Su e giù. Alti e bassi. Gioie e dolori. Il mondo del calcio è spietato. Una giostra sulla quale, se riesci a salire, devi...

Su e giù.

Alti e bassi.

Gioie e dolori.

Il mondo del calcio è spietato. Una giostra sulla quale, se riesci a salire, devi lottare come un pazzo per rimanere disperatamente aggrappato e non essere disarcionato. E, anche nel fortunato caso in cui riesci a rimanere sopra, a meno che tu non sia uno di quei campioni che entreranno nella leggenda -ma anche loro cadono, qualche volta- sarai destinato a fare su e giù. Alti e bassi. Gioie e dolori.

E’ così che va. Ma per qualcuno quell’altalena diventa una condanna. Una croce da portarsi appresso vita natural durante. La condanna alla ricerca, perenne, di una resurrezione.

Come per Fernando Torres, El Niño. Che per arrivare a stasera ha fatto il giro più lungo possibile, passando per alti e bassi, per gioie e dolori. E i dolori hanno fatto più rumore delle gioie, i bassi hanno fatto più notizia degli alti. Come fosse una croce da portarsi appresso vita natural durante, appunto.

Il più giovane esordiente con la maglia dell’Atletico Madrid, a diciassette anni. Il più giovane capitano dei Colchoneros, a 19 anni. La vita di Fernando Torres sembrava segnata. Diventare una bandiera sulla riva del Manzanarre, diventare la leggenda del Vicente Calderon. Poi, invece, il trasferimento al Liverpool, per una cifra stratosferica, giustificata poi da anni ruggenti, da caterve di gol, da un affetto inimmaginabile da parte della gente di Liverpool, degli Scousers.

Poi la giostra si inceppa. Come spesso accade. Come se fosse una legge non scritta del calcio. Fernando va al Chelsea, con addosso grandi aspettative e l’etichetta di acquisto più costoso della storia dei Blues e del calcio inglese. Non andrà come previsto, la giostra comincerà a diventare un rodeo, sul quale il Niño dovrà lottare per rimanere in sella. Senza riuscirci sempre. Mettendo in bacheca una Champions League, certo non da protagonista, ma comunque una Champions League.

Fernando Torres sembra non essere più lui. La via del gol smarrita, il passo che si è fatto pesante, la faccia triste e malinconica. Sembrano lontani i tempi felici. Senza nemmeno accorgersene, come spesso succede con il tempo che passa, el Niño si trova già di fronte a una carriera da salvare, da rilanciare. Un po’ come quella mattina in cui ti guardi allo specchio e scopri i primi capelli bianchi.

Sei mesi al Milan. Sei mesi tristissimi. Sei mesi che sembrano solo confermare quanto visto fino a quel momento. Sei mesi terribili, che per fortuna di Fernando Torres finiscono subito. Prima che la giostra lo scaraventi in terra e lo lasci con la faccia nella polvere. Perché arriva un’ancora di salvezza, l’occasione di rilanciare, ancora una volta, la carriera.

Non è una chiamata come tutte le altre. Perché arriva da casa, perché arriva da Madrid. Tornare all’Atletico, a trent’anni passati, è l’ultima chance per scrivere le ultime pagine di una storia complicata. Perché non poteva che finire così, come era cominciata. Perché se proprio bisogna rischiare di finire a faccia in giù, nella polvere, tanto vale farlo con la maglia per cui ti batte il cuore.

Vincere con l’Atletico sarebbe speciale, sarebbe diverso. Questo è il club per cui tifavo da quando avevo 5 anni, è quello che mi ha permesso di diventare un giocatore.

Perché la Champions League vinta con il Chelsea, per el Niño, bella, si. Ma stasera per Fernando Torres non sarà una partita come tutte le altre. La Champions League con la maglia dell’Atletico sarebbe il cerchio che si chiude, sarebbe la pagina perfetta per chiudere il romanzo, mettere la parola fine- o quasi- a questa storia ed entrare nella leggenda. Dalla parte del cuore.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro