Ogni giocatore prova emozioni diverse quando gioca a calcio. Siamo tutti individui differenti. Io sono uno di quelli che quando scende in campo vuole...

Ogni giocatore prova emozioni diverse quando gioca a calcio. Siamo tutti individui differenti. Io sono uno di quelli che quando scende in campo vuole sempre vincere, detesto la sconfitta.

Non ci è mai interessato particolarmente stilare classifiche sul valore dei giocatori, che spesso portano ad inutili diatribe senza né capo né coda e finiscono per mischiarsi a guerre di tifo con conseguente annientamento del lume della ragione. Non è nostra intenzione farlo ora, dove invece vorremmo celebrare adeguatamente un giocatore enorme, reduce da una tripletta nella partita appena passata in giudicato, la quarta nelle ultime sei partite di campionato spagnolo disputate da questo fenomeno.

Sì perché non ci viene in mente nessun altro aggettivo per descrivere calcisticamente Luis Suarez, il pistolero blaugrana che sta sparando a raffica e non ha nessuna intenzione di fermarsi. Un proiettile dopo l’altro, ottantotto colpi esplosi e andati a segno, su novantotto totali sparati, tante sono le sue apparizioni con la maglia del Barca all’alba della terza stagione in Catalogna. E’ il Barcellona di Leo Messi, sicuramente, così come senza dubbio è il Barcellona di Neymar, giocatore che non è mai entrato nelle nostre grazie ma del quale non possiamo non riconoscere il talento sconfinato.

Da qualche tempo a questa parte, però, è indubbiamente il Barcellona di Luis Suarez, giocatore assolutamente speciale che oggi non può più temere paragoni con nessun attaccante al mondo. C’è chi, sportivamente parlando, l’ha sempre odiato e forse non cambierà mai idea, nonostante l’evidenza.

Troppi episodi discutibili perché possa essere giudicato solo come calciatore, dove già da alcuni anni si sta esprimendo ai livelli dei migliori del mondo. Questione di testa, come si dice sempre. “Se non si da una regolata non potrà mai arrivare al livello degli altri, di Messi, di Cristiano Ronaldo”, quante volte l’abbiamo sentita questa frase. Eppure il pistolero sembra avercela fatta, accostare il suo nome a quello di questi fenomeni del calcio non è più una bestemmia, ammesso lo sia mai stato.

E’ vero, Suarez in passato ha sbagliato, e la cosa più grave è stata la recidività dei suoi errori, che ad un certo punto pareva essere sfociata in una vera e propria malattia, con tanto di psicologo a cui rivolgersi per chiedere aiuto. Poi però il campo è un’altra cosa e, nel suo caso, tolti i sopracitati episodi di follia, ha sempre parlato per lui. Dai tempi prima dell’Ajax, poi del Liverpool. Un giocatore impressionante per completezza tecnica, che proprio dalla spigolosità del suo carattere ha saputo trovare quella spinta in più che lo ha reso unico, speciale. E’ arrivato in Inghilterra dall’Ajax, ancora un po’ acerbo, pagato poco più di 25 milioni di sterline e un carico di dubbi, legati al carattere.

Gli occhi della Kop puntati addosso, gli occhi di chi cercava un idolo pronto a prendere il posto nel cuore che era stato del Niño Torres, partito in direzione Stanford Bridge. Due personalità opposte, destinate a lasciare il medesimo segno, indelebile, nella storia del club e nel cuore della gente. Una stagione di ambientamento, che inizia con l’oscuro presagio della squalifica per insulti razziali nei confronti di Evra, allora terzino del Manchester United. Otto giornate di squalifica che fanno riaffiorare tutti i dubbi sul suo conto. Quando può tornare a calciare un pallone la gente di Anfield si dimentica tutto, perché Suarez è il prototipo di giocatore per cui gli scousers vanno pazzi, uno che da tutto per la maglia, fino all’ultima goccia di sudore, nonostante una classe sopraffina che gli permetterebbe di concedersi qualche pausa.

