La notte di Alvaro, il figlio ripudiato
Il calcio fa dei giri talmente complicati che non ti sai proprio spiegare. Regala emozioni che puoi provare a comprendere, ma non riesci a... La notte di Alvaro, il figlio ripudiato

Il calcio fa dei giri talmente complicati che non ti sai proprio spiegare. Regala emozioni che puoi provare a comprendere, ma non riesci a spiegarti a pieno. Non ci riusciamo noi, figuriamoci loro, i protagonisti, quelli che alla fine vanno in campo, per noi.

La notte del Bernabeu è la notte della Juventus. E’ il successo di un gruppo che ha saputo soffrire in maniera incredibile, ha saputo compattarsi e resistere fino al triplice fischio. Ha saputo salpare sulla nave giusta, quella guidata dal destino, quella che porta a Berlino. A una finale insperata. Una finale che è arrivata per merito di tre gol realizzati in due sfide. Il rigore di Tevez, certo. E poi, i due gol che ai tifosi del Real forse non andranno mai giù. I due gol di Alvaro Morata, quei due gol che il ragazzo della cantera del Real non ha voluto festeggiare. Come un figlio ripudiato, che però vuole ancora bene ai suoi genitori, nonostante tutto.

Il momento in cui Alvaro Morata lascia il campo è un momento di straordinaria intensità. Fa capire che nonostante tutto, in campo ci vanno uomini, persone, anime, prima ancora che giocatori. Alvaro ha segnato da poco il gol del pareggio, quello che manda la sua squadra in finale. E lascia il campo al connazionale Llorente, più adatto per difendere il vantaggio. Lascia il campo sapendo di avere la coscienza per metà sporca, per metà pulita. Sporca, perchè sono state le due sue pugnalate a uccidere il Real. Pulita perchè non ha mai esultato, non ha mai oltraggiato ulteriormente i sentimenti di quelli che erano e (a questo punto crediamo saranno) i suoi tifosi. Esce dal campo, subissato dai fischi. Sul suo volto si vedono, senza ombra di dubbio, delle lacrime che spuntano. Delle lacrime che vorrebbero iniziare a scendere, frenate solo dall’orgoglio.

Le lacrime di chi si sente ripudiato. Le lacrime di chi si sente offeso dalla sua gente. Le lacrime di chi ha fatto solamente il suo dovere, tutto sommato. Non c’era posto per Morata, quest’estate, nell’attacco del Real. Ronaldo, Benzema, Rodriguez, Hernandez, Bale, dio solo sa chi altri ancora. Non c’era posto per Morata, che poteva accomodarsi tranquillamente alla Juventus. Eppure, in finale di Champions ci va il figlio ripudiato. Non Ronaldo, nè Benzema, nè Rodriguez, nè Hernandez, nè Bale. A Berlino ci va il ragazzo che ha lasciato il Bernabeu in lacrime, ferito nell’orgoglio.

Chissà se a inizio stagione immaginava una notte così, Alvaro. Probabilmente no, sicuramente no. E’ questa la magia del calcio. E’ questo il motivo per cui non è solo uno sport. Ma un romanzo che non smette mai di sorprenderci.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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