Ho sentito tante favole riguardanti Anfield e la sua atmosfera. Uno stadio magico, quasi mitologico, una vera e propria cattedrale del calcio inglese e...

Ho sentito tante favole riguardanti Anfield e la sua atmosfera. Uno stadio magico, quasi mitologico, una vera e propria cattedrale del calcio inglese e mondiale.  Un luogo in cui ho avuto la fortuna e soprattutto l’onore di poterci mettere piede e vivere un’esperienza che mai potrò dimenticare.

Tutto nasce verso la fine del 2014, quando decido l’argomento della tesi di laurea: il disastro di Hillsborough, avvenuto il 15 aprile 1989 nell’omonimo stadio di Sheffield. Un giorno drammatico che cambiò per sempre il modo di fare calcio in Inghilterra e che coinvolse direttamente il Liverpool ed i suoi tifosi. 96 di loro, infatti, recatisi allo stadio di Sheffield per assistere alla semifinale di FA Cup contro il Nottingham Forest, persero la vita schiacciati e soffocati all’interno del proprio settore a causa dell’inadeguato servizio di sicurezza attuato dalla polizia.

Scelto il tema, arriva il momento dedicato alla raccolta delle informazioni. E quale modo migliore se non quello di recarsi direttamente sul posto per sentire la testimonianza di chi visse in prima persona quel maledetto pomeriggio? Così, quasi per gioco, chiamo Luca, un caro amico di Torino, e gli propongo la mia idea, chiedendogli di accompagnarmi in questo viaggio. Lui, entusiasta e senza troppi giri di parole, risponde presente. Ma non è tutto. “Perché non andare a vedere il Liverpool ad Anfield contro il Manchester City, in una delle ultime apparizioni di Steven Gerrard prima dell’addio?” mi propone. La mia risposta può essere una ed una soltanto. Tramite una conoscenza del posto ci organizziamo per ottenere i biglietti di un match che in Inghilterra chiamano di Fascia A. Inutile dire una partita da tutto esaurito. Una partita, però, cui noi assisteremo. Non in un settore qualsiasi, ma nella Kop, la curva (o meglio la end, per dirla all’inglese) che rappresenta il cuore del tifo Reds. Il posto in cui tutti, almeno una volta nello vita, hanno sognato di essere. Sogno che nel mio caso si è poi tramutato in realtà.

Tempo di prenotare volo e hotel che nemmeno due mesi dopo, il 26 febbraio 2015, ci troviamo sul velivolo Ryanair diretto a Manchester. Da lì, in un’ora di treno giungiamo a Liverpool. Trascorriamo i primi giorni andando alla scoperta di una bellissima città, molto piccola e compatta, un polo giovanile che ha abbandonato il grigiore tipico del polo industriale che costituiva negli anni ’80. Davvero tante le attrazioni da vedere: la cattedrale, il museo dei Beatles ed il Cavern, il primo locale in cui si esibirono agli esordi della carriera, i Docks completamenti rinnovati rispetto al passato ed una miriade di negozi e locali cui dare un’occhiata o bere una birra. Ma per due calciofili come noi, Liverpool rappresenta ben altro: due squadre infatti si contendono il dominio cittadino, separate dal solo Stanley Park posto in mezzo. Una, come avrete intuito, è il Liverpool FC, l’altra risponde al nome di Everton.

Ovunque, nelle vie del centro, odora di calcio e non è difficile scorgere persone che girano con addosso la spilla del proprio club. Perché quella tra Reds e Toffees è una rivalità unica nel suo genere, vissuta come un derby vero e proprio ma caratterizzata da un forte senso di rispetto reciproco mai sfociato in atteggiamenti violenti delle due tifoserie. Noi, però, siamo qui per un duplice obiettivo: unire l’utile al dilettevole, raccogliere testimonianze su Hillsborough il sabato ed assistere alla partita la domenica, con il rientro in Italia previsto il giorno seguente.

Per le prime, mi sono affidato alle parole di Margaret Aspinall dell’Hillsborough Independent Panel (comitato di sostegno ai parenti delle vittime) che a Sheffield perse il figlio James di 18 anni ed a Kevin Sampson, personalità molto nota in città ed autore di numerosi libri. Portato a termine il lavoro, restava a quel punto una sola cosa da fare. Il momento che aspettavo da una vita era prossimo ad arrivare. Domenica la sveglia suona presto (la partita, per le solite, maledette esigenze televisive, inizia alle 12), colazione inglese e via in direzione Anfield. Tantissima la gente che fin di prima mattina riempie le strade cittadine indossando sciarpe e maglie dei proprio beniamini. 10 minuti di taxi e siamo arrivati.