E’ il primo a pressare il difensore avversario e l’ultimo a smettere di correre, una foga agonistica che, abbinata a qualità tecniche da fantasista sudamericano, da’ vita ad un mix altamente infiammabile. Ci sono quelle giornate in cui semplicemente non vuoi trovartelo contro, perché ce l’hai sempre addosso e non si ferma mai. Perché fa un gol e non si accontenta, ne fa un altro e poi un altro ancora. Gode quasi nell’umiliarti, dribblandoti secco partendo dalla linea di fondo, suo marchio di fabbrica se ne esiste uno. Tiro potente e preciso al tempo stesso, baricentro basso e capacità di saltare l’uomo in qualsiasi situazione o zona di campo.

La sua ultima stagione con la maglia dei Reds, sotto la guida di Brendan Rodgers, è l’emblema del giocatore totale, che da solo o quasi ti porta a competere per il massimo traguardo. Si, direte voi, c’erano Sterling e Sturridge. C’era Steven Gerrard e Philippe Coutinho. Vero, ma in quella squadra tutto girava alla perfezione, o quasi, grazie alla presenza del demonio uruguaiano, che andava a prendersi la palla di forza a centrocampo e la portava dritto in area avversaria. Trentuno reti in trentatré partite, oltre a 12 inviti a nozze per i compagni. Una stagione da padrone assoluto, che solo la dannata scivolata del capitano non gli ha permesso di concludere con la vittoria di una Premier, assente sulla sponda rossa del Merseyside dal lontano 1990.

Poi la partenza direzione Barcellona, dove inizialmente poteva essere uno dei tanti grandissimi giocatori, in una squadra costellata di stelle già fulgidissime ben prima del suo arrivo. Come sarà la coesistenza con Messi e Neymar? Quanti palloni ci vorranno perché si esprimano al meglio? Bla bla bla, il pistolero di parole sul suo conto ne ha già sentite abbastanza da farsele scivolare addosso. Lavora e si mette a disposizione, quando gli chiedono di sacrificarsi per Neymar e Messi, meno propensi di base alla copertura, abbassa la testa e corre.

Quando gli dicono di stare là davanti, di fare il numero 9 “classico”, corre ugualmente perché semplicemente lui è così, non conosce un altro modo di giocare. Il tutto senza far mai mancare le sue giocate, sempre decisive, nell’area avversaria. In campo sgomita con tutti ma le gerarchie, all’interno dello spogliatoio, le scala in silenzio, gol dopo gol, dribbling dopo dribbling, colpo dopo colpo. Mentre la gente si arrovella sul valore di Neymar in Europa, su quanto Messi non sia decisivo nelle partite che contano e via discorrendo, Luis Suarez segna e non si ferma mai. Dieci triplette per ottantotto gol totali in maglia blaugrana, in costante crescendo.

Il Pistolero è, ad oggi, il miglior marcatore mondiale dell’anno solare 2016, nelle ultime 55 partite disputate in tutte le competizioni ha realizzato la bellezza di 63 gol e sfornato oltre 20 assist per i compagni. Sicuramente ci sarà qualcuno che tirerà fuori la solita pantomima delle difese spagnole ballerine, o delle squadre inglesi, tatticamente sprovvedute. Per carità, può anche essere che sia vero, il discorso non cambierebbe di una virgola. Qua siamo di fronte ad un fuoriclasse assoluto del ruolo, a prescindere dal campionato, dalle difese, dall’attitudine mordace o da quel che diavolo volete voi. Perché quando mettete Luis Suarez su un campo da calcio, che sia Anfield piuttosto che il Gran Parque Central di Montevideo, e gli chiedete di dare dei calci ad un pallone, troverete pochi in grado di farlo con la stessa abilità del pistolero.

Ogni giocatore di calcio può arrivare al limite, fino a diventare il cattivo ragazzo additato da tutti. Dobbiamo abituarci ad avere a che fare con certe situazioni se vogliamo fare i calciatori professionisti. Io stesso sono stato più volte il bad boy della situazione.

Paolo Vigo
twitter: @Pagolo