La Juventus si è incartata La Juventus si è incartata
Massimiliano Allegri ha accolto la sconfitta di ieri sera, una delle più recenti della storia europea bianconera, quasi con calma olimpica, da maestro zen,... La Juventus si è incartata

Massimiliano Allegri ha accolto la sconfitta di ieri sera, una delle più recenti della storia europea bianconera, quasi con calma olimpica, da maestro zen, verrebbe da dire.

In panchina si è sbracciato meno del solito, non sono volati cappotti come capitato in altre occasioni, nel post partita ha analizzato il match in maniera abbastanza serena, dichiarandosi soddisfatto del primo tempo e parlando soltanto di un calo nella ripresa, del quale non si è detto troppo preoccupato.

Niente drammi, insomma. Tutto sommato, secondo l’allenatore bianconero, l’obiettivo era il passaggio agli ottavi di finale, ed è stato raggiunto, e la sconfitta di ieri sera non va presa come una tragedia.

Un po’, in fondo, è vero. La stagione è ancora lunga, non ci sono ancora sentenze definitive, e in campionato la Juventus sembra aver ripreso il passo, almeno quello necessario per provare a rimanere a contatto del quarto posto, obiettivo minimo stagionale.

Il problema, però, è che la partita di ieri sera è ben più di un campanello d’allarme, e non soltanto perché tra arrivare primi o secondi nel girone passa la differenza di poter incontrare agli ottavi squadre come il Bayern Monaco, il Liverpool, il Manchester City (o il PSG, stasera si saprà) e simili.

La partita di ieri sera, in un certo senso, dimostra che la Juventus si sta incartando e fatica a trovare una vera e propria strada da percorrere.

Come già successo altre volte in stagione, a Stamford Bridge i bianconeri hanno disputato una partita quasi anonima, in balia degli eventi, senza una chiara idea di come poter mettere in difficoltà i campioni d’Europa, cosa che era invece riuscita nella partita d’andata.

E la resa londinese è un po’ la metafora di quella che è la situazione attuale della Juventus. Non per quello che succede in campo, o perlomeno non soltanto per quello che succede e si vede in campo, ma anche per quella che possa essere un’idea di futuro, la strada da percorrere.

D’altronde, il problema della Juventus in questo momento è forse quello di vivere un dilemma davvero complicato da sciogliere: i bianconeri avrebbero bisogno di ricostruire per poter ritornare al top, ma si trovano nella condizione in cui hanno bisogno di rimanere comunque competitivi, in maniera da arrivare almeno tra le prime quattro in campionato, perché rimanere fuori dalla Champions diventerebbe un problema dal punto di vista economico.

Sono stati tanti gli equivoci in questi anni, che hanno condotto la Juventus in una specie di imbuto. Dopo l’esonero di Allegri, si sono alternati Sarri e Pirlo sulla panchina bianconera, ma nessuno dei due ha potuto mai modellare la squadra in modo da renderla al 100% adeguata alla propria idea di gioco. È quello che, per quanto nei giorni scorsi abbia cercato di fare retromarcia, Sarri definiva “squadra inallenabile“; non era una squadra inallenabile nel senso letterale del termine, quanto una squadra che non poteva, materialmente, adattarsi e dedicarsi all’idea di calcio dell’attuale tecnico della Lazio.

E forse è proprio questo il problema, che sta scontando anche Allegri in questi mesi: la rosa della Juventus presenta dei difetti strutturali che la rendono difficile da sistemare, difficile da schierare in campo. Basti pensare al centrocampo, che da qualche anno ormai è un vero e proprio enigma, e la decisione di Allegri di schierare ieri sera praticamente 4 centrocampisti centrali è quasi un segno di resa, una sorta di manifestazione di ingovernabilità.

Molto dipende anche dall’era Ronaldo e dal post Ronaldo: di sicuro l’addio del portoghese a pochi giorni dalla fine del mercato non ha aiutato, ma negli anni in cui CR7 è stato il Re di Torino la squadra che gli è stata costruita attorno ha accumulato una serie di “errori di progettazione” di cui ancora oggi si paga lo scotto. Due su tutti, gli innesti di due giocatori come Ramsey e Rabiot, che si sono dimostrati difficili da inserire sul punto di vista tecnico e che oggi pesano sul bilancio economico in maniera quasi inquietante.

Anche la scelta di puntare su Allegri, alla luce delle considerazioni su questa rosa, rischia così di diventare quasi un aggrapparsi a una romantica e nostalgica restaurazione che finisce però per nascondere e quasi di negare la realtà dei fatti.

Lo abbiamo detto, la stagione è lunga, e non è il tempo delle sentenze definitive, potrà ancora succedere di tutto e queste parole diventare carta (seppur digitale) straccia. Quel che è certo è che ad oggi la Juventus è ancora una squadra a caccia della propria identità, della sua strada per disegnare il futuro (se dovessimo ragionare in termini aziendali, si parlerebbe di mission e vision, di strategie e tattiche), ma che si trova incartata in un perverso meccanismo. La Juventus deve ricostruire ma è come se non potesse ricostruire.

Uscire al più presto da questo equivoco, decidere se è arrivato il momento della ricostruzione e intraprendere un percorso di rinnovamento, però, è l’unico modo per tracciare quella strada.