Ci siamo, ci troviamo davanti alla Kop. Qualche momento per realizzare dove mi trovo che è tempo di accedere allo stadio, pratica che in Inghilterra avviene solitamente dieci minuti prima dell’inizio della partita.

Inseriamo il biglietto nel tornello (davvero strettissimo!) ed entriamo. Controlli zero, perquisizione assente, polizia in minima parte all’interno dell’impianto. Posso toccare con la mano la prima grande differenza rispetto al calcio italiano. Niente tessera del tifoso ed altra cultura sportiva, lontana da tutti i divieti e le rognose limitazioni nostrane che rendono difficile andare allo stadio la domenica. Salgo i gradini che mi porteranno nella Kop: un senso di reverenza mi assale verso un tempio che fu teatro delle imprese sportive compiute nel passato dal Liverpool di Shankly, Paisley, Keegan, Dalglish e da quello più recente di Fowler, Torres e Gerrard. Prendo posto (siamo in curva ma la numerazione viene rispettata in maniera maniacale) e rivolgo la mia attenzione al campo. Un turbinio di emozioni prende il sopravvento, ancora fatico a credere di essere lì.

Le squadre sono già nel tunnel degli spogliatoi, pronte a fare il loro ingresso.  E’ tutto pronto. Prima, però, le due tifoserie si uniscono nella protesta contro il caro biglietti sempre più vergognoso esponendo lo striscione “£nough is £nough”.

La Kop scalda le ugole e intona la preghiera laica You’ll never walk alone quando Henderson e compagni calcano il terreno di gioco. Già, Henderson. Oggi è lui il capitano, un infortunio ha infatti bloccato ai box Steven Gerrard impedendomi di vederlo giocare. Poco importa però, perché i brividi hanno ormai preso il sopravvento. Canto a memoria le parole dell’inno, mischiato in mezzo a migliaia di scouse, mentre una coreografia attraversa tutto il settore da lato a lato. Il mio sogno si è appena realizzato, ma resta ancora una partita da vedere. Il clima e l’atmosfera di Anfield sono da pelle d’oca, un continuo cantare senza mai fermarsi. Cori improvvisati, intonati da qualche decina di persone prontamente seguite dalle 40mila che affollano l’impianto. In campo ritmi infernali e forsennati, qualche errore in fase di impostazione di troppo dettato da un agonismo impressionante.

Il Liverpool si porta avanti con una magia di Henderson, cui risponde Dzeko infilando Mignolet in uscita dopo aver raccolto l’assist al bacio di Aguero. Al riposo è 1-1, la Kop si svuota e si riversa in massa nei chiostri presenti nella pancia del settore per la classica birra tra i due tempi. 15 minuti passano in fretta e la seconda frazione può iniziare. I Citizens sfiorano subito il vantaggio, ma ancora non hanno fatto i conti con Coutinho che ad un quarto d’ora dalla fine segna un gol da favola trafiggendo Hart all’angolino basso con un destro chirurgico dai 25 metri. La Kop esplode in un boato di gioia, tutti ad abbracciarsi indistintamente (compreso il sottoscritto che finisce tra le braccia di un ragazzo inglese) e coro personale dedicato al brasiliano che risuona in tutto lo stadio. Sturridge si divora il gol del 3-1, Aguero fallisce all’ultimo secondo quello del 2-2.

Ma non c’è più tempo, perché dopo qualche minuto di recupero l’arbitro fischia la fine. Il Liverpool batte il Manchester City 2-1 ed Anfield accoglie il successo dei Reds con scroscianti applausi e canti di felicità. Il match è finito, ma la partita non dura 90 minuti: la tappa all’Albert Pub, luogo di ritrovo abituale dei tifosi, è d’obbligo. Anfield si svuota con la stessa velocità con cui si era riempito all’inizio. Scendo gli scaloni della gradinata e rivolgo per un’ultima volta lo sguardo alla Kop ed al campo. Ho appena vissuto un’esperienza che persino le parole faticano a descrivere. Raccontare certe emozioni è davvero impossibile, bisogna semplicemente viverle. Intender non può chi non lo prova. Grazie Anfield.

Indro Pajaro
twitter: @IndroPajaro