Sembra una mattina come le altre a Lisbona. La città si sveglia lentamente, non ama i classici ritmi forsennati di altri posti come Milano,...

Sembra una mattina come le altre a Lisbona. La città si sveglia lentamente, non ama i classici ritmi forsennati di altri posti come Milano, Roma, Londra. E’ inizio maggio, e la piacevole brezza oceanica gonfia le tende delle finestre: è un piacere essere svegliati da quella brezza. Béla ne capisce di risvegli, lui ha girato il mondo, dall’Italia al Brasile, dall’Uruguay all’Ungheria, passando per gli Stati Uniti, ma “come ci sveglia a Lisbona, da nessun’altra parte”.

Colazione veloce a base di pastéis de nata e zumo natural di mango, e via a lavorare. Béla lascia la sua dimora nell’Alfama per dirigersi verso il 1500 dell’Avenida General Norton de Matos, nella freguesia de São Domingos de Benfica: durante il tragitto, c’è una strana luce che brilla negli occhi dei passanti che incrociano lo sguardo di Béla; un luccichio che sa di ammirazione, quasi di devozione. Nessuno però ha il coraggio di avvinarsi a lui, di salutarlo, di stringergli la mano; solo un bambino, sfuggito dalla mano del padre, forse mosso dall’incoscienza dell’età, si dirige verso Béla, e con la voce balbettante dall’emozione si lascia scappare un “Obrigado Senhor Guttmann”.

Lui che è poco avvezzo ai sorrisi, anche questa volta, non si lascia andare, e con un leggero sganascione dispensa il ragazzo. Con il fare autoritario che lo contraddistingue, Bela imbocca le scale che portano al suo ufficio, prima però attraversa il portone, sul qual campeggia una scritta: “Sport Lisboa e Benfica 1904 O Glorioso”. E’ il 4 maggio del 1962, e due giorni prima, la squadra allenata dal “Senhor Guttmann”, il Benfica, si è laureata, per la seconda volta nella sua storia, campione d’Europa, battendo per 5-3 il Real Madrid di Gento, Di Stefano e Puskas, che solo un anno prima aveva regalato al presidente Bernabeu, la quinta Coppa dei Campioni consecutiva.

Ad accoglierlo in sede, nessuna manifestazione di giubilo, nessun applauso, nessun ringraziamento, ma una lettera di licenziamento, firmata dal proprietario della polisportiva in persona, António Carlos Cabral Fezas Vital. Si dice che, chi fosse stato assieme a Guttmann, quel giorno, in quell’ufficio, guardando il suo volto, avrebbe potuto scorgere i tratti tristi e malinconici degni di un fado cantato da Amalia Rodrigues. Alla base del dissennato divorzio, la mancata concessione del premio in denaro richiesto dall’allenatore, che la società non volle concedere anche a causa del terzo posto finale in campionato, vinto dagli odiati rivali cittadini dello Sporting; d’altro canto, “non avevamo il culo per sederci su due sedie” commentò Guttmann, giustificando così il piazzamento nel torneo nazionale.

Troppo facile girare i tacchi e sbattere la porta senza dir nulla. L’avrebbe potuto fare, certo, fuori c’era la fila per mettere sotto contratto la persona che aveva rifilato 5 gol al Real in una finale di coppa. Ma gli altri allenano, Bela vince, e perciò, prima di svanire nel mondo, come aveva sempre fatto, si congeda con una maledizione, terribile, di quelle che avrebbero fatto impallidire anche l’imperatore Montezuma in persona, che di anatemi se ne intende giusto un pochettino: “Me ne vado per sempre, ma sappiate che d’ora in avanti il Benfica non vincerà più una coppa internazionale, per almeno 100 anni”.

Parole amare, impresse col fuoco nella mística benfiquista; una condanna dolorosa, che dura ormai da 54 anni. In mezzo, otto finali europee perse; l’ultima, in ordine di tempo, quella in Europa League, a Torino, contro il Siviglia, persa ai rigori a causa delle parate del portiere degli andalusi, Beto, portoghese, cresciuto, guarda un po’, nelle fila dello Sporting Lisbona. Neanche la statua eretta in suo onore all’interno dello stadio “Da Luz”, ha sortito l’effetto di annullare il nefasto maleficio.

Neanche i fiori posti sulla sua tomba, nel cimitero ebraico di Wigner Zentralfriedhof a Vienna, da uno dei suoi figli prediletti, Eusebio, alla vigilia della finale di Coppa dei Campioni del ’90 che le “Aquile” persero contro il Milan di Sacchi per un gol di Rijkaard, sono serviti a placare la sete di vendetta dell’ungherese.

Chi ha conosciuto bene Bela, sa che lui non è mai stato un uomo dal sorriso facile, con un carattere forgiato dagli eventi storici di un’epoca altamente instabile: da ebreo, è sopravvissuto all’olocausto e alla seconda guerra mondiale, e nel ’56 ha assistito alla rivolta popolare anti-sovietica guidata dal primo ministro ungherese, Imre Nagy, poi sedata nel sangue dai carri armati e dall’armata rossa inviata a Budapest da Nikita Krusciov.

Una cosa è sicura: in questi “primi” 54 anni, Guttmann se ne sarà fatte di risate pensando alle finali perse dal Benfica e alla faccia dell’uomo che l’ha messo alla porta; hanno riso, e rideranno, di meno, invece, i tifosi del “Glorioso”, pensando ai 46 anni di delusioni che ancora devono scontare.

Michele Santoro