La maledizione di Pepito La maledizione di Pepito
20 ottobre 2013, stadio Artemio Franchi, Firenze. La partita, per un qualsiasi tifoso viola, è quella più sentita, quella più importante. Quella contro gli... La maledizione di Pepito

20 ottobre 2013, stadio Artemio Franchi, Firenze.

La partita, per un qualsiasi tifoso viola, è quella più sentita, quella più importante. Quella contro gli odiati rivali della Juventus, campioni d’Italia da due anni consecutivi e tornati a ruggire, forti più che mai.

L’inizio di quella partita è un incubo, per la Fiorentina. Tevez aveva portato in vantaggio la Juventus, andando ad esultare con il marchio di fabbrica di un altro argentino, uno che a Firenze ricordavano bene: il gesto della mitragliata tanto caro a Gabriel Omar Batistuta.

Poco dopo Paul Pogba aveva fatto 2-0, mettendo su quella partita quella che sembrava la pietra tombale.

Sembrava, perché da lì a poco sarebbe successo qualcosa che i tifosi della Fiorentina non avrebbero dimenticato più. In quindici minuti i viola ribaltano la partita e vanno a vincerla, incredibilmente, per 4-2. Il grande protagonista di quella rimonta storica è uno che di resurrezioni è purtroppo diventato esperto: Giuseppe Rossi, detto Pepito. Il ragazzo con la maglia numero 49 sulle spalle, quel giorno, mette a segno una tripletta, mandando in delirio la gente viola.

Sembrava il giorno perfetto per rinascere, quel 20 ottobre. Pepito era tornato in Italia qualche mese prima, nel gennaio del 2013. Era tornato in Italia per rinascere, dopo un calvario di quasi due anni, dal 26 ottobre 2011, giorno in cui, per la prima volta, il crociato del ginocchio destro aveva fatto crac. P

epito, con la maglia del Villareal, era al Santiago Bernabeu, e tutto lasciava presagire che nell’estate successiva sarebbe stato uno dei protagonisti di Euro 2012 con la maglia dell’Italia.

Da quel giorno, da quel crac, da quel ginocchio in frantumi, niente sarebbe stato uguale a prima. Mai più.

Quel 26 ottobre 2011, al Bernabeu, Giuseppe Rossi era sulla strada giusta. Quella per diventare un campione, quella per diventare uno dei migliori attaccanti d’Europa. Era già tornato in Italia, qualche anno prima: era il gennaio del 2007, e il Manchester United mandò il ventenne Rossi in prestito al Parma. Quel Parma era una squadra quasi condannata alla retrocessione, che venne tirata su, con un argano, dall’entusiasmo di Pepito e dai suoi 9 gol. L’estate successiva, arrivò il trasferimento al Villareal, e al Villareal cominciarono ad arrivare i gol.

In Spagna, Pepito sembrava aver trovato la sua dimensione ideale. Nonostante la delusione dell’estate del 2010. Quell’anno, Rossi avrebbe probabilmente anche potuto sognare un posto ai Mondiali sudafricani, ma Marcello Lippi preferì puntare sulla vecchia guardia, sui vari Di Natale, Gilardino, Iaquinta, Quagliarella e Pazzini. Per Rossi, pensarono tutti, sarebbero arrivate altre occasioni.

Invece, purtroppo, non sono arrivate.

Perché la Nazionale è sempre rimasta un miraggio per Giuseppe Rossi, almeno le grandi manifestazioni. Le sue partite migliori in azzurro? Quelle delle Olimpiadi 2008, dove, nonostante l’Italia non andò a medaglia, Pepito segnò 4 reti, venendo incoronato capocannoniere del torneo: meglio di Messi, Ronaldinho, Pato o Aguero.

Ma la Nazionale sarebbe diventata una maledizione. Il 2012, l’anno tremendo. Quando stava recuperando dall’infortunio dell’ottobre 2011, a pochi mesi dalle convocazioni per Euro 2012, la nuova lesione al crociato dello stesso ginocchio, e poi, a ottobre 2012, il terzo intervento in un anno, per le complicazioni sorte durante il recupero. Anche Euro 2012, quello che doveva essere il suo Europeo, saltato, andato per sempre.

Da quel giorno, il vero Rossi lo abbiamo visto soltanto in quei sei mesi alla Fiorentina. Quei sei mesi di cui la tripletta alla Juventus sono stati la sublimazione. Prima dell’inizio del nuovo calvario che, come per uno scriteriato copione del Fato, prevede pagine e pagine di inchiostro.

Il 5 gennaio 2014, quando tutto lascia credere che i Mondiali brasiliani in programma in estate vedranno anche la partecipazione di Pepito, un intervento di Rinaudo costa un nuovo tremendo infortunio al ginocchio destro già martoriato. Quattro mesi di stop, riabilitazione che comincia per tempo, ma non abbastanza da consentire a Rossi di rientrare nella lista dei convocati di Prandelli per i Mondiali. L’ennesima atroce beffa.

Quella che, per qualche istante, forse fa pentire Pepito di quel no alla selezione statunitense. Lui, nato nel New Jersey, avrebbe forse potuto giocare già i Mondiali del 2006, con gli USA, che erano pronti a chiamare il diciannovenne del Manchester United. Ma lui, in testa, aveva solo l’azzurro. Quell’azzurro che ha indossato per l’ultima volta a Londra, nell’amichevole prima dei Mondiali del 2014 in cui Prandelli decise che non era pronto a convocarlo e farlo salire sull’aereo per il Brasile.

Ma quella non sarebbe stata nemmeno l’amarezza più grande del 2014 di Giuseppe Rossi. Perché, in effetti, la stagione 2014-15 Rossi l’avrebbe saltata tutta, per colpa di quel ginocchio, sempre lui. Quel maledetto pezzo di ossa che non vuole saperne di smettere di torturarlo. A settembre 2014, infatti, Pepito va di nuovo sotto i ferri, per colpa di un sovraccarico su quel ginocchio che non lo fa ancora stare tranquillo.

Rientra soltanto nell’agosto del 2015, ma il giocatore di prima, per colpa delle gambe ma forse soprattutto per colpa della testa, sembra solamente un lontano ricordo. Paulo Sousa lo spinge lontano dall’Italia, a gennaio arriva il prestito al Levante, di nuovo in Spagna, alla ricerca della magia del passato. Una magia che però, purtroppo, sembra svanita, in tutto e per tutto, con la retrocessione, amara, del Levante.

Dopo un breve passaggio a Firenze, nell’estate del 2016, a pochi giorni dalla chiusura del mercato, arriva l’opportunità di rilanciarsi a Vigo, con la maglia del Celta. Ma Pepito non sa che quella sarà solamente un’altra trappola, l’ultima disseminata sul suo percorso.

Una trappola che prende anche le sembianze della beffa. Il 3 aprile 2017, contro il Las Palmas, Pepito mette a segno una tripletta. Tre gol, proprio come quelli segnati alla Juventus, tre gol che profumano di resurrezione, di ritorno, di rinascita. Sei giorni dopo, nel match contro l’Eibar, è ancora una volta il ginocchio a fermarlo, ma stavolta è il sinistro. Di nuovo il crociato, di nuovo un lungo stop, di nuovo il calvario di un ragazzo che a 30 anni non ha mai potuto inseguire, con tutte le sue forze, tutti i sogni che avrebbe voluto realizzare.

Il sogno di giocare un Mondiale con la maglia dell’Italia, a meno di miracoli sportivi e umani, sembra ormai definitivamente tramontato.

Giuseppe Rossi è uno di quelli sui quali il destino ha deciso di accanirsi, senza motivo, solo per mostrarci quanto cinico, infame e sprezzante possa essere. Solo per farci capire che, quando lui decide di mettersi di traverso, noi comuni mortali non possiamo farci nulla, se non accantonare i nostri sogni e metterli a tacere, nel cassetto dei rimpianti.

Fa male, è triste, ma è così che deve andare.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

 

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