Certe notti le capisce solo chi le ha vissute. Certe emozioni può spiegarle solo chi le ha già provate sulla sua pelle. E’ per...

Certe notti le capisce solo chi le ha vissute.

Certe emozioni può spiegarle solo chi le ha già provate sulla sua pelle.

E’ per notti come queste che, in estate, lui è arrivato a Torino. Perché per una missione speciale, per un obiettivo così ambizioso, c’era bisogno di un uomo speciale.

Un uomo abituato a giocare certe partite. Un uomo abituato a vincere. Sempre.

Un uomo mai banale, che a prima vista può sembrare matto come un cavallo ma che, sotto sotto, ha sempre la situazione sotto controllo. D’altronde, non vinci 30 trofei per caso, nemmeno se ti chiami Dani Alves e hai giocato nel Barcellona dei record.

Da quando è arrivato a Torino, il brasiliano ha dovuto combattere con uno scetticismo spesso malcelato, anche da parte di alcuni irriducibili tifosi bianconeri. Per carità, nessun dubbio sul valore del giocatore. Sulla sua età e sulle sue condizioni fisiche, forse sì, perché se il Barcellona lo ha lasciato andare via, a 33 anni, un motivo deve anche esserci. Le sue prestazioni, fino a un certo punto della stagione, sembravano dare ragione agli scettici.

Spesso svagato, a volte fuori posizione, troppi errori per uno come lui.

Lui, Dani Alves, non si è mai fatto problemi. E’ arrivato con la consapevolezza di avere una missione da compiere: insegnare alla Juventus a vincere in Europa, lui che in bacheca, tra Siviglia e Barcellona, ha messo due Coppe UEFA e tre Champions League. Insomma, più che un difensore con caratteristiche offensive, alla Juventus serviva un maestro. Un motivatore. Qualcuno che sapesse come si fa.

Non è stato sempre facile.

Anzi, in mezzo si è messo anche un infortunio bastardo, un perone rotto nella partita contro il Genoa. Ma con una costanza e una tenacia sconosciuta a molti suoi colleghi più giovani e più affamati, Dani Alves si è rimesso in carreggiata, facendosi trovare pronto per l’appuntamento con il destino.

Destino che gli ha messo di fronte proprio il suo vecchio Barcellona. La notte del Camp Nou, speciale per tutti i giocatori della Juventus, per lui è stata straordinaria. Indimenticabile, da lacrime. Lui, che in Catalogna aveva lasciato ricordi indelebili, accolto come un re, è andato via da vincitore. Abbracciando e consolando Neymar come avrebbe fatto qualsiasi fratello maggiore.

Non lo ha detto, perché è anche un gran signore: ma aver eliminato il Barcellona è stata anche una piccola vendetta personale. Il ringraziamento per avergli dato il benservito, per aver creduto che fosse finito.

E poi, ieri sera, nel Principato, una prova da principe. Dani Alves ha messo il suo piede nelle due giocate che hanno mandato in porta Gonzalo Higuain. Prima un colpo di tacco geniale, l’intuizione dell’artista, la fantasia allo stato puro. Poi, il cross per il raddoppio, il lavoro dell’ingegnere, la precisione dell’artigiano che calcola ogni particolare del suo lavoro.

È per notti come queste che Dani Alves è arrivato a Torino. Quello visto contro il Barcellona, e quello visto ieri sera a Montecarlo, è il giocatore di cui la Juventus aveva bisogno.

Se poi diventerà l’uomo della Provvidenza, bé, quello lo scopriremo solo tra un mese.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